Rispetto di mari: trivellazioni e airgun, facciamola finita

di Gianfranco Amendola

Mentre i nostri mari agonizzano e la scienza ci dice che presto conterranno più plastiche che pesci, come si può pensare di continuare ad autorizzare per le trivellazioni l’uso dell’airgun? E cioè di una tecnica che – come riporta Ispra (il nostro massimo organo di controllo scientifico governativo in campo ambientale) nei suoi rapporti 2016-2017 – viene considerata la “dinamite del nuovo millennio”, in quanto si tratta di “cannoni” che “vengono riempiti con aria compressa e poi svuotati di colpo producendo così delle grosse bolle d’aria subacquee che, quando implodono, producono suoni di fortissima intensità e bassissima frequenza”; con effetti micidiali per tutta l’ittiofauna, soprattutto per le specie a rischio.

Ad esempio – dice sempre Ispra – “risultano evidenze che l’esposizione a suoni può provocare arresto nello sviluppo delle uova di organismi marini o sviluppo anomalo delle larve… alcuni mammiferi marini e pesci hanno evidenziato alterazioni comportamentali (risposta di allarme, cambiamento negli schemi di nuoto, disturbo della comunicazione acustica, deviazione dalle abituali rotte migratorie, ecc.); alcuni invertebrati, soprattutto cefalopodi, hanno mostrato di subire danni fisiologici… determinando alterazioni nel nuoto; popolamenti planctonici hanno subito mortalità causata dall’airgun sino a una distanza di circa un chilometro dalla sorgente… Alcuni studi mostrano che gli airgun danneggiano ampiamente l’orecchio interno dei pesci presenti a distanze comprese tra 500 metri fino a diversi chilometri dai rilievi sismici”.
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Trivelle in crisi: il governo ha mentito, si veda a Ravenna cosa accade

di Rinnovabili.it

Renzi lo ripeteva come un mantra per far fallire il referendum sulle trivelle: “Se vince il Sì a rischio migliaia di posti di lavoro”. Il Governo dipingeva scenari apocalittici, con l’intero comparto degli idrocarburi in ginocchio nell’ipotesi di una vittoria dei No Triv. I sostenitori della consultazione del 17 aprile scorso invece battevano un altro tasto: il settore è in crisi nera di suo e non sarà il referendum a incidere. Chi aveva ragione? Basta dare un’occhiata a quello che sta succedendo a Ravenna per farsi un’idea.

Le trivelle non creano posti di lavoro, anzi li perdono con un’emorragia impressionante. La Cgil lancia l’allarme: da inizio anno sono già 600 i posti di lavoro persi. E gli investimenti? Adesso che lo spauracchio del referendum sulle trivelle – così era dipinto – non c’è più, si potrebbe pensare, saranno certamente arrivati a pioggia, in linea con quello che andava ripetendo il premier: “È un referendum per bloccare impianti che funzionano”.

A quanto pare, invece, le grandi aziende del ravennate non sono assolutamente d’accordo. «Le principali services company multinazionali – commenta Alessandro Mongiusti, della Filctem Cgil Ravenna e responsabile nazionale di categoria per il comparto perforazione – hanno avviato piani di ristrutturazione devastanti che vedono coinvolte anche le basi operative nel nostro paese e nella nostra città. Dimensionalmente le tre big, Halliburton, Baker Hughes e Schlumberger hanno già ridotto il personale di oltre il 50% e stanno proseguendo nel percorso di riduzione».
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Acqua Pubblica

Acqua: il re è nudo

di Marco Bersani, Forum italiano dei movimenti per l’acqua

Non sono passati che pochi giorni dalla rivendicazione da parte di Renzi dell’astensionismo nel referendum sulle trivellazioni (“referendum inutile”, come certamente hanno capito gli abitanti di Genova), che il governo e il Pd compiono l’ulteriore atto di disprezzo della volontà popolare.

