Virginia Raggi e Chiara Appendino

Amministrative 2016: quando un voto parla chiaro

di Ida Dominijanni

Due giovani donne moderate e determinate, trasversali e discrete, hanno rottamato senza spocchia e senza urla il rottamatore Renzi, il suo inguaribile bullismo politico e il suo partito tutt’intero, che d’un tratto appare invecchiato d’un secolo. Il dato è tanto netto che nemmeno lo stesso Pd ha provato a offuscarlo nella nota ufficiale emessa in piena notte, anche se Renzi, attraverso i suoi giornalisti di fiducia (chiamiamoli così), fa sapere che non ha perso per un eccesso ma per un difetto di nuovismo, rottamazione e sicumera, e che dunque insisterà.

Contro ogni evidenza, perché il messaggio è omogeneo e parla chiaro. Parla Roma, dove la fine del credito al Pd passato e presente è stata più travolgente di quanto chiunque si aspettasse. Parla Torino, dove gli effetti della crisi economica e sociale sono stati più forti del riformismo à la Marchionne del partito che vide la luce – non dimentichiamolo – al Lingotto. Parla perfino Milano, dove vince (di misura) una coalizione erede del centrosinistra più che il manager dell’Expo targato Renzi. Parlano, più di tutto, i 19 ballottaggi su 20 persi dal Pd contro il M5s, nonché i comuni persi a tappeto in Toscana, culla e già tomba del renzismo, evidentemente investita dopo la vicenda di Banca Etruria da una crisi di credito non solo finanziario.
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L'altra Europa con Tsipras

La sinistra riparte dalle lotte sociali: buone notizie da Torino

di Marco Revelli

La sera del 2 marzo l’Assemblea “Atene-Torino. La sinistra riparte dalle lotte sociali” convocata da un gruppo di persone che rappresentano un po’ tutte le aree della nostra variegata galassia, sociali e politiche, è stata un vero successo. Per la partecipazione: il salone della Fabbrica delle E di don Ciotti pieno, con gente in piedi (sono più di 400 i posti a sedere).

E per i contenuti: un video di 15 minuti di Luciano Gallino su austerità, debito e Jobs Act lucidissimo e utilissimo per capire (sarà disponibile in rete per chi lo volesse utilizzare). Un’introduzione trascinante di Argiris sulla Grecia e sul suo messaggio per noi (applauditissimo, ci ha dato la carica). Una seconda introduzione di Andrea Baranes sull’economia e il meccanismo perverso delle ricette neo-liberiste, ascoltato con grandissima attenzione.

E poi interventi, di cinque minuti l’uno, mai di maniera, tutti ricchi di documentazione, sulla povertà devastante a Torino (Leopoldo Grosso, coordinatore della campagna Miseria ladra), sulla condizione di lavoro e la crisi non certo alla fine (il Segretario della Fiom Federico Bellono, che ha svolto un ruolo centrale nella organizzazione della serata, e Passarino), sul Controsservatorio Valle Susa e l’intervento in valle del Tribunale dei Popoli (Livio Pepino con un filmato splendido di comunicazione NO TAV), sulla mobilitazione studentesca di queste settimane culminata con l’accoglienza a Renzi davanti al Politecnico (un giovane rappresentante di quel collettivo), sulla precarietà, la condizione giovanile e le politiche adeguate a organizzare le risposte (Spadon delle Officine corsare) intervallando con voci più specificamente politiche (Giorgio Airaudo, parlamentare e Fiom, che ha aperto gli interventi, Monica Cerutti di Sel, Ezio Locatelli di Rifondazione, il nostro Antonio Canalia), a dimostrazione che coalizione sociale e coalizione politica non stanno in contrapposizione ma si rinviano a vicenda.
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La Torino operaia degli anni Settanta

