Brava gente a Sala Baganza (Parma): i retroscena dell’omicidio di Mohamed Habassi

Mohamed Habassi
Mohamed Habassi
di Annamaria Rivera

È un tardo pomeriggio afoso quando passo dal Buddha Bar di Sala Baganza, sulla provinciale verso Parma. È qui, nel locale gestito da Luca Del Vasto, che sarebbe stata preparata la spedizione punitiva – sei contro uno – ai danni di Mohamed Habassi, cittadino tunisino poco più che trentenne. Ricordo che la notte fra il 9 e il 10 maggio lo sventurato è stato seviziato, mutilato e torturato a morte, in una modesta abitazione di Basilicagoiano, frazione del comune di Montechiarugolo.

A distinguersi per ferocia e crudeltà sarebbe stato lo stesso Del Vasto, ideatore del raid mortale, spalleggiato dal suo vecchio amico Alessio Alberici, fumettista di qualche fama locale: un raid compiuto, si dice, al fine di punire la vittima per il mancato pagamento della pigione dell’alloggio di proprietà della compagna di Del Vasto.

A.Z., di Sala Baganza, col quale ho parlato a lungo del delitto, mi aveva avvertita: “Qui è come se niente fosse accaduto: il bar è tuttora aperto e assai ben frequentato”. E tuttavia, quando ci arrivo, provo un certo turbamento nel vedere sulla terrazza cinque avventori dall’aria più che rilassata e, all’interno, un folto gruppo che fa il tifo per non so quale squadra di calcio, davanti a un grande schermo televisivo.
Leggi di più a proposito di Brava gente a Sala Baganza (Parma): i retroscena dell’omicidio di Mohamed Habassi

Il rapporto sulle torture della Cia non ha cambiato niente

di Lorenzo Guadagnucci

Il rapporto del Senato statunitense sulle torture inflitte dalla Cia a decine di prigionieri e sulle prigioni illegali allestite in varie zone del pianeta, è stato da molti considerato un atto coraggioso, preludio di una svolta nella direzione di un effettivo rispetto dei diritti umani e delle libertà civili, valori che sono nel Dna di ciò che intendiamo per democrazia, ma che sono spesso accantonati in nome della realpolitik.

Professare tanto ottimismo è al momento imprudente, per svariati motivi. Il primo è il tenore della discussione seguita alla pubblicazione del rapporto. Per un Obama che si lancia negli scontati proclami sui “nostri valori” e la “missione” degli Usa nel mondo, abbiamo visto leader politici di primo piano difendere la Cia con il ben noto argomento che in determinate circostanze è necessario fare ricorso a mezzi straordinari. La teoria dello “stato d’eccezione” tendenzialmente permanente non è stata scalfita dalla dettagliata descrizione degli abusi compiuti dagli agenti statunitensi e delle menzogne usate per coprirli.

In secondo luogo, non risulta che il rapporto abbia condotto a concrete conseguenze per gli autori degli abusi. Forse gli agenti, funzionari e dirigenti responsabili delle insopportabili violazioni che hanno “danneggiato l’immagine degli Usa nel mondo” (Obama dixit) sono stati consegnati alle autorità giudiziarie? Forse è stato avviato un repulisti all’interno degli apparati di sicurezza e nei ministeri competenti? Forse qualcuno ha chiesto scusa per il grave ritardo con il quale si è giunti a riconoscere ciò che è noto da anni (in qualche caso ci sono stati anche dei processi)? E sappiamo quanto sia importante per la prevenzione di abusi e torture che siano puniti gli autori degli abusi accertati. Se mancano le punizioni, si finisce per inviare a chi opera negli apparati un messaggio contrario rispetto a quello desiderato: si dice in sostanza che in ogni caso è possibile farla franca, che l’impunità personale è garantita.
Leggi di più a proposito di Il rapporto sulle torture della Cia non ha cambiato niente

Mi cercarono l’anima, storia di Stefano Cucchi

Mi cercarono l'anima
Mi cercarono l'anima
di Altreconomia

Un libro imparziale – ma non neutrale – che ha bisogno del sostegno di chi crede nell’informazione indipendente e dal basso. Altreconomia, cooperativa d’informazione senza padroni politici o commerciali, è un editore tanto forte negli ideali quanto minuto nelle risorse: perciò non si vergogna di chiedere aiuto alle persone e ai gruppi sensibili a questo tema.

Ci piacerebbe che questo libro vedesse la luce proprio entro il 22 ottobre 2013, quarto anniversario della morte di Stefano Cucchi. Prenotate un numero libero di copie (o quote) che volete e diffondete il progetto a tutti i vostri contatti. La scommessa è garantire la minima sostenibilità economica dell’investimento. Ecco il link: http://www.produzionidalbasso.com/pdb_2803.html

Stefano Cucchi, geometra trentunenne con la passione per la boxe, muore a Roma il 22 ottobre 2009, nel letto del presidio ospedaliero protetto Sandro Pertini per “presunta morte naturale”. Una settimana prima era stato arrestato per possesso di sostanze stupefacenti. Per 7 giorni resterà nelle mani dello Stato: dai Carabinieri alla Polizia penitenziaria, dai funzionari del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria al magistrato che ne convalida il fermo per direttissima, dai medici del carcere di Regina Coeli e dell’ospedale Fatebenefratelli al personale del presidio Pertini. In 7 giorni, prima di morire, perderà quasi 10 kg. La famiglia lo rivedrà solo dopo la morte, dietro a una teca di vetro: sul suo corpo, inequivocabili segni di percosse. Dopo tre anni e mezzo di processo, la recente sentenza commina condanne lievi ai medici, assoluzione per tutti gli altri, compresi i tre agenti di Polizia penitenziaria accusati di aver pestato Cucchi nelle celle di sicurezza del tribunale di piazzale Clodio, in attesa dell’udienza.
Leggi di più a proposito di Mi cercarono l’anima, storia di Stefano Cucchi

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi