Il punto zero dell’urbanistica in Emilia Romagna

di Antonio Bonomi

Non tira un buon vento per la disciplina urbanistica nella Regione Emilia-Romagna, ammirata un tempo in Italia e all’estero. Quella che era uno dei vanti della nostra storia recente con la tutela dei Centri storici, l’edilizia economica e popolare trainante, l’eccellenza quantitativa e qualitativa delle opere di urbanizzazione, la tutela del paesaggio collinare e costiero, sta manifestando visibili pecche. Nello spreco di suolo fertile e permeabile siamo passati ai primi posti nella classifica nazionale. L’inquinamento da gas e micropolveri affligge, ai massimi in Europa, la nostra striscia di pianura.

Il nodo dei trasporti pubblici e privati presenta criticità e inefficienze e a fronte di una smagliante Mediopadana di Calatrava la stazione Centrale di Bologna rimane al palo, orfana perfino di un Servizio Ferroviario Metropolitano passante. La pianificazione territoriale di area vasta, che fino a poco fa era una rete di avanzate competenze, si è liquefatta con l’inconsulto scioglimento delle Province e la stasi delle Unioni di Comuni.

Da ultimo, la presentazione della proposta di legge della Giunta Regionale sull “Uso e Tutela del Territorio” è accolta da una bordata di biasimo della cultura urbanistica. Qui mi sembra opportuno fare un po’ di glossario critico sui diversi tipi di Piani Urbanistici previsti dalla legge vigente e dal nuovo testo.
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Difesa del territorio, difesa della democrazia

di Paolo Ortelli

Le parole dell’iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile.
Alessandro Manzoni, I promessi sposi
La forma di una città cambia più in fretta – ahimè – del cuore degli uomini.
Charles Baudelaire

A commento del successo internazionale della Grande bellezza, Raffaella Silipo scriveva sulla Stampa: «Gli americani si immaginano l’Italia esattamente così: splendide pietre e abitanti inconcludenti». E se invece non fosse così? Se l’Italia decadente degli ultimi decenni fosse anzi l’opposto di quella imbelle, invecchiata e rassegnata, che si consola contemplando dall’alto le proprie bellezze imperiture, ritratta nel film di Sorrentino?

L’Italia è piuttosto un paese in cui sempre più persone e associazioni si ergono a difesa del bello, lottano per una riscossa civile contro la prepotenza distruttiva del cemento, rivendicano il diritto a un territorio sicuro, confortevole, funzionale; e in cui altrettante persone e associazioni, più semplicemente, si prendono cura di angoli del paese dimenticati dalle istituzioni. Si moltiplicano i comitati locali, Fai, Italia Nostra e Legambiente registrano sempre maggior seguito, l’opposizione al saccheggio del territorio è folta e coraggiosa e non teme le speciose etichette di sindrome Nimby (Not In My BackYard). I giovani rispolverano espressioni come «la bellezza salverà il mondo», figure come Tomaso Montanari e Massimo Bray divengono punti di riferimento per chi spera ancora in una rinascita della sinistra, e fra le tante contraddizioni grilline prova a farsi largo (con qualche difficoltà, basti pensare alla vicenda di Paolo Berdini a Roma) la parte migliore del Movimento cinque stelle, quella che propone una gestione del territorio più democratica e avanzata.
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Urbanistica in Emilia Romagna: che tristezza

di Piergiorgio Rocchi

Se fosse lecito associare sentimenti ed emozioni alla lettura di un arido e lungo articolato di una proposta di legge, nel caso della “tutela e uso del territorio” della Giunta Regionale dell’Emilia-Romagna, parlerei senza mezzi termini di tristezza. Tristezza perché nella regione in cui l’Urbanistica è praticamente nata – ed è nata nei Comuni non nelle Università -, nella regione che ha ‘inventato’ gli Standards (cioè le dotazioni pro-capite di servizi per i cittadini, verde, parcheggi, etc), ben prima del decreto nazionale n.1444/68, nella regione dove il Territorio è sempre stato al centro delle attenzioni pianificatorie e il ‘Pubblico’ l’interesse primario da perseguire nei processi di trasformazione, bene in questa stessa regione un progetto di legge ne decreta la morte.

