Matera 2019: la contraddizione territoriale difficile da gestire oggi senza il salto europeo

di Michele Fumagallo Chiedo scusa al lettore se prendo questo discorso alla larga ma penso sia utile. Gli uomini si muovono condizionati innanzitutto da due cose: l’unità di luogo e l’unità di tempo. Cioè la geografia e la storia, le materie fondamentali della vita. E della politica. Si muovono quindi (dovrebbero muoversi) gestendo la contraddizione, […]

Un fronte popolare vietato a fascisti e razzisti

L’appello di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, per una coalizione civica popolare è una buona notizia nella notte profonda in cui la sinistra è precipitata, ormai da un tempo troppo lungo. Finora tutti i tentativi di aggregare un ampio fronte antiliberista e di rinnovamento politico, sono naufragati nella contraddizione tra principi enunciati e solite pratiche. Anche quando i risultati non sono stati particolarmente negativi, dando adito alla speranza, immediatamente dopo i diversi protagonisti hanno provveduto a spegnere ogni entusiasmo, perseguendo logiche contraddittorie, per lo più autoreferenziali per usare un eufemismo. Se il progetto avanzato da De Magistris, si concretizza in un movimento ben organizzato e non in un’armata Brancaleone, dipenderà innanzitutto da lui stesso e da coloro che coopereranno a costruire in primo luogo un programma politico credibile e un sistema di regole affidabile per garantire protagonismo collettivo e democrazia (Sergio Caserta).

di Luigi De Magistris

Un appello pubblico, rivolto alla società civile, al mondo dei movimenti e delle associazioni: così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris dà appuntamento a sabato 1 dicembre a Roma per il lancio di una nuova coalizione politica, che si propone di “aprire un campo più largo”, che sappia andare anche oltre le esperienze della vecchia sinistra. Ecco il testo integrale della lettera aperta:

È venuto il momento dell’unità delle forze che vogliono finalmente attuare in pieno la Costituzione e, quindi, è giunta l’ora della costruzione di un fronte popolare democratico. È il periodo storico giusto per realizzare un campo largo, senza confini politici predeterminati, senza recinti tradizionali. Non è un quarto polo, non si deve ricostruire il collage delle fotografie già viste e sconfitte. È il luogo questo in cui l’ingresso è vietato solo a mafiosi, corrotti, corruttori, fascisti e razzisti.
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No triv: verso il referendum sostenuto dalle regioni

No triv - Foto di AmbienteQuotidiano.it
No triv - Foto di AmbienteQuotidiano.it
di Enzo Di Salvatore

Cin­que anni fa, a seguito del disa­stro petro­li­fero occorso nel Golfo del Mes­sico, il governo Ber­lu­sconi decise di vie­tare la ricerca e l’estrazione di petro­lio nei mari ita­liani entro le cin­que miglia marine. Que­sta pre­vi­sione non era rivolta solo al futuro, ma – per così dire – anche al passato. Nel senso che il divieto avrebbe tro­vato appli­ca­zione anche ai pro­ce­di­menti in corso: a pro­ce­di­menti avviati, ma non ancora con­clusi con il rila­scio di un per­messo di ricerca o di una con­ces­sione per l’estrazione.

Due anni dopo, il governo Monti inter­ve­niva nuo­va­mente in mate­ria con un decreto-legge (il «decreto svi­luppo»), sta­bi­lendo che quel divieto – concernente ora sia il petro­lio sia il gas – fosse esteso ovun­que alle dodici miglia marine. Con una pre­ci­sa­zione, però. Il nuovo divieto avrebbe riguar­dato solo il futuro e non il pas­sato. Nel senso che non avrebbe tro­vato più appli­ca­zione ai pro­ce­di­menti in corso. L’obiettivo del governo Monti era asso­lu­ta­mente chiaro: occor­reva far ripar­tire i pro­ce­di­menti bloc­cati dal governo Ber­lu­sconi.

Ven­ti­cin­que in tutto, tra i quali quello su «Ombrina mare» in Abruzzo e quello su «Vega B» nel Canale di Sici­lia. Ai quali, nel pros­simo futuro, si aggiun­ge­ranno quelli rela­tivi alle atti­vità di ricerca che ha in serbo la società Spec­trum Geo: un pro­getto enorme desti­nato ad esplo­rare i fon­dali del mare Adria­tico per 30 mila chi­lo­me­tri qua­drati e che, ter­mi­nata la fase della ricerca, verrà ulte­rior­mente spac­chet­tