Bisogna rifondare prima l’uomo o l’urbanistica? Contributi al dibattito

di Giovanni Iuffrida

Nel bene e nel male è l’economia che determina tempi, modalità e qualità delle trasformazioni del territorio e della città: lo si ripete da sempre, come un refrain consolidato dalla storia.

È da questo dato che bisogna partire per tentare di riprendere le fila di un discorso interrotto bruscamente a partire dagli anni Ottanta, quando ha avuto una forte accelerazione – da una data simbolica, ovvero dall’entrata in vigore della legge 94/’82 – l’intreccio tra la deregulation e la spinta della corruzione che ha pervaso, soprattutto in campo urbanistico, ogni ordine e grado di amministrazione pubblica. Comprendere la forza e le ragioni dell’economia, nonché l’ingiustificabile debolezza delle amministrazioni locali nel governo del territorio e (nella migliore delle ipotesi) l’incapacità di guidare i processi, è dunque fondamentale.

Continuare – solo per scaricare le responsabilità in maniera esclusiva – a fare finta che il male vada individuato soltanto nell’economia, sarebbe comunque fuorviante e, di conseguenza, causa di gravi errori di valutazione. L’economia non è di per sé il male assoluto, ma andrebbe guidata, con la forza necessaria, verso la ricostruzione della credibilità della disciplina urbanistica e, quindi, della “inderogabile” qualità della città pubblica in cui l’iniziativa privata possa trovare una giusta collocazione ed un efficace equilibrio con gli interessi della collettività.
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Dallo Jonio al Tirreno, una storia ignobile

di Roberta Ferruti

Provincia di Reggio Calabria. La punta dello Stivale che da Villa San Giovanni sale su per i due mari, lo Jonio e il Tirreno. Terra di passaggio e di mescolanze culturali da sempre e da sempre terra di migrazioni. Riace è negli ultimi metri di confine orientale, più vicina a Catanzaro che a Reggio, sullo Jonio. San Ferdinando è invece un paese della piana di Gioia Tauro, sul Tirreno nel margine occidentale…

La statale 682 le collega in un’ora. In mezzo l’Aspromonte che traccia una demarcazione netta tra questi due mondi amministrati dalla stessa Prefettura. Salgo da Gioiosa lasciandomi alle spalle Riace e la sua storia di accoglienza diffusa, tra le case del borgo, bimbi che giocano per le strade, migranti e riacesi a braccetto. Nonostante oltre due anni di blocco dei finanziamenti originati da ben quattro ispezioni della Prefettura, due a favore e due contrarie, Riace resiste. Il suo sindaco, Domenico Lucano, trova ancora il tempo di emozionarsi di fronte alla gioia dei bambini e si fa coraggio, soprattutto per loro.

Ha sacrificato gli ultimi 20 anni di vita per realizzare un sogno di uguaglianza sociale, per dimostrare che la giustizia sociale non solo è un dovere ma soprattutto una necessità per superare le insidie di una società basata esclusivamente sulle regole del mercato. “Gli esseri umani non sono merce” ripete “chi siamo noi per impedire ad un essere umano di vivere libero, fuori dalle guerre e dalla miseria?” E così a Riace negli anni sono arrivati in tanti, uomini, donne e bambini in fuga, e non si è badato se inseriti o meno nei circuiti ufficiali, se avessero o meno completato l’iter burocratico per i richiedenti asilo, se fossero o meno diniegati.
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Napoli chiama Bologna: tra urbanistica e nuova sinistra

di Sergio Caserta

Vezio De Lucia, insigne urbanista partenopeo ha scritto un pamphlet Promemoria Napoli (ed. Donzelli) che narra la vicenda del piano regolatore di Napoli dai primi anni settanta ad oggi: De Lucia è stato oltre che docente universitario, assessore all’urbanistica del Comune di Napoli e precedentemente ha collaborato ai piani di ricostruzione della città dopo il grave sisma del 1980. Dal punto di vista professionale ha ricoperto e ricopre tuttora prestigiosi incarichi pubblici.

