Salone del libro di Torino: il problema sono i legami con Salvini, noi non ci stiamo

di Tomaso Montanari e Salvatore Settis Come il collettivo di scrittori Wu Ming e come Carlo Ginzburg, anche noi abbiamo deciso di annullare la nostra partecipazione al Salone del Libro di Torino: avremmo dovuto presentare il nostro manuale di storia dell’arte per le scuole, improntato alla Costituzione. Ma non lo faremo: per protestare contro la […]

Tav Torino-Lione, una bolla lunga trent’anni

di Mauro Ravarino

Ogni giorno una dichiarazione, un tweet, una sparata creano ulteriore confusione sulla questione Tav. Che venga dall’opposizione o dalla maggioranza (l’ultima, «il risparmio di tempo sarà di un minuto e 20 secondi», di Simone Valente, sottosegretario M5s) non importa: l’esito è lo stesso, una bolla incomprensibile. Proviamo a sgonfiarla e a capire quali sono i punti fermi e quelli controversi.

Si parla da trent’anni della Torino-Lione e, al tempo, fu proposta con stime di traffico assolutamente esagerate, se le guardiamo con gli occhi di oggi. Tra il finire degli anni Ottanta e i primi Novanta si faceva un gran parlare di alta velocità e le famiglie del capitalismo italiano, poco prima dello scoppio di Tangentopoli, promettevano investimenti privati che mai si sono concretizzati. La Val di Susa capì che non era oro quel che luccicava e la sigla No Tav comparve presto in questo territorio resistente. Sono passati decenni e ora la tratta contestata fa parte del corridoio del Mediterraneo, dalla Spagna all’Ungheria, e non più della defunta, per quanto ancora citata, Lisbona-Kiev.

Nel 2017, una delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) ha ricalcolato la spesa totale del tratto transfrontaliero della Torino-Lione, ovvero quello condiviso da Italia e Francia – 65 chilometri di cui 57,5 di galleria a doppia canna -, alla luce dell’aumento del costo delle materie prime e dell’inflazione: la cifra è salita a 9,6 miliardi di euro in totale.
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La felicità delle comunità in lotta e il lugubre uomo della provvidenza

di Guido Viale

La giornata dell’8 dicembre ha messo in luce l’essenziale. A Roma, l’autocandidatura di Salvini a «Uomo della provvidenza» («dio e popolo!» All’occorrenza sostituiti da rosario e pasta al ragù); ma anche a padre – anzi, papà – e padrone del paese; e a capo, con felpa d’ordinanza, della Polizia di Stato: a sancire la coincidenza tra governo e partito e tra partito e corpi repressivi dello Stato.

Il tutto nel nome di «Prima gli italiani!»: non sfruttati contro sfruttatori, oppressi contro oppressori, poveri contro ricchi; ma tutti insieme contro i più miseri della Terra: i migranti costretti ad affrontare umiliazioni, torture, rapine, naufragi e morte per cercare di sopravvivere o di procurarsi un futuro sempre più difficile.

Ma nello sproloquio di Salvini i migranti sono passati in second’ordine, essendo ormai stato non solo «sdoganato», ma promosso e non più in discussione il diritto di chiunque, sindaco o semplice cittadino, di insultare, aggredire e umiliare chi ha bisogno di aiuto. Ora l’avversario di riferimento è l’Europa: da cui Salvini pretende «rispetto» promettendo che sarà lui, con la sua voce grossa, a farci rispettare.
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Verità e bufale sulla tav Torino-Lione

di Paolo Mattone, Livio Pepino e Angelo Tartaglia

Il “contratto di governo” tra M5Stelle e Lega prevede, con riguardo alla Nuova linea ferroviaria Torino-Lione, «l’impegno a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia». A ciò il ministro delle infrastrutture Toninelli ha aggiunto l’ovvio: cioè che, in attesa di tale confronto, ogni determinazione diretta a realizzare un avanzamento dell’opera sarebbe considerata dal Governo «un atto ostile».

