L’appello di Zerocalcare: “Non possiamo voltare le spalle ai curdi”

di Gabriella Colarusso «Quando senti “Ratatata”, è Isis. Quando senti “Tum.Tum.Tum”, siamo noi». Era il 2015, i fanatici dello Stato Islamico davano l’assedio a Kobane, la città simbolo della resistenza curda, e Michele Rech da Rebibbia, l’artista Zerocalcare, era a pochi chilometri da lì, prima a Mesher poi fino Ayn al-Arab, nel cuore del Rojava […]

La deriva a destra sui migranti

di Tomaso Montanari

«Quando penso alle province del Lazio e ai suoi borghi, penso ad accogliere più turismo, che rilanci l’economia locale, e meno migranti, che invece pesano sull’economia locale. Non è questione di destra o di sinistra, ma di #buonsenso».

Questa dichiarazione di Roberta Lombardi, candidata 5 Stelle alla presidenza del Lazio, è un sintomo da non trascurare. Di quale “buon senso” si parla? Di quel senso comune, per nulla buono, per cui dei migranti non si ragiona come di esseri umani, ma come di numeri o come di minacce (la “bomba sociale”). Lo stesso “buon senso” per cui bisognerebbe «aiutarli a casa loro» (e questo l’ha scritto Matteo Renzi, dimenticando l’articolo 10 della Costituzione, che dice che l’Italia è casa di tutti coloro che non hanno i nostri stessi diritti), o sostenere mamme e famiglie italiane, «se uno vuole continuare la nostra razza» (Patrizia Prestipino, Pd).

Non cito le innumerevoli frasi di esponenti della Lega, Fratelli d’Italia e organizzazioni fasciste perché ciò che mi interessa stigmatizzare è la penetrazione di idee di fatto razziste in quello che appunto si presenta come il senso comune. È lo slittamento generale a destra, addirittura l’egemonia di questo non-pensiero, il principale avversario di ogni prospettiva democratica. Luigi Manconi e Federica Resta hanno recentemente argomentato (nel libro Non sono razzista, ma…, Feltrinelli 2017) circa i nessi tra questa indifferenza morale verso i migranti e quella verso gli ebrei, al tempo dell’Olocausto: «L’indifferenza della vita di ogni singolo in un mondo la cui legge era disinteresse per l’altro e vantaggio individuale universale» (T. Adorno).
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Ponti e affari: da Istanbul a noi

a-ostabul

di Guglielmo Ragozzino

Come si ricorderà, i principali scontri avvenuti in Turchia nel tentativo non riuscito di colpo di stato contro il potere del presidente Recep Tayyp Erdogan sono avvenuti a Istanbul, lungo i ponti del Bosforo, il primo, detto primo ponte e il secondo ponte Faith Sultan Mehmet. Gli oppositori del regime che indicheremo come Antagonisti pensavano al controllo dei ponti come mossa decisiva per la resa dei conti e miravano anche al controllo della televisione e dunque alle 22 del 15 luglio 2016 hanno tentato di impadronirsi di quelli e di questa, con tanto di segnalazione attraverso un proclama delle autorità militari loro collegate.

Lo scontro per il controllo dei ponti si è però rovesciato nel contrario e gli Antagonisti, con i loro carri armati, sono rimasti imbottigliati nel traffico di Istanbul, sul Bosforo di un venerdì sera, d’estate. In modo analogo la presa in forze dell’emittente televisiva si è capovolta nell’opposto controllo dell’informazione attraverso il messaggio sms (“scendete in piazza!”) che Erdogan ha inviato alle 23,30 servendosi del suo telefonino, via Face Time a CnnTurk (mentre Twitter, Facebook o gli altri mezzi di comunicazione giovanilista sono mal visti tanto dal Governo che dagli Antagonisti).
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Il collasso della democrazia in Turchia e la persecuzione (anche) degli avvocati

Colpo di Stato in Turchia
Colpo di Stato in Turchia

di Barbara Spinelli e Sergio Palombarini

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna nell’ultimo anno ha osservato con particolare attenzione e preoccupazione i crescenti attacchi all’avvocatura in Turchia. Già nel dicembre 2015 con la circolare n. 93/2015, immediatamente diffusa, il Consiglio aveva espresso la propria solidarietà per l’omicidio del Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir, Tahir ElÇi.

Nel gennaio 2016 aveva rinnovato la propria attenzione a ruolo dell’avvocatura nel contesto della lotta al terrorismo, mediante l’apertura del convegno del 22 gennaio 2016 in cui è intervenuto, tra gli altri, il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Istanbul.