Anni e anni di esperienze, di battaglie esaltanti, di tutela dei diritti dei cittadini contro lo strapotere dei signori del mattone, persi in un attimo, una rottura definitiva e insanabile con un corpus disciplinare e progettuale che ha risparmiato per anni al nostro territorio regionale, i guasti e gli orrori che la rendita ha prodotto nel resto d’Italia. Si, forse ad un bilancio più attento si potrebbero trovare incrinature, errori, ma nessuno ha fatto un vero rendiconto dell’esperienza urbanistica alla luce dell’ultima legge sfornata 17 anni fa, la legge 20/2000. Che rimane un’ottima legge, innovativa che legava in modo operativo la sostenibilità ambientale alle ragioni di una pianificazione urbanistica nella quale a dettare le regole erano gli enti locali nell’interesse pubblico.
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La nuova legge urbanistica? Suolo minacciato e territorio merce per fare profitti

di Ravenna e dintorni

Lo scorso 27 febbraio la Giunta Bonaccini ha approvato il progetto di legge riguardante la nuova Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio, aprendo il dibattito tra forze politiche e associazioni anche contrarie alla proposta “licenziata” da viale Aldo Moro. Alcune di queste si sono ritrovate nel pomeriggio di venerdì a Ravenna per l’incontro dal titolo: “Un suolo in pericolo? La nuova disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio”. L’evento è stato coordinato da Michela Guerra e Raffaella Sutter, capigruppo in consiglio comunale rispettivamente dei movimenti CambieRà e Ravenna in Comune che, insieme a Lista per Ravenna e Pd (era presente in sale anche l’assessore Federica Del Conte), hanno firmato un ordine del giorno atto a promuovere, presso la stessa Giunta Regionale, azioni necessarie alla modifica del testo di legge.

Dall’analisi fatta dai relatori emerge una bocciatura senza appello della riforma urbanistica regionale, sbandierata come strumento per perseguire il fatidico consumo zero di suolo. L’incongruità più eclatante sottolineata è proprio l’assenza di una reale politica di annullamento della cementificazione. Nelle sue premesse la norma si presenta come feroce nemica del consumo di suolo, ma i contenuti – indicano gli interventi – smentiscono questi principi. Sono infatti previsti la conferma di tutte le potenzialità edificatorie già approvate prima della nuova legge (tramite accordi e Piani Particolareggiati) e una concessione di nuove potenzialità per un massimo del 3 percento. Una percentuale apparentemente inconsistente ma che, ad esempio per una città come Ravenna, ha precisato Ezio Righi (responsabile territorio di Italia Nostra Regionale) può valere fino a 2,5 km quadrati di nuove urbanizzazioni che si aggiungerebbero a quelle già concesse.
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Proposta di legge urbanistica regionale: i problemi ci sono anche in Sardegna

di Stefano Deliperi

Dopo anni di meditazioni, la Giunta regionale Pigliaru ha proposto la tanto attesa legge urbanistica sarda. Sono testi complessi, recentemente pubblicati sul sito web istituzionale della Regione autonoma della Sardegna [1]. Un elemento importante per la partecipazione e il coinvolgimento in scelte così rilevanti per l’Isola è dato dal quanto previsto nella medesima deliberazione di approvazione: “il disegno di legge sarà … pubblicato in una apposita sezione del sito istituzionale e aperto alle osservazioni di tutti gli attori coinvolti sui temi della pianificazione territoriale e paesaggistica: parti istituzionali, parti economiche e sociali, università, ordini professionali, organismi in rappresentanza della società civile, associazioni ambientali, soggetti portatori degli interessi e delle volontà dei territori”.

Ci sarà, quindi, una fase di partecipazione pubblica e, in quella sede, potranno trovar corpo approfondimenti e analisi critiche consone. Un’anticipazione doverosa di quanto opportunamente previsto dall’art. 25 del disegno di legge riguardo il dibattito pubblico sulle grandi opere (“La realizzazione di interventi, opere o progetti, di iniziativa pubblica o privata, con possibili rilevanti impatti di natura ambientale, paesaggistica, territoriale, sociale ed economica è preceduta da un dibattito pubblico sugli obiettivi e le caratteristiche degli interventi”). Disposizione che si appresta a entrare nell’ordinamento regionale sulla scorta di quel debat public, la c.d. legge Barnier, la n. 95-101 del 2 febbraio 1995 e parzialmente modificata nel 2001-2002, che – secondo stime di esperti – ha ridotto dell’80% la conflittualità relativa ai progetti con sensibile impatto ambientale.
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Urbanistica in Emilia Romagna: che fare?