Il tema questa volta è l’acqua e la legge d’iniziativa popolare, presentata dai movimenti nove anni fa, dopo aver raccolto oltre 400.000 firme. Una legge dimenticata nei cassetti delle commissioni parlamentari fino alla sua decadenza e ripresentata, aggiornata, in questa legislatura dall’intergruppo parlamentare in accordo con il Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

La legge è stata approvata ieri alla Camera, fra le contestazioni dei movimenti e dei deputati di M5S e SI, dopo che il suo testo è stato letteralmente stravolto dagli emendamenti del Partito Democratico e del governo, al punto che gli stessi parlamentari che lo avevano proposto hanno ritirato da tempo le loro firme in calce alla legge.
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Trivelle, ecco come Mattei sbloccava i cantieri

Enrico Mattei
Enrico Mattei
di Giorgio Boatti

Chissà se qualcuno si ricorda ancora del ‘metodo Mattei’. Conviene non dimenticarsene, tanto per dare maggiore prospettiva storica alla vicenda di Tempa Rossa che sta agitando la politica italiana. Il ‘metodo Mattei’ viene sperimentato, sin dal primo Dopoguerra, proprio sulla questione della costruzione delle infrastrutture di trasporto dell’energia.

Il caso Agip

Tutto parte dal fatto che le fonti energetiche, con pochissime e virtuose eccezioni, hanno la pessima abitudine di non trovarsi – quasi mai – nel posto giusto. Da qui la complicata faccenda di doverle portare a destinazione. Per Mattei la questione si pone quando, invece di sciogliere l’Agip che gli è stata affidata dopo la Liberazione, non solo disobbedisce agli ordini di Roma e ai desiderata degli anglo-americani, ma la potenzia. È fortunato e inciampa in importanti giacimenti di metano nella Pianura padana.

Il gas naturale, come fonte energetica, è allora poco utilizzato e Mattei, convinto che l’approvvigionamento energetico stia alla base dell’autonomia di una nazione, apre la strada alla metanizzazione dell’Italia, con 30 anni di anticipo rispetto al resto dell’Europa Occidentale.
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Furbizia e intelligenza: considerazioni sull’esito del referendum

Trivellazioni
Trivellazioni
di Maurizio Matteuzzi

Un caro amico, a cui non si può negare l’attestato di essere una persona di rara intelligenza, argomentava ieri sulle trivelle, e sulla irrilevanza delle conseguenze di un eventuale successo del referendum; e, concludendone per la marginalità, maturava la decisione per l’astensione.

Ecco, questo caso fa riflettere sulla multifattorialità dell’intelligenza umana. Ragionamento ben costruito, logicamente solido; politicamente errato. Perché limitato entro l’oggetto, fatta astrazione dal suo contesto. In matematica esistono oggetti senza contesto; in politica no.

Se vogliamo, questa è una riprova di quale debba essere considerata l’essenza stessa della democrazia: il voto di un emarginato vale quanto quello di un premio Nobel. E, a riprova empirica, spesso si deve constatare che un genio della chimica non capisce il più semplice dei costrutti politici, e viceversa una persona incolta ha un innato “fiuto” e li trova elementari.

Aristocrazia o democrazia, dunque, come già si chiedeva Aristotele? Il quale concludeva per l’aristocrazia, ma a patto che fosse il governo dei “migliori”, e non fosse la sua forma degenere, l’oligarchia. Ma come decidere quali siano i migliori? E migliori in quanto a cosa, precisamente? Allora, constatata l’impossibilità di una selezione ben fondata, algoritmica, meglio affidarsi alla arithmetikè dykaiosyne, alla giustizia aritmetica e distributiva.
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Renzi ha vinto sulle trivelle. Non ancora sulla Costituzione

di Luigi Ambrosio

Ha detto che la demagogia non paga, poi nello stesso discorso ha affermato che con i soldi spesi per il referendum si sarebbero potute comprare 350 carrozze per i pendolari. Usando quindi un argomento molto demagogico. Renzi ha parlato pochi minuti dopo che si erano conosciuti i dati dell’affluenza.

Li aveva attesi tutto il giorno perché si giocava molto. Ha vinto la sua scommessa. Ha assestato un colpo duro alle opposizioni, alla minoranza Pd e ai suoi avversari interni. Ma non può sentirsi tranquillo in vista di ottobre, quando si terrà il referendum vero, quello sulla riforma della Costituzione, quello su cui si gioca la carriera politica.