Indicazioni assai caute, dunque, ben lungi da una dichiarazione di ostilità al Tav. Poi silenzio e rinvio all’analisi costi-benefici in corso di elaborazione da parte di una apposita commissione. Il tutto lasciando al loro posto, come rappresentanti del Governo, sfegatati supporter della nuova linea ferroviaria come Mario Virano, direttore generale di Telt (promotore pubblico responsabile della realizzazione e della gestione della sezione transfrontaliera della futura linea Torino-Lione), e Paolo Foietta, commissario straordinario del Governo per l’asse ferroviario Torino-Lione e presidente dell’Osservatorio della Presidenza del Consiglio originariamente costituito come luogo di studio e di confronto tra le parti interessate (e diventato ormai l’ultima ridotta dei sostenitori del Tav senza se e senza ma).

Tanto è bastato, peraltro, a produrre un duplice effetto. Da un lato ha finalmente aperto un dibattito sulla effettiva utilità dell’opera, fino a ieri esorcizzato dalla rappresentazione del movimento No Tav, complice la Procura della Repubblica di Torino, come un insieme di trogloditi e di terroristi.
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La sinistra è finita sotto il Tav

di Tomaso Montanari

Come stanno le cose sul Tav lo sa benissimo chi, oltre a difenderla, la poca stampa libera la legge anche. Una grande opera la cui necessità è “smentita dai fatti”, per citare le parole del commissario dell’Osservatorio sul Tav (che non è una istituzione terza, ma un’emanazione dell’opera). Un’opera fuori tempo, che serve solo a chi la costruisce. Un’opera insostenibile sul piano ambientale, e su quello democratico.

Un’opera che ha condotto lo Stato a imporre una sorta di stato d’assedio su una parte del proprio territorio (la Val di Susa) sollevando una gigantesca questione democratica in cui tutti i nodi sono venuti al pettine: dall’arretramento di un sindacato incapace di vedere il nesso tra il lavoro e i diritti della persona, ai drammatici limiti della libertà di espressione (il caso Erri De Luca, la condanna per le tesi di laurea ‘no Tav’). Un importante libro di Wu Ming 1 (Un viaggio che non promettiamo breve.Venticinque anni di lotte No Tav, Einaudi 2016) ha spiegato come la battaglia No Tav sia diventata una dei cruciali laboratori per qualunque sinistra possibile in un’Italia di fatto senza sinistra parlamentare.

Ora, è su questo punto che il discorso pubblico sulla manifestazione torinese di sabato scorso ha consumato l’ultima, simbolica, svolta. Mostrando in modo davvero definitivo che un importante blocco di opinione (quello, per intendersi, che si riconosce nelle posizioni di Repubblica) non intende superare, archiviare, criticare davvero le scelte strategiche della lunga stagione del centrosinistra. Una lunga stagione suicida.
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Marchionne: un sovrano intercambiabile

di Augusto Illuminati

Ammettetelo: una cosa simile non si era mai vista. Interminabili agonie con accanimento terapeutico, sì, ma si trattava di personaggi politici, corpi sacri di governanti e papi – Franco, Tito, Giovanni Paolo – e bisognava pure prendere tempo per risolvere il problema della successione quando non della sopravvivenza stessa del regime. Seguivano ben orchestrati funerali in cui alle masse veniva offerto lo spettacolo dell’eternità del regime, secondo la sua specificità. La sepoltura “centralistica” nella Valle de lo Caídos, la peregrinazione “federale” in treno per tutte le capitali jugoslave, la confluenza universale di tutti i vertici politici e confessionali in piazza San Pietro.

Certo, la riproposizione moderna dei “due corpi del re”, secondo la formula di Kantorovicz, quello naturale e corruttibile del portatore della sovranità e quello simbolico e incorruttibile della dignitas sovrana che legittima l’istituzione e la dinastia, strideva con la medicalizzazione a oltranza dell’agonia (e infatti, coerentemente Wojtyla la rifiutò, sospendendo le cure) – il corpo fisico viene privilegiato rispetto al corpo simbolico permanente, dimostrando un’evidente sfiducia nel secondo.