Torino, lo tsunami antioperaio tra presidi a Mirafiori e le lotte per il lavoro. In ricordo di Stefano Bonilli

di Loris Campetti

Era una brutta giornata d’autunno, l’autunno torinese. La spinta propulsiva dei 35 giorni di presidi ai cancelli di Mirafiori andava esaurendosi e crescevano le denunce per violenza privata, cioè contro i picchetti operai che disincentivavano i crumiri a varcare i cancelli o, peggio, a scavalcare il muro di cinta del gigante industriale – “il muro della vergogna”, tuonava il segretario generale della Fim Franco Bentivogli. In ballo c’erano 24 mila posti di lavoro e le conquiste di un decennio di lotte operaie.

L’appuntamento era al Teatro Nuovo, dove i vertici della Fiat guidata da Gianni Agnelli e, soprattutto, Cesare Romiti avevano convocato capi, impiegati e crumiri per invitarli alla “controrivoluzione”. Ci si aspettava qualche centinaio di “travet”, ma lo “sciafela leun” (schiaffeggia leoni, così chiamavamo Romiti) aveva lavorato bene, sguinzagliando tutti i suoi scherani: giornata di lavoro pagata e trasferta per i fuori sede. Arrivarono in migliaia, con cartelli e striscioni, grigi, brutti, rabbiosi: “Novelli, Novelli, riaprici i cancelli”, come se la protesta operaia fosse colpa del sindaco comunista. Teatro pieno, strada di fronte piena, partirono in corteo verso il comune. Io ero il cronista torinese del manifesto, Stefano quello inviato da via Tomacelli e con noi c’era un dirigente del Pci che al tempo si chiamava ancora Pci.

In tre guardavamo gli ascari del padrone sfilare, c’erano tante impiegate alla loro prima uscita sociale, emozionate e un po’ spaesate, vestite con l’abito della domenica. Stefano e il comunista (più tardi sarebbe approdato in Parlamento) si avvicinarono a una signora tirata a lucido appena uscita dal parrucchiere che alzava uno dei tanti cartelli di protesta antisindacale. “Si è fatta la permanente per l’occasione?”, chiesero con un sorriso raggiante, e lei visibilmente compiaciuta: “Sì, si nota?”. “Si nota – fu la risposta corale – ma la faccia resta sempre come il culo”. Cattiveria? No, rabbia di chi vede una storia finire, una storia iniziata un giorno d’autunno del ’69 e conclusa proprio da quella marcia dei cosiddetti 40 mila. In realtà erano al massimo la metà, e comunque una marea, violenta e fangosa. Uno tsunami antioperaio.
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Storie di operai-pescatori e di giornalisti storiografi

Operaio in mare aperto. Conversazione su lotta, uguaglianza, libertà
Operaio in mare aperto. Conversazione su lotta, uguaglianza, libertà
di Franco Tronci

Raramente mi capita di leggere un libro tutto d’un fiato. Mi è successo, di recente, per un testo, Operaio in mare aperto. Conversazione su lotta, uguaglianza, libertà, scritto da Gianni Usai con Loris Campetti. L’occasione mi ha anche consentito di scoprire che fa parte di una collana ( Palafitte) delle edizioni del Gruppo Abele che ha per dominante la Conversazione come occasione di scrittura e di racconto. La scelta editoriale dell’incontro fra le persone  e del dialogo vis à vis, in presenza, non è cosa da poco nell’epoca della comunicazione in assenza, della confusione fra tecnologia e significato, del narcisismo calligrafico e del culto del messaggio breve.