di Antonio Bonomi

Con il convegno Fino alla fine del suolo del 3 febbraio 2017, promosso in Regione dai gruppi consiliari dell’Altra Emilia Romagna e Movimento 5 Stelle si è concretizzata la bordata di critiche alla prima stesura della “bozza del progetto di legge contenente la Disciplina Regionale sulla Tutela e l’uso del territorio”. Illustri studiosi e conoscitori della materia hanno rilevato la sostanza profondamente regressiva di tale testo rispetto alla dottrina e alla prassi finora in vigore.

Dove era sancito il pieno diritto delle assemblee elettive degli Enti Locali, Comuni e loro Unioni, Province e Regione di conformare attraverso i Piani Urbanistici il territorio con i suoi vincoli, le aree urbanizzate e urbanizzabili, le infrastrutture e la città pubblica, si dovrebbe ora passare a un regime di singoli accordi nel quale le trasformazioni d’uso di immobili dipendono dalla richiesta e dalla progettualità dei proprietari. All’Ente pianificante, totalmente subordinato a tali richieste e alle aspirazioni di profitto dei proprietari, rimarrebbe solo la verifica della rispondenza dei progetti a normative e vincoli, ma in fretta, per carità, per non tarpar le ali alle speranze di attuazione, pena il ricorso al fatto compiuto del silenzio-assenso.

Possiamo bene immaginare di chi siano le pressioni per arrivare a questa “controrivoluzione anti-piano”: la coorte della speculazione e della rendita, dei costruttori che ne approfitteranno e dei loro fiancheggiatori partitici. La rendita immobiliare, oligopolistica e parassitaria di per se, si continua a formare nella trasformazione da terreno agricolo e “naturale” in area urbanizzata edificabile, abitativa per i servizi e la produzione manifatturiera, nello “spreco di territorio”, riflettendosi poi anche nella “rigenerazione” dell’urbanizzato esistente.
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Porto Ferro e dintorni, un piano di utilizzo dei litorali da rivedere

di Stefano Deliperi

Il Comune di Sassari sta giustamente completando il quadro di pianificazione del suo territorio, uno dei più vasti d’Italia. Dopo il piano urbanistico comunale (P.U.C.), in vigore dal 2014 e contenente alcune scelte ben poco meditate, come quella dell’ipotesi di trasformazione edilizia della Campagna Bellieni, ora sostanzialmente scongiurata grazie al vincolo storico-culturale (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), ora è la volta del piano particolareggiato del centro storico e del piano di utilizzo dei litorali a scopo ricreativo (P.U.L.), fondamentali strumenti urbanistici attuativi.

Il P.U.L. di Sassari è stato adottato con la con deliberazione Consiglio comunale n. 3 del 24 gennaio 2017 e prevede alcune scelte molto discutibili. Fra queste sicuramente la fruizione balneare “tradizionale”, cioè stabilimenti, chioschi, ombrelloni, come una qualsiasi “spiaggia urbana”, di Porto Ferro e della raccolta caletta di Lampianu – Rena Maiore.

Fra l’altro, pur interessando aree rientranti nella Rete Natura 2000 (S.I.C., Z.P.S.) con specifico piano di gestione, non risulta sottoposto preventivamente alla necessaria procedura di valutazione di incidenza ambientale (V.Inc.A.).

Il litorale e la spiaggia di Porto Ferro, con le sue tre Torri costiere del XVII secolo (Bantine Sale, Torre Negra, Torre Bianca), costituiscono un sistema costiero di rilevante importanza naturalistica ambientale e paesaggistica, con ambienti dunali e di macchia mediterranea di rara suggestione e bellezza. L’area è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) e con vincolo di conservazione integrale (della legge regionale n. 23/1993).
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Lavoro e salvaguardia del territorio: obiettivi da non separare

di Marco Ligas

Parliamo spesso della crisi del Basso Sulcis e delle aziende legate al polo dell’alluminio. Continueremo a parlarne perché riteniamo che quel territorio abbia bisogno di interventi diversi e più radicali di quelli sinora realizzati. Purtroppo, o per ragioni speculative e clientelari o per un timore ingiustificato nei confronti di uno sviluppo alternativo che corregga le esperienze del passato, ancora oggi vengono riproposte politiche inadeguate e soprattutto dannose.

