Ancora sulla legge urbanistica dell’Emilia Romagna: interviene il consigliere Alleva

di Tomaso Montanari

Ricevo dal professor Piergiovanni Alleva, consigliere di opposizione dell’Assemblea Regionale dell’Emilia Romagna.

Occorre dare atto all’Assessore alle infrastrutture della Regione Emilia-Romagna di essere un interlocutore affabile e dialogico, infatti il più delle volte (non proprio sempre) non si sottrae al confronto. Egli è anche intervenuto al primo convegno “Fino alla fine del suolo” – promosso in Regione dall’Altra Emilia Romagna, insieme al M5S, nello scorso mese di marzo -, dopo aver ascoltato gli interventi degli eminenti urbanisti e studiosi che hanno mosso argomentate critiche alla proposta di legge della Giunta “disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio” numero 218 del 27 febbraio 2017.

Anche in quell’occasione, come nella recente risposta all’articolo di Tomaso Montanari (la Repubblica, 8 agosto scorso) che riprende la sua prefazione al libro promosso da AER Consumo di luogo (ed. Pendragon, curato da Ilaria Agostini, ricercatrice di urbanista presso l’Università di Bologna), egli evita accuratamente di entrare nel merito degli argomenti che evidenziano le vistose incoerenze e contraddizioni che pongono radicalmente in discussione gli enunciati obiettivi della proposta di limitazione nel consumo di suolo, di semplificazione delle procedure, di difesa della legalità e di sviluppo economico attraverso la riqualificazione urbana. Una legge che mette in allarme non folle di esagitati contestatori, ma il meglio della cultura urbanistica di una Regione che fu all’avanguardia in Italia per la capacità di preservare il territorio dalle offese inflitte in tante altre parti del Paese.
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Legge urbanistica Emilia Romagna: perché è pericolosa

di Tomaso Montanari

L’8 agosto ho pubblicato su Repubblica un articolo dedicato alla pessima legge urbanistica che sta per essere approvata dal Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna. Il giorno dopo ha replicato, con molto spazio e nessun argomento, l’assessore Donini. Io non ho avuto occasione di replicare. Lo fa ora, con la lettera che pubblico di seguito, una delle massime esperte di consumo di territorio, la bolognese Paola Bonora.

Caro Tomaso,

avevo letto con grande piacere il tuo articolo su Repubblica dell’8 agosto sulla legge urbanistica dell’Emilia-Romagna. Speravo nell’apertura di una discussione nazionale visto con quanto impegno il giornale affronta il tema dell’abusivismo e del destino del territorio martoriato da troppe costruzioni. Ma la risposta dell’assessore di due giorni dopo sembra aver messo un macigno su qualsiasi confronto, a conferma che l’Emilia appartiene a un universo parallelo inscalfibile, non ? chiaro se per l’antica reputazione o se per disegni neogovernativi che solo qui possono mostrare consenso.

Non a caso non si è mai aperta una riflessione sulle scelte urbanistiche operate in Emilia-Romagna, sia in termini di suolo consumato (sempre tra le quote più alte a livello nazionale), che di strumenti urbanistici e fiscali applicati (fino a illeciti ammanchi erariali che hanno superato il mezzo miliardo di euro a favore dei costruttori proprio negli anni delle plusvalenze stratosferiche della bolla speculativa – come ho documentato sulla rivista Il mulino). Nell’indifferenza generale e nell’illuminata continuità dell’amministrazione.
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Accordo per Bagnoli: quando si può arrivare a un buon risultato

di Vezio De Lucia

Non ci posso credere, spero di non sbagliarmi, ma l’accordo su Bagnoli sottoscritto nei giorni scorsi a Napoli fra il ministro De Vincenti e il sindaco de Magistris sembra un buon accordo. Conferma le scelte di fondo del piano regolatore e del piano attuativo formati negli anni ormai lontani di Bassolino e rimaste impantanate per successivi errori e ripensamenti.