Nel caso del testo in oggetto, all’oralità è delegato il compito della ricostruzione dell’esperienza e dello scavo nella memoria, alla scrittura quello dell’ordine e della forma del racconto. Non guasta se ad agevolarle entrambe soccorra un’antica e cementata amicizia. Argomento centrale del volumetto è la vita di una personalità singolare di operaio-pescatore, Gianni Usai, che emigrato giovanissimo da Arbus a Torino con la famiglia, ha trascorso una buona parte dei suoi anni da operaio alla FIAT diventando protagonista di una stagione irripetibile di lotte politiche e sindacali, gli anni Sessanta e Settanta del “secolo breve”, per poi ritornare in Sardegna e costruirsi, con lo stesso impegno e tenacia e la collaborazione di un gruppo di pescatori della costa occidentale dell’Isola, un destino da cooperatore, organizzatore, esperto (ed altro) nell’industria ittica sarda.
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È morto a Torino Vittorio Rieser: la coscienza di classe nell’attuale capitalismo

Vittorio Rieser - Foto di Inchiesta Online
Vittorio Rieser - Foto di Inchiesta Online
di Vittorio Capecchi

La notizia della morte di Vittorio Rieser a Torino mi è arrivata stamattina. Con Vittorio mi legano moltissimi ricordi, dai corsi sindacali alla Ca’ vecchia a Bologna agli incontri a Formia con Vittorio Foa (dove essendoci tre Vittorio c’era sempre una qualche incertezza nel rispondere quando si sentiva chiamare Vittorio). Vittorio Rieser è stato un economista e sociologo del lavoro innovativo, competente, attento e appassionato che è partito dalle esperienze di inchiesta a Palermo con Danilo Dolci e a Torino con Quaderni Rossi per non smettere mai di interrogarsi su i cambiamenti nella classe operaia e nel capitalismo.

Su “Inchiesta” di aprile-giugno 1982 (numero 56) ricordo un suo lungo saggio (Vittorio Rieser: “Il sindacato di fronte ai mutamenti nella composizione di classe”) con gli interventi critici di Francesco Ciafaloni e Adele Pesce. Su Inchiesta online ho pubblicato tre suoi saggi scritti tra il febbraio e il maggio 2013. Per ricordarlo pubblico ancora una volta il saggio scritto per Vento Largo l’11 maggio 2013 che è un tipico saggio alla Rieser. Ciao Vittorio.
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Fiat - Foto di Martin Abegglen

Un tempo c’era Giuanin lamiera, l’Avvocato. Quanto è lontana la Fiat di oggi che chiude con Torino

di Loris Campetti

In val Chisone, dove la plurisecolare storia della Fiat ha avuto inizio e dove la fabbrica di cuscinetti a sfera di Villar Perosa costruita dal nonno senatore non si chiama più Riv ma porta il nome della multinazionale svedese Skf, per tutti era Giuanin lamiera. A Torino come a Roma, invece, per tutti era l’Avvocato, con la A maiuscola. Tra il Po e il Chisone, che dopo essersi unito al Pellice diventa un suo affluente, si stagliava l’impero degli Agnelli.

L’Avvocato poteva andare a comprare la cravatta a New York dopo aver messo fuori dalle sue fabbriche 23 mila operai, o infilarsi nell’elicottero per andare a fare il bagno in Grecia dopo aver benedetto l’accordo con Lama sulla scala mobile, ma sempre tra i due fiumi tornava, tra la collina di Torino e quella di Villar, luogo cult degli allenamenti e dei ritiri dell’amata (da lui, non fraintendetemi) Juventus. Del resto l’acronimo Fiat non vuol forse dire Fabbrica Italiana Automobili Torino?

Tutte le storie hanno un inizio e una fine. Il lucchetto sulla storia della Fabbrica Italiana Automobili Torino l’hanno messo lunedì 31 marzo il presidente Johm Elkann e l’amministratore delegato Sergio Marchionne, chiudendo l’ultima assemblea annuale, la centoquindicesima, degli azionisti Fiat svoltasi sulla riva del Po. La prossima si terrà in un albergo di Amsterdam, sede fiscalmente conveniente della nuova società Fca (Fiat Chrysler Automobil): così ha deciso il gotha del Lingotto per lasciare di stucco tanto il partito dei torinesi quanto quello dei tifosi di Detroit.
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