Bisogna sconfiggere questa tendenza e accettare l’ipotesi che qualunque intervento si voglia realizzare in quel territorio deve essere finalizzato alla promozione di attività produttive funzionali ai bisogni delle popolazioni e non può essere disgiunto da un’opera di risanamento radicale.

È la tutela della salute dei cittadini che impone questa scelta. Da alcuni anni si conoscono le informazioni fornite dall’Istituto Superiore della Sanità e dal Ministero dell’ambiente in merito alla quantità e pericolosità degli inquinanti presenti nel Basso Sulcis.

Sono informazioni preoccupanti e c’è da chiedersi il perché dei silenzi e dell’indifferenza mostrati dall’Eurallumina e dalle istituzioni regionali e comunali. È bene ricordare che loro compito è anche quello di occuparsi della salute dei cittadini, soprattutto laddove è accertata una crisi ambientale e sanitaria grave.
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#SardegnaAvvelenata: Portoscuso, soldi pubblici sprecati, inquinamento, salute e paracarri

di Stefano Deliperi

Incredibile. Donatella Emma Ignazia Spano, Assessore della Difesa dell’Ambiente della Regione autonoma della Sardegna, e Tore Cherchi, già parlamentare della Repubblica nonché amministratore locale sulcitano e ora coordinatore del Piano Sulcis, all’unisono magnificano i risultati della recente conferenza di servizi tenutasi presso il Ministero dell’Ambiente sulla bonifica e messa in sicurezza della falda acquifera di Portoscuso: i costi saranno sostenuti dalle aziende che hanno inquinato.

Si tratta della banale applicazione del principio secondo cui chi inquina paga. E’ stabilito dalla legge (art. 3 ter del decreto legislativo n. 152/2006 e successive modifiche e integrazioni) e dalla normativa comunitaria. Nessun regalo, nessuna vittoria, solo l’applicazione della legge. La dice lunga su come vengano affrontati i problemi ambientali, sanitari di un’intera popolazione e della riconversione industriale.

Su connottu. Come si è sempre fatto. Industria pesante e inquinante, fuori mercato e sostenuta da fondi pubblici. Per esempio, ben 74,1 milioni di euro sui 668,6 milioni di euro del Piano Sulcis sono destinati alla ripresa dell’attività dell’Eurallumina. Ampliamento del bacino dei fanghi rossi, “solita” attività inquinante, nessuna certezza di poter vendere sul mercato internazionale l’alluminio primario.
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L’urbanistica muore in Emilia Romagna: fino alla fine del suolo

di Sergio Caserta

Venerdì 3 febbraio nella sede della regione si è svolto il convegno “fino alla fine del suolo”, promosso dai gruppi consiliari del Movimento cinque stelle e dell’Altra Emilia Romagna. L’incontro, molto partecipato, aveva lo scopo di discutere pubblicamente e in modo approfondito la nuova “disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio”.

La legge che dovrà, nelle intenzioni del proponente assessore Raffaele Donini, sostituire l’attuale legge 20 del 2000, si pone l’obiettivo di ridurre il consumo di suolo per nuove realizzazioni entro il 3% per giungere entro il 2050 al cosiddetto “consumo a saldo zero”(come prescritto dalle norme europee), dato dal saldo tra le aree per le quali la pianificazione prevede insediamenti al di fuori del perimetro urbanizzato e quelle per le quali. all’interno dello stesso perimetro, preveda la rimozione del cemento e dell’asfalto esistente.

Ora a questo enunciato seguono una serie di norme che stabiliscono eccezioni e deroghe che di fatto vanificano l’obiettivo del contenimento entro il 3% del consumo di suolo. Infatti la legge prevede che tutti i progetti rientranti in piani comunali o sovra comunali preesistenti, nel momento in cui i proprietari delle aree interessate alle trasformazioni, ampliamenti e nuove edificazioni, comunichino entro i prossimi tre (o forse addirittura cinque) anni la volontà di dar corso all’intervento, il Comune non potrà rifiutarsi di inserire il progetto nel nuovo unico strumento di governo del territorio, il PUG piano urbanistico generale che sostituirà tutti gli strumenti precedentemente previsti.
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