Ultras, curva Piazza Maggiore - Foto di Antonella Beccaria

Calcio e ultras, “Caruso proprio no”. E poi chi l’avrebbe deciso?

di Giuseppe Scandurra

Da quando è diventato un’attività di massa il calcio è sicuramente tra gli sport più rappresentati nella letteratura e nella cinematografia occidentale. Oggetto di scrittura non solo di una letteratura “romantica”, “epica”, “popolare”, ma anche materia di riflessione per filosofi e poeti. Per questo molti sociologi e antropologici hanno concentrato il loro sguardo sul calcio, anche come possibilità, forse l’ultima, di scrivere quanto di conflittuale sopravvive nella nostra cultura, occidentale ed europea, apparentemente pacificata. Inoltre, negli ultimi anni, tale interesse verso questo sport è comprensibile in relazione ad un altro fatto: il calcio, infatti, ha un suo social problem, ovvero la violenza degli ultras.

Dagli anni Settanta, nei principali giornali, sportivi e non, locali e nazionali, questi “tifosi estremi” sono stati rappresentati come “teppisti”, “delinquenti”, “estremisti”, “pazzi”, “psicopatici”. Rappresentazioni che non hanno mai permesso di capire quale sia il punto di vista di queste persone quando agiscono le loro pratiche giudicate dai media come “violente”. Rappresentazioni che, tra l’altro, non nascono certamente nei nostri giorni se pensiamo che a Bologna, il 10 marzo 1580, venne emanato un bando in cui le autorità proibivano il “gioco del calzo” minacciando la pena di cento scudi e frustate ai trasgressori.

Nel 1992 il Ce.S.Co.De.C. – Centro Studi sui Comportamenti Devianti e Criminali legato al Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna – in collaborazione con l’Assessorato allo Sport del Comune di Bologna e il “Centro Bologna Clubs”, con il patrocinio del quotidiano locale “Il Resto del Carlino” organizzò a Casalecchio di Reno un seminario. In quell’occasione, studiosi (ma nessun ultras), protagonisti e operatori del mondo del calcio si ritrovarono per discutere del fenomeno della violenza negli stadi.
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