Successivamente, nel maggio 2015, con la circolare n 70/2016, il Consiglio dell’Ordine ha dimostrato la propria solidarietà nei confronti dei colleghi arrestati, decidendo infine di manifestare più concretamente la propria attenzione, attraverso l’invio, all’udienza del 22 giugno 2016, del consigliere avv. Sergio Palombarini in veste di osservatore internazionale, in delegazione insieme alla collega Barbara Spinelli del foro di Bologna, anch’ella osservatrice internazionale per conto dei Giuristi Democratici e della associazione ELDH (European Lawyers for Democracy and Human Rights).
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Il paradosso turco: una democrazia senza liberalismo

Colpo di Stato in Turchia
Colpo di Stato in Turchia
di Nadia Urbinati

I turchi che vivono nei paesi occidentali seguono con giustificata ansia le vicende del loro paese. Seyla Benhabib [1] si dice profondamente scossa dagli eventi che si succedono veloci e gravidi di implicazioni. Ebrea, nata e cresciuta in Turchia, Benhabib è una delle più note e apprezzate teoriche politiche, allieva di Jürgen Habermas e docente prima ad Harvard e ora a Yale e a Columbia, animatrice del progetto Reset Dialogue on Civilizations che organizza ogni anno una settimana di seminari di studio alla Bilgi University di Istanbul.

La conversazione che abbiamo avuto in queste ore è una testimonianza del sentimento di incertezza e di ambiguità che lontano dal Bosforo si avverte, soprattutto nella comunità turca. Come sono state recepite le immagini, le notizie che si sono accavallate confuse in queste ore tragiche a partire dal tentativo di golpe, poi fallito, di venerdì notte?

È difficile per chi vive in Occidente ed è cresciuto con i valori della democrazia e del pluralismo, della libertà religiosa e della tolleranza, far quadrare il cerchio quando deve commentare le vicende drammatiche che sta attraversando questo grande paese, giunto a definire la sua identità nazionale dopo la fine rovinosa dell’Impero Ottomano multietnico, grazie a un leader militare rivoluzionario, Mustafa Kemal Atatürk (letteralmente “padre dei turchi”) che ha, in uno stile hobbesiano, costruito lo Stato mediante l’assoggettamento della religione e del clero islamici.
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Soma Coal Mining Company - Foto revolution-news.com

Kemal, il minatore quasi bambino morto di lavoro nero nella Turchia moderna

di Loris Campetti

Si chiamava Kemal, proprio come il padre della Turchia moderna, Ataturk. Aveva 15 anni, il suo corpo senza vita, nero di carbone, è stato portato fuori dalla miniera di Soma insieme a quello di altri 282 compagni di lavoro e di sventura. E sono più di cento i minatori ammazzati dalla Soma Coal Mining Company e dal governo di Recep Tayyip Erdogan che i soccorritori non sono ancora riusciti a riportare alla luce, una luce che non potranno mai più vedere.

Kemal è morto per asfissia. Poco più che bambino era stato gettato, senza contratto, in nero come il colore del carbone, nelle viscere della terra dal padrone della miniera che poco prima della strage, con orgoglio aveva dichiarato: dopo la privatizzazione il rendimento è esploso grazie all’abbattimento del costo del lavoro. Il partito islamista al governo aveva appena detto no alla richiesta dell’opposizione socialdemocratica di avviare un’inchiesta su quella maledetta miniera, nessun problema di sicurezza aveva detto Erdogan, e poi si sa che i minatori sono destinati a morire. Apprendiamo da un bel reportage di Marco Ansaldo su Repubblica che un deputato islamista aveva detto che “insh Allah”, nella miniera non sarebbe successo nulla di male, “nemmeno sangue dal naso”.

Eccola la Turchia moderna, che assomiglia alla moderna Cina dove le vittime delle miniere sono ancora oggi a migliaia, alcune ufficiali, altre clandestine perché sono in tanti i poveracci che vanno a scavare negli ultimi filoni di carbone in miniere chiuse dal governo. Nella nuova Romania, invece, i morti di miniera sono drasticamente diminuite dopo che il governo postcomunista, una quindicina d’anni fa, aveva licenziato 100.000 (centomila) “musi neri”, lo chiedeva l’Europa per aprire le porte dell’Unione, mentre la Nato aveva già allungato le sue mani nel paese uscito a pezzi dall’era Ceausescu.
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Libertà per Abdullah Öcalan: pace in Kurdistan

Free Abdullah Öcalan
Free Abdullah Öcalan
dell’associazione culturale Punto Rosso

La questione curda riguarda l’Iraq, l’Iran, la Siria e in particolare la Turchia e rappresenta uno dei grandi problemi tuttora irrisolti del Medio Oriente. Il conflitto tra lo Stato turco e il movimento di liberazione curdo continua ancora. In questo conflitto fino a ora hanno perso la vita più di 40.000 persone. Circa 4500 villaggi sono stati spopolati o distrutti, milioni di uomini e donne trasformati in profughi.

È noto che un processo di pace ha bisogno di personalità forti, che sono in grado di convincere le comunità a perseguire una soluzione pacifica del conflitto. Alcuni esempi di simili personalità sono Nelson Mandela, Gerry Adams, José Ramos-Horta e Aung San Suu Kyi. Öcalan indubbiamente ne fa parte. Che il baricentro del movimento di liberazione curdo negli ultimi anni si sia spostato dalla soluzione militare, a soluzioni pacifiche è merito suo.