Personalmente l’ho conosciuto meglio dopo che ha lasciato l’incarico di assessore nella seconda giunta da Antonio Bassolino, quando le vicende nazionali e locali della sinistra volgevano al peggio e ci siamo ritrovati a condividere posizioni critiche, nella ricerca di una nuova strada per quel che definiamo il “rinnovamento della sinistra”, cui non siamo affatto giunti, anzi tutt’altro come anche le ultime vicende del Paese evidenziano. Ora che vivo a Bologna dove mi sono trasferito per motivi di lavoro oltre venticinque anni fa, mi rendo conto sempre più delle profonde differenze che esistono con la mia città natale, più grande, più complessa, più disgraziata ma anche senza dubbio meno provinciale.

A Napoli le cose sono o veramente pessime o straordinarie, le vie di mezzo ci sono del tutto estranee, diciamo che la media normalità non è la cifra della capitale del mezzogiorno. Invece Bologna, è all’opposto la rappresentazione della virtù della medietà, nel senso che non è ne catastroficamente inguaiata come si dice solitamente di Napoli, ma nemmeno brilla di una particolare eccellenza se non in alcuni comparti, come l’industria meccanica, oppure in alcune facoltà universitarie, nel commercio, nella sanità.
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Territorio: a cosa serve oggi pianificare

di Raffaella Bedosti

Il libro Consumo di luogo. Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia Romagna (Pendragon, 2017), a cura di Ilaria Agostini e con la prefazione di Tomaso Montanari, raccoglie una serie di contributi (oltre che della curatrice, di Piergiovanni Alleva, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua, Paola Bonora, Sergio Caserta, Pier Luigi Cervellati, Paolo Dignatici, Anna Marina Foschi, Giovanni Losavio, Anna Marson, Cristina Quintavalla, Ezio Righi, Piergiorgio Rocchi, Edoardo Salzano) sul progetto di legge urbanistica della Regione Emilia-Romagna approvato nel febbraio dello scorso anno e divenuto legge, senza sostanziali modifiche, lo scorso dicembre.

Tutti i testi sono focalizzati sulla strumentazione urbanistica comunale (sulla quale si concentrava in sostanza la strategia del progetto di legge) e sugli aspetti in essa presenti attraverso i quali si sarebbe operato “un irresponsabile salto di scala fino alla negazione della stessa disciplina urbanistica” (Lettera aperta ai governanti della Regione Emilia-Romagna del 12 dicembre 2016) e “l’eclissi del ruolo pubblico nella trasformazione delle città e dei territori” (Agostini, Caserta).

Quali gli aspetti che portano i diversi interventi a questa conclusione? Un primo aspetto che viene evidenziato è il fatto che lo strumento urbanistico comunale previsto nel progetto di legge (il Piano urbanistico generale) al quale è attribuita la competenza sulla disciplina dell’assetto edilizio esercita tale competenza, con conseguente attribuzione dei diritti edificatori, limitatamente alle parti di territorio urbano consolidato individuate dal piano stesso per le quali vengono previsti interventi attuabili direttamente (intervento edilizio diretto).
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Patrimonio culturale e paesaggio: programma minimo per il dopo elezioni

di Maria Pia Guermandi

In quest’ultima fase della pessima campagna elettorale, la galassia dei partiti e partitini governativi sembra voler risollevare il proprio appeal elettorale su alcune parole d’ordine; all’insegna dell'”abbassiamo i toni”, lo storytelling diffuso a reti unificate, rimanda ossessivamente all’ambito lessicale della rassicurazione, alle politiche dei piccoli passi, a cambiamenti da ottenere gradualmente, senza scossoni, nell’intento di costruire un’immagine di forza tranquilla e responsabile, unico argine agli opposti estremismi e unico interlocutore credibile per i partner europei.

Nella realtà, le così dette riforme prodotte dal governo a traino Pd in questi 5 anni hanno invece avuto impatto dirompente, animate come erano, dall’intento di squassare dalle fondamenta alcuni elementi portanti del welfare state così come conquistato attraverso le lotte del decennio riformista: dal lavoro alla scuola alla sanità, per non parlare dell’attacco alla stessa Carta costituzionale.