Nei primi due casi il gigantismo dell’impresa urtò con un evidente fallimento, a sanzione della crisi della sovranità nelle due versioni simmetriche (per fortuna nel caso franchista, per disgrazia in quello titino). Più ambiguo l’esito per Wojtyla, che rinnovava nel suo anacronistico progetto di una Ecclesia triumphans il motivo della rappresentazione dall’alto della sovranità divina in quella umana assoluta del Pontefice (secondo il Carl Schmitt del Römischer Katholizismus).

Se la cavò benissimo, dal suo punto di vista, nell’azione politica e nello spettacolo dell’agonia e del funerale, ma l’evoluzione della Chiesa andò, per buona sorte, in tutt’altra direzione e che i tempi fossero irreversibilmente cambiati lo si deduce dal confronto spietato fra la tomba michelangiolesca di Giulio II in S. Pietro in Vincoli e l’orinatoio eretto nel piazzale della stazione Termini.
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Marchionne: un bene per la Fiat, non per Torino

di Lorenzo Maria Alvaro

Sergio Marchionne è mancato all’età di 66 anni dopo un ricovero all’ospedale di Zurigo in cui era entrato il 27 giugno scorso. I media lo salutano come l’uomo che ha salvato l’auto italiana. In effetti dal 2004, da quando cioè Marchionne si è messo al timone della Fiat, il primo gruppo industriale italiano, considerato tecnicamente fallito, è diventato uno dei primi sette gruppi al mondo nella produzione di autoveicoli. Un risultato eccezionale. Ma quando e come ha beneficiato Torino di questa rinascita della sua industria simbolo? Ne abbiamo parlato con lo storico, sociologo e politologo Marco Revelli.

Non si sanno informazioni certe sulle condizioni di Sergio Marchionne, se non che sia in fin di vita…

Per questo vorrei fare una premessa: ci vuole un estremo rispetto umano per le condizioni di una persona. È molto difficile discutere freddamente sul bilancio di un operato nel campo delle politiche industriali quando una persona è in una condizione così difficile e di estrema sofferenza. Credo che questo vada sottolineato per chiunque. Che sia il migrante che naufraga o il manager che è in coma in ospedale.

Da dove partire per fare questo bilancio dell’operato di Sergio Marchionne al timone Fiat?

Dal punto di vista della valutazione oggettiva del suo operato in questi 14 anni in cui è stato il capo di quella che era la più grande industria italiana e forse era l’industria italiana credo che la valutazione debba essere differenziata per fasi.
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Libri e non solo, il Mi-To della lettura

di Vincenzo Vita

Si è chiuso domenica scorsa con ottimi risultati il Salone del Libro di Torino. L’appuntamento piemontese è una scadenza prestigiosa, malgrado le polemiche e i problemi di gestione che l’hanno attraversata. Ottimo il lavoro, e non era facile, del presidente Massimo Bray e del direttore Nicola Lagioia. Ma come è noto, a Milano si è tenuta nel marzo scorso la seconda edizione di «Tempo di libri» organizzata dall’Associazione italiana editori (Aie) insieme alla Fiera di Milano. Due iniziative vicine nel tempo e in concorrenza – almeno un anno fa – esplicita, persino esibita.

La domanda legittima, che meriterebbe una risposta non banale, è perché vi debba essere in Italia (caso pressoché unico) una così secca contesa, a fronte di un settore esiguo e surclassato purtroppo nella dieta mediale dal cannibalismo televisivo e, al momento, non aiutato – come potrebbe- dalla rete. Un fatturato di quasi tre miliardi di euro fa, però, da contrappunto a un paese che legge un libro all’anno per il 40% e che ha un analfabetismo di ritorno prepotente. E, comunque, le risorse che ruotano attorno al libro sono sì e no un terzo di quelle attratte dal video.