La buona notizia per lui è che il fronte anti renziano ha coalizzato molto meno di quel 40% che era considerata la soglia di allarme per il Governo. La cattiva notizia è che deve ancora cominciare a convincere gli italiani ad andare a votare per la sua nuova Costituzione. L’affluenza estremamente bassa è ormai una tendenza consolidata. Se i Sì di ieri diventassero No a ottobre il loro peso specifico sarebbe piuttosto alto, anche considerando che il referendum sulla Costituzione è privo di quorum.
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Referendum trivelle: domani si vota, appello degli scienziati per il sì

di Help consumatori

“Votiamo sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili”: è quanto affermano 50 scienziati che hanno deciso di schierarsi apertamente per il Sì al referendum sulle trivellazioni in mare del prossimo 17 aprile. Alla base della loro scelta, spiegano in un documento, ci sono ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali ed etiche.

trivelle”Ci sono precise ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali che ci obbligano a sottolineare che è interesse di tutti muoversi con lungimiranza e determinazione verso una società sempre più libera dall’utilizzo dei combustibili fossili”. Questa la posizione degli scienziati per il Sì, che nel documento sottolineano inoltre come il quesito referendario sia collegato anche alla questione climatica.

“Il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo convocati dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, firmeranno, per renderlo definitivamente operativo, l’Accordo di Parigi, risultato della COP 21 sui cambiamenti climatici di dicembre. L’accordo, raggiunto all’unanimità da 195 paesi più l’Unione Europea, rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili, responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto, alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico e a tutte le straordinarie innovazioni presenti in questo campo nonché allo stimolo scientifico e tecnologico per produrne di nuove”.
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Verso il 17 aprile: dopo il caso petroli perché è più importante dire addio alle trivelle

Referendum contro le trivellazioni
Referendum contro le trivellazioni

di Bruno Simili

Negli ultimi giorni si è cominciato a parlare del referendum che ci chiamerà alle urne il prossimo 17 aprile. In verità i quesiti referendari in origine erano otto, ma la Corte costituzionale ha salvato solo questo:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

L’assoluta incomprensibilità per l’elettore obbligherebbe le forze politiche, e i media, a un tentativo di chiarezza. Al contrario, come sempre accade, è la migliore occasione per «interpretarlo» e strumentalizzarlo a proprio comodo. Proviamo a capirci qualcosa.
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La musica non cambia: vale sempre il “tengo famiglia”

di Claudio Cossu

“La musica cambia” ha detto il presidente del consiglio in un impeto di autodifesa e nel contempo di ottimismo nel contesto dello scandalo petrolifero lucano del “caso Guidi-Boschi-Gemelli”: ora ci si dimette. Ma le fattispecie contro la pubblica amministrazione, chiamamole inopportune o delittuose, quelle non mutano, rimangono sempre dimostrando che la “volpe perde il pelo….” e quel che segue.

Un capo di Stato maggiore della marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi indagato, come pure un dirigente della ragioneria di Stato (Valter Pasterna) indagato, alcuni funzionari dell’Eni indagati o arrestati e ora la ministra dimessa Federica Guidi e la ministra Maria Elena Boschi sentite dai pm competenti, magistrati che vogliono oggi l’arresto persino di Gianluca Gemelli (“Il Fatto quotidiano”, 2 aprile 2016),

Certo, non è un bel vedere e il motto che Leo Longanesi avrebbe voluto apporre nel tricolore italiano, il famoso “tengo famiglia”, rimane sempre attuale, anzi sovrasta imperterrito la bandiera e tutta la nostra nazione. Le imputazioni vanno dall’associazione per delinquere all’abuso di ufficio (traffico illecito di rifiuti). Ma come mai tanto clamore, tanta “caciara”, come usano dire a Roma, per un semplice “business” di petrolio estratto dai giacimenti dell’oro nero della Basilicata (Val d’Angri)?
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