Se davvero si smantellano i 20 ettari della colmata a mare (formata da loppe d’altoforno e altri materiali) che nell’ultimo mezzo secolo hanno deformato la linea di costa; se davvero non c’è nessuna riduzione della superficie del parco e nessun aumento di cubatura rispetto alle previsioni comunali; se davvero i tre chilometri della spiaggia di Coroglio sono restituiti alla balneazione; se davvero è stata recuperata la continuità fra il parco e la spiaggia; se finalmente si arretrano a monte di via Coroglio i volumi della Città della scienza da ricostruire dopo l’incendio del 2013: se queste cose sono vere, allora penso di poter tranquillamente dichiarare che siamo di fronte a un esito più che soddisfacente.

Aggiungo subito che secondo me non tutto è risolto, a partire dalla localizzazione del porto a Nisida – ci torno in seguito – ma nel complesso un risultato importante è stato raggiunto e penso di poter dire che sono stati decisivi le opposizioni, le preoccupazioni e gli allarmi espressi negli ultimi tre anni per far capire al governo (prima Renzi, poi Gentiloni) che non c’erano le condizioni per mettere le mani su Bagnoli.
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Emendamenti alla legge regionale sull’urbanistica in Emilia Romagna: perché non sono d’accordo

di Antonio Bonomi

Nei giorni scorsi sono stati pubblicati i 13 punti per emendare il progetto di legge urbanistica regionale in Emilia Romagna. Non sono d’accordo con alcuni dei punti elencati, anche perché non coerenti con l’indirizzo generale della proposta e quindi di ardua formulazione. Esempio:

    1. non può essere la legge, di per se a garantire la fine del consumo di suolo, se non nei termini dell’art.2, della vigente L.R.20/2000 che recita: f) prevedere il consumo di nuovo territorio solo quando non sussistano alternative derivanti dalla sostituzione dei tessuti insediativi esistenti ovvero dalla loro riorganizzazione e riqualificazione. Solo l’obbligo a redigere prioritariamente un Piano Urbanistico Regionale che vincoli e salvaguardi tutti i terreni esclusi dai luoghi urbanizzati, quale che sia la loro destinazione di Piano o accordi, come risultanti dal rilievo satellitare può arrestare il consumo di suolo fertile permeabile e lo spreco dello stesso (in quanto bene comune primario).
    2. Fra le fonti legislative è necessario citare la “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948 segnatamente Art 17 che garantisce il diritto di abitazione e da esproprio arbitrario di tale diritto.

Il punto zero dell’urbanistica in Emilia Romagna

di Antonio Bonomi

Non tira un buon vento per la disciplina urbanistica nella Regione Emilia-Romagna, ammirata un tempo in Italia e all’estero. Quella che era uno dei vanti della nostra storia recente con la tutela dei Centri storici, l’edilizia economica e popolare trainante, l’eccellenza quantitativa e qualitativa delle opere di urbanizzazione, la tutela del paesaggio collinare e costiero, sta manifestando visibili pecche. Nello spreco di suolo fertile e permeabile siamo passati ai primi posti nella classifica nazionale. L’inquinamento da gas e micropolveri affligge, ai massimi in Europa, la nostra striscia di pianura.

Il nodo dei trasporti pubblici e privati presenta criticità e inefficienze e a fronte di una smagliante Mediopadana di Calatrava la stazione Centrale di Bologna rimane al palo, orfana perfino di un Servizio Ferroviario Metropolitano passante. La pianificazione territoriale di area vasta, che fino a poco fa era una rete di avanzate competenze, si è liquefatta con l’inconsulto scioglimento delle Province e la stasi delle Unioni di Comuni.

Da ultimo, la presentazione della proposta di legge della Giunta Regionale sull “Uso e Tutela del Territorio” è accolta da una bordata di biasimo della cultura urbanistica. Qui mi sembra opportuno fare un po’ di glossario critico sui diversi tipi di Piani Urbanistici previsti dalla legge vigente e dal nuovo testo.
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Difesa del territorio, difesa della democrazia

di Paolo Ortelli

Le parole dell’iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile.
Alessandro Manzoni, I promessi sposi
La forma di una città cambia più in fretta – ahimè – del cuore degli uomini.
Charles Baudelaire

A commento del successo internazionale della Grande bellezza, Raffaella Silipo scriveva sulla Stampa: «Gli americani si immaginano l’Italia esattamente così: splendide pietre e abitanti inconcludenti». E se invece non fosse così? Se l’Italia decadente degli ultimi decenni fosse anzi l’opposto di quella imbelle, invecchiata e rassegnata, che si consola contemplando dall’alto le proprie bellezze imperiture, ritratta nel film di Sorrentino?