In tale condizione di difficoltà, costellata di continue chiusure di librerie e di biblioteche, un «duopolio» conflittuale non è molto comprensibile. Se è ingenuo immaginare di unificare i due eventi, è credibile uno sforzo per rendere complementari e integrate le manifestazioni. Del resto, il raccordo tra Milano e Torino è un desiderio antico: «MiTo».
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Alfredo Tradardi, nel mio giardino dei giusti

di Angelo D’Orsi

Chi non ha conosciuto Alfredo Tradardi, ora che se n’è andato, ha perso molto. Alfredo è stato una figura rarissima, sotto molti aspetti. Un appassionato militante per la causa palestinese innanzi tutto, per la quale ha speso larga parte della sua vita, e delle sue energie, di ogni genere. Alfredo però ha avuto una biografia complessa e articolata, come suol dirsi. Una vita ricca, intensa, che è stata spezzata da una fine imprevista e improvvisa, per un morbo non grave, ma che tale è diventato, perché sottovalutato, a quanto comprendo o scoperto troppo tardi.

Era nato all’Aquila, il giorno di Natale del 1936, è morto a Torino il giorno della Liberazione, del 2018. Diplomato al Liceo Classico di Ivrea, scelse poi la strada delle scienze applicate, laureandosi in Ingegneria, ottenendo un impiego, nel 1960, alla mitica Olivetti dei tempi d’oro, una fabbrica che fu un autentico laboratorio culturale, oltre che un centro di sperimentazione di un “capitalismo dal volto umano”. Alla Olivetti lavorò per un trentennio, fino al 30 novembre 1991, svolgendo ruoli di rilievo: progettista di telescriventi, coordinatore di gruppi di analisti/programmatori di sistemi informatici non solo per quella azienda, ma per altre, esterne.

Fu anche direttore di filiale e direttore marketing dei sistemi di telecomunicazione Olivetti. E via seguitando, mostrando capacità gestionali, tecniche, organizzative, e relazionali, oltre che una specifica intelligenza informatica: fu da questo punto di vista un autentico pioniere. Fu anche assessore alla Cultura a Ivrea, per due volte, negli anni Settanta e nei Novanta, con notevolissimi risultati.
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Torino, la Juve e l’Heysel: un flashback, tragedie non elaborate che tornano

di Loris Campetti

Ci sono momenti che un cronista non potrà mai dimenticare. La mente seleziona i ricordi, gli occhi le immagini. Ancora oggi mi capita di svegliarmi di notte sudato dopo aver rivissuto una volta ancora la notte della Diaz nel 21 luglio 2001, quel maledetto elicottero con i fari puntati su un mattatoio sudamericano, quelle decine di barelle con i corpi pestati di ragazzi e ragazze, quei muri della scuola imbrattati dal sangue di una generazione che credeva, come Carlo Giuliani ucciso il giorno prima dal carabiniere Placanica, che un altro mondo fosse possibile.

C’è un’altra notte che non potrò mai dimenticare, quella del 29 maggio 1985 nelle strade e nelle piazze di Torino: una grande festa per la conquista juventina della coppa dei campioni contro i reds del Liverpool, un ballo collettivo sui corpi di 39 tifosi morti all’Heisel chi per asfissia, chi con il torace sfondato, tutti travolti nella calca dopo il crollo di un muretto di supporto sotto la pressione dei tifosi inglesi. Un balletto satanico, quello in piazza San Carlo a Torino, iniziato però nello stadio di Bruxelles con i calciatori bianconeri che facevano il giro di campo alzando una coppa piena di sangue.

La partita, sospesa per un’ora e mezza con i giocatori chiusi negli spogliatoi, era ripresa su ordine della Uefa e della prefettura e con la complicità delle due società che si contendevano il trofeo dopo la strage sugli spalti. The show must go on, e lo spettacolo è continuato per tutta la notte a Torino con cori festosi e caroselli mentre scorrevano fiumi di birra e di vino in via Roma, piazza Castello, piazza Solferino, piazza Vittorio, quando ormai ognuno sapeva che quella coppa con le orecchie non era piena di champagne ma di sangue mentre le pance dei tifosi juventini erano piene di birra. Ma quel che contava era che Platini aveva punito i reds.
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