Dal 1993 i governi turchi hanno cercato un contatto con Öcalan e quindi riconosciuto il suo ruolo chiave per una soluzione del conflitto. L’attuale governo di Erdogan almeno dal 2009 ha condotto per anni trattative con Öcalan, ma ha interrotto questo processo nel luglio 2011. Intanto erano stati preparati protocolli che tra le altre cose prevedevano un piano graduale di misure per la costruzione della fiducia, fino a far tacere le armi sotto controllo internazionale. Siamo convinti che per la soluzione di questo problema, Abdullah Öcalan con le sue proposte e in particolare con la sua ‘Road map’ rivesta un significato decisivo.
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Reportage da piazza Taksim: i giovani, la lotta e l’anelito alla libertà

Piazza Taksim
Piazza Taksim
di Valeria Piasentà

Giovani in lotta per i diritti civili e la democrazia repubblicana. Ecco chi sono i ‘ribelli’ di piazza Taksim: un sondaggio su 3000 occupanti di Gezi Park, condotto dall’Istanbul Bilgi University, ci informa che il 54% dei manifestanti hanno fra 19 e 30 anni, la maggioranza non aveva mai partecipato a proteste; il 82% si dichiara ‘liberalÈ, il 70% senza appartenenza politica, il 37% non si sente rappresentato quindi auspica la formazione di un nuovo partito politico; l’8% ha votato l’Akp (il partito conservatore islamico del primo ministro) e il 9% si augura un colpo di stato. Il 92% protesta contro «il disprezzo del primo ministro e la violenza della repressione» a manifestazioni di pacifico dissenso.

Infatti, oltre il 90% degli slogan scritti e declamati sono contro Erdogan in prima persona, moltissimi ne chiedono le dimissioni. Le parole d’ordine dei manifestanti sono «Her yer Taksim. Her yer direniş!» (Ogni luogo è Taksim. La resistenza è in ogni luogo!) e «Tayyp istifa!» (Recep Tayyip Erdogan dimettiti!). Hanno successo anche la richiesta di dimissioni del capo della polizia e del governo, definiti ‘fascisti’. In piazza ci sono pure i mussulmani anticapitalisti, che il 6 giugno hanno pregato pubblicamente.

Ci sono tante donne, i partiti di sinistra e dei curdi ma anche persone di destra, i sindacati e le associazioni, le università e gli studenti medi, addirittura i tifosi delle squadre di calcio che per l’occasione hanno trovato un’inedita unità. Intellettuali, artisti, attori del teatro nazionale sfilano e partecipano agli scioperi; come i commercianti che nascondono nei loro negozi i ragazzi rincorsi dai poliziotti; i venditori ambulanti di cozze che lanciano limoni ai giovani colpiti dal lacrimogeni; i lavoratori degli alberghi e dei ristoranti che hanno esposto in vetrina cartelli con le pass del loro wi-fi. È una vera rivolta popolare che sale dal basso, appoggiata da larghissimi strati della società di Istanbul e trainata dai giovani. Non è definibile con i soliti standard.
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Manifestazione Istanbul - Il Manifesto Sardo

Partigiani di Istanbul: un reportage da piazza Taksim

di Valeria Piasentà

Arrivo a Istanbul sabato 1 giugno per la Triennale Internazionale dei Giovani, organizzata dalla la Faculty of Fine Arts della Marmara University. L’hotel che mi ospita è in una traversa di piazza Taksim, al centro della rivolta popolare iniziata qualche ora prima. Il bilancio, dopo una notte di guerriglia urbana, è di sessanta arresti e centinaia di feriti. Amnesty International però parla di almeno due morti e migliaia di feriti in questa notte di «violentissima repressione», alcuni sono diventati ciechi a causa del materiale usato nei fumogeni, si vocifera di una micidiale arma chimica già sperimentata dagli Usa in Vietnam.

Dopo la manifestazione con cariche della polizia Istiklal Caddesi, la più nota via dello shopping, è un fiume di fango generato dagli idranti, e di immondizia. Le vetrine sono sfondate, qualche negozio saccheggiato e bruciato, forse da provocatori infiltrati o forse dai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Il tanfo dei lacrimogeni è ancora molto persistente e irrita naso e occhi, i muri sono coperti di scritte contro il governo ‘fascista’ e la polizia, da bandiere e striscioni, il più imponente è quello verde chiaro di Greenpeace alto oltre tre piani e issato sulla facciata di un prestigioso palazzo a metà della Istiklal. Piove mentre qualche commerciante asciuga mobili e pavimenti, ma in tante vetrine è esposta la bandiera con ritratto di Atatϋrk sotto la mezzaluna bianca: i commercianti sono con chi si ribella.
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