L’Italia è piuttosto un paese in cui sempre più persone e associazioni si ergono a difesa del bello, lottano per una riscossa civile contro la prepotenza distruttiva del cemento, rivendicano il diritto a un territorio sicuro, confortevole, funzionale; e in cui altrettante persone e associazioni, più semplicemente, si prendono cura di angoli del paese dimenticati dalle istituzioni. Si moltiplicano i comitati locali, Fai, Italia Nostra e Legambiente registrano sempre maggior seguito, l’opposizione al saccheggio del territorio è folta e coraggiosa e non teme le speciose etichette di sindrome Nimby (Not In My BackYard). I giovani rispolverano espressioni come «la bellezza salverà il mondo», figure come Tomaso Montanari e Massimo Bray divengono punti di riferimento per chi spera ancora in una rinascita della sinistra, e fra le tante contraddizioni grilline prova a farsi largo (con qualche difficoltà, basti pensare alla vicenda di Paolo Berdini a Roma) la parte migliore del Movimento cinque stelle, quella che propone una gestione del territorio più democratica e avanzata.
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Urbanistica in Emilia Romagna: che tristezza

di Piergiorgio Rocchi

Se fosse lecito associare sentimenti ed emozioni alla lettura di un arido e lungo articolato di una proposta di legge, nel caso della “tutela e uso del territorio” della Giunta Regionale dell’Emilia-Romagna, parlerei senza mezzi termini di tristezza. Tristezza perché nella regione in cui l’Urbanistica è praticamente nata – ed è nata nei Comuni non nelle Università -, nella regione che ha ‘inventato’ gli Standards (cioè le dotazioni pro-capite di servizi per i cittadini, verde, parcheggi, etc), ben prima del decreto nazionale n.1444/68, nella regione dove il Territorio è sempre stato al centro delle attenzioni pianificatorie e il ‘Pubblico’ l’interesse primario da perseguire nei processi di trasformazione, bene in questa stessa regione un progetto di legge ne decreta la morte.

Anni e anni di esperienze, di battaglie esaltanti, di tutela dei diritti dei cittadini contro lo strapotere dei signori del mattone, persi in un attimo, una rottura definitiva e insanabile con un corpus disciplinare e progettuale che ha risparmiato per anni al nostro territorio regionale, i guasti e gli orrori che la rendita ha prodotto nel resto d’Italia. Si, forse ad un bilancio più attento si potrebbero trovare incrinature, errori, ma nessuno ha fatto un vero rendiconto dell’esperienza urbanistica alla luce dell’ultima legge sfornata 17 anni fa, la legge 20/2000. Che rimane un’ottima legge, innovativa che legava in modo operativo la sostenibilità ambientale alle ragioni di una pianificazione urbanistica nella quale a dettare le regole erano gli enti locali nell’interesse pubblico.
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La nuova legge urbanistica? Suolo minacciato e territorio merce per fare profitti

di Ravenna e dintorni

Lo scorso 27 febbraio la Giunta Bonaccini ha approvato il progetto di legge riguardante la nuova Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio, aprendo il dibattito tra forze politiche e associazioni anche contrarie alla proposta “licenziata” da viale Aldo Moro. Alcune di queste si sono ritrovate nel pomeriggio di venerdì a Ravenna per l’incontro dal titolo: “Un suolo in pericolo? La nuova disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio”. L’evento è stato coordinato da Michela Guerra e Raffaella Sutter, capigruppo in consiglio comunale rispettivamente dei movimenti CambieRà e Ravenna in Comune che, insieme a Lista per Ravenna e Pd (era presente in sale anche l’assessore Federica Del Conte), hanno firmato un ordine del giorno atto a promuovere, presso la stessa Giunta Regionale, azioni necessarie alla modifica del testo di legge.