La discontinuità, o meglio la vera e propria rottura, non solo istituzional-amministrativa, ma ideologica che ci auguriamo come esito del voto di domenica, non può che partire, quindi, dallo smantellamento di alcuni “pilastri” dell’ultima legislatura, nel tentativo di ricucire – aggiornandolo e migliorandolo – quel sistema che ha saputo assicurare, per un paio di generazioni, emancipazione e protezione sociali come mai prima nella storia del paese.
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Pomodori, bici e molto altro

di Lorenzo Carapellese, urbanista

Avete presente il ketchup? Bene, all’Università di Davis in California a metà degli anni 60 un piccolo gruppo di ricercatori creò un nuova varietà di pomodori molto più resistenti alla raccolta meccanizzata con grande soddisfazione dell’industria conserviera che portò in breve questa sonnolenta cittadina della California ad essere punto di attrazione per molti studenti di agraria e scienze ( da 2.000 ad oltre 10.000 studenti in pochi anni).

Davis aveva già una cultura della bici fin dai primi anni 60 ed il rettore era preoccupato che l’arrivo consistente di studenti portasse con se (come nel resto degli States) troppe automobili o comunque tanto da poterne turbare il carattere e peggiorare l’ambiente. Diede quindi l’incarico ad un gruppo di architetti di elaborare un piano della ciclabilità, disse agli studenti in arrivo che sarebbe stato meglio andare in bici e non usare le automobili, convinse due membri del consiglio di facoltà a prendersi un anno sabbatico da trascorrere in Olanda e nel 1963 formò un forte gruppo di pressione per comunicare a tutta la città quel che succedeva ad Amsterdam ( già allora patria della bici), mettere in guardia dall’uso pervasivo dell’auto, inibire l’uso dell’auto agli studenti sino ad avvertire e rimproverare le autorità locali circa il fatto che “quando i leader non hanno visione, la popolazione langue”.

Il campus fu quindi vietato alle auto, piste ciclabili venero disegnate sull’asfalto, tutti e 37 i blocchi edificati della “down town” furono dotati di altrettante percorsi ciclabili, sino ad arrivare nel 1967 a vere e proprie piste ciclabili separate dal traffico automobilistico- cosa normale in Olanda, ma prima in assoluta negli stati uniti. Tanto che nel 1972 uno studio sull’uso delle bici affermava:
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Ancora sulla legge urbanistica dell’Emilia Romagna: interviene il consigliere Alleva

di Tomaso Montanari

Ricevo dal professor Piergiovanni Alleva, consigliere di opposizione dell’Assemblea Regionale dell’Emilia Romagna.

Occorre dare atto all’Assessore alle infrastrutture della Regione Emilia-Romagna di essere un interlocutore affabile e dialogico, infatti il più delle volte (non proprio sempre) non si sottrae al confronto. Egli è anche intervenuto al primo convegno “Fino alla fine del suolo” – promosso in Regione dall’Altra Emilia Romagna, insieme al M5S, nello scorso mese di marzo -, dopo aver ascoltato gli interventi degli eminenti urbanisti e studiosi che hanno mosso argomentate critiche alla proposta di legge della Giunta “disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio” numero 218 del 27 febbraio 2017.

Anche in quell’occasione, come nella recente risposta all’articolo di Tomaso Montanari (la Repubblica, 8 agosto scorso) che riprende la sua prefazione al libro promosso da AER Consumo di luogo (ed. Pendragon, curato da Ilaria Agostini, ricercatrice di urbanista presso l’Università di Bologna), egli evita accuratamente di entrare nel merito degli argomenti che evidenziano le vistose incoerenze e contraddizioni che pongono radicalmente in discussione gli enunciati obiettivi della proposta di limitazione nel consumo di suolo, di semplificazione delle procedure, di difesa della legalità e di sviluppo economico attraverso la riqualificazione urbana. Una legge che mette in allarme non folle di esagitati contestatori, ma il meglio della cultura urbanistica di una Regione che fu all’avanguardia in Italia per la capacità di preservare il territorio dalle offese inflitte in tante altre parti del Paese.
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Legge urbanistica Emilia Romagna: perché è pericolosa

di Tomaso Montanari

L’8 agosto ho pubblicato su Repubblica un articolo dedicato alla pessima legge urbanistica che sta per essere approvata dal Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna. Il giorno dopo ha replicato, con molto spazio e nessun argomento, l’assessore Donini. Io non ho avuto occasione di replicare. Lo fa ora, con la lettera che pubblico di seguito, una delle massime esperte di consumo di territorio, la bolognese Paola Bonora.