Dall’analisi fatta dai relatori emerge una bocciatura senza appello della riforma urbanistica regionale, sbandierata come strumento per perseguire il fatidico consumo zero di suolo. L’incongruità più eclatante sottolineata è proprio l’assenza di una reale politica di annullamento della cementificazione. Nelle sue premesse la norma si presenta come feroce nemica del consumo di suolo, ma i contenuti – indicano gli interventi – smentiscono questi principi. Sono infatti previsti la conferma di tutte le potenzialità edificatorie già approvate prima della nuova legge (tramite accordi e Piani Particolareggiati) e una concessione di nuove potenzialità per un massimo del 3 percento. Una percentuale apparentemente inconsistente ma che, ad esempio per una città come Ravenna, ha precisato Ezio Righi (responsabile territorio di Italia Nostra Regionale) può valere fino a 2,5 km quadrati di nuove urbanizzazioni che si aggiungerebbero a quelle già concesse.
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Proposta di legge urbanistica regionale: i problemi ci sono anche in Sardegna

di Stefano Deliperi

Dopo anni di meditazioni, la Giunta regionale Pigliaru ha proposto la tanto attesa legge urbanistica sarda. Sono testi complessi, recentemente pubblicati sul sito web istituzionale della Regione autonoma della Sardegna [1]. Un elemento importante per la partecipazione e il coinvolgimento in scelte così rilevanti per l’Isola è dato dal quanto previsto nella medesima deliberazione di approvazione: “il disegno di legge sarà … pubblicato in una apposita sezione del sito istituzionale e aperto alle osservazioni di tutti gli attori coinvolti sui temi della pianificazione territoriale e paesaggistica: parti istituzionali, parti economiche e sociali, università, ordini professionali, organismi in rappresentanza della società civile, associazioni ambientali, soggetti portatori degli interessi e delle volontà dei territori”.

Ci sarà, quindi, una fase di partecipazione pubblica e, in quella sede, potranno trovar corpo approfondimenti e analisi critiche consone. Un’anticipazione doverosa di quanto opportunamente previsto dall’art. 25 del disegno di legge riguardo il dibattito pubblico sulle grandi opere (“La realizzazione di interventi, opere o progetti, di iniziativa pubblica o privata, con possibili rilevanti impatti di natura ambientale, paesaggistica, territoriale, sociale ed economica è preceduta da un dibattito pubblico sugli obiettivi e le caratteristiche degli interventi”). Disposizione che si appresta a entrare nell’ordinamento regionale sulla scorta di quel debat public, la c.d. legge Barnier, la n. 95-101 del 2 febbraio 1995 e parzialmente modificata nel 2001-2002, che – secondo stime di esperti – ha ridotto dell’80% la conflittualità relativa ai progetti con sensibile impatto ambientale.
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Urbanistica in Emilia Romagna: che fare?

di Antonio Bonomi

Con il convegno Fino alla fine del suolo del 3 febbraio 2017, promosso in Regione dai gruppi consiliari dell’Altra Emilia Romagna e Movimento 5 Stelle si è concretizzata la bordata di critiche alla prima stesura della “bozza del progetto di legge contenente la Disciplina Regionale sulla Tutela e l’uso del territorio”. Illustri studiosi e conoscitori della materia hanno rilevato la sostanza profondamente regressiva di tale testo rispetto alla dottrina e alla prassi finora in vigore.

Dove era sancito il pieno diritto delle assemblee elettive degli Enti Locali, Comuni e loro Unioni, Province e Regione di conformare attraverso i Piani Urbanistici il territorio con i suoi vincoli, le aree urbanizzate e urbanizzabili, le infrastrutture e la città pubblica, si dovrebbe ora passare a un regime di singoli accordi nel quale le trasformazioni d’uso di immobili dipendono dalla richiesta e dalla progettualità dei proprietari. All’Ente pianificante, totalmente subordinato a tali richieste e alle aspirazioni di profitto dei proprietari, rimarrebbe solo la verifica della rispondenza dei progetti a normative e vincoli, ma in fretta, per carità, per non tarpar le ali alle speranze di attuazione, pena il ricorso al fatto compiuto del silenzio-assenso.

Possiamo bene immaginare di chi siano le pressioni per arrivare a questa “controrivoluzione anti-piano”: la coorte della speculazione e della rendita, dei costruttori che ne approfitteranno e dei loro fiancheggiatori partitici. La rendita immobiliare, oligopolistica e parassitaria di per se, si continua a formare nella trasformazione da terreno agricolo e “naturale” in area urbanizzata edificabile, abitativa per i servizi e la produzione manifatturiera, nello “spreco di territorio”, riflettendosi poi anche nella “rigenerazione” dell’urbanizzato esistente.
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