Caro Tomaso,

avevo letto con grande piacere il tuo articolo su Repubblica dell’8 agosto sulla legge urbanistica dell’Emilia-Romagna. Speravo nell’apertura di una discussione nazionale visto con quanto impegno il giornale affronta il tema dell’abusivismo e del destino del territorio martoriato da troppe costruzioni. Ma la risposta dell’assessore di due giorni dopo sembra aver messo un macigno su qualsiasi confronto, a conferma che l’Emilia appartiene a un universo parallelo inscalfibile, non ? chiaro se per l’antica reputazione o se per disegni neogovernativi che solo qui possono mostrare consenso.

Non a caso non si è mai aperta una riflessione sulle scelte urbanistiche operate in Emilia-Romagna, sia in termini di suolo consumato (sempre tra le quote più alte a livello nazionale), che di strumenti urbanistici e fiscali applicati (fino a illeciti ammanchi erariali che hanno superato il mezzo miliardo di euro a favore dei costruttori proprio negli anni delle plusvalenze stratosferiche della bolla speculativa – come ho documentato sulla rivista Il mulino). Nell’indifferenza generale e nell’illuminata continuità dell’amministrazione.
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Accordo per Bagnoli: quando si può arrivare a un buon risultato

di Vezio De Lucia

Non ci posso credere, spero di non sbagliarmi, ma l’accordo su Bagnoli sottoscritto nei giorni scorsi a Napoli fra il ministro De Vincenti e il sindaco de Magistris sembra un buon accordo. Conferma le scelte di fondo del piano regolatore e del piano attuativo formati negli anni ormai lontani di Bassolino e rimaste impantanate per successivi errori e ripensamenti.

Se davvero si smantellano i 20 ettari della colmata a mare (formata da loppe d’altoforno e altri materiali) che nell’ultimo mezzo secolo hanno deformato la linea di costa; se davvero non c’è nessuna riduzione della superficie del parco e nessun aumento di cubatura rispetto alle previsioni comunali; se davvero i tre chilometri della spiaggia di Coroglio sono restituiti alla balneazione; se davvero è stata recuperata la continuità fra il parco e la spiaggia; se finalmente si arretrano a monte di via Coroglio i volumi della Città della scienza da ricostruire dopo l’incendio del 2013: se queste cose sono vere, allora penso di poter tranquillamente dichiarare che siamo di fronte a un esito più che soddisfacente.

Aggiungo subito che secondo me non tutto è risolto, a partire dalla localizzazione del porto a Nisida – ci torno in seguito – ma nel complesso un risultato importante è stato raggiunto e penso di poter dire che sono stati decisivi le opposizioni, le preoccupazioni e gli allarmi espressi negli ultimi tre anni per far capire al governo (prima Renzi, poi Gentiloni) che non c’erano le condizioni per mettere le mani su Bagnoli.
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Emendamenti alla legge regionale sull’urbanistica in Emilia Romagna: perché non sono d’accordo

di Antonio Bonomi

Nei giorni scorsi sono stati pubblicati i 13 punti per emendare il progetto di legge urbanistica regionale in Emilia Romagna. Non sono d’accordo con alcuni dei punti elencati, anche perché non coerenti con l’indirizzo generale della proposta e quindi di ardua formulazione. Esempio:

    1. non può essere la legge, di per se a garantire la fine del consumo di suolo, se non nei termini dell’art.2, della vigente L.R.20/2000 che recita: f) prevedere il consumo di nuovo territorio solo quando non sussistano alternative derivanti dalla sostituzione dei tessuti insediativi esistenti ovvero dalla loro riorganizzazione e riqualificazione. Solo l’obbligo a redigere prioritariamente un Piano Urbanistico Regionale che vincoli e salvaguardi tutti i terreni esclusi dai luoghi urbanizzati, quale che sia la loro destinazione di Piano o accordi, come risultanti dal rilievo satellitare può arrestare il consumo di suolo fertile permeabile e lo spreco dello stesso (in quanto bene comune primario).
    2. Fra le fonti legislative è necessario citare la “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948 segnatamente Art 17 che garantisce il diritto di abitazione e da esproprio arbitrario di tale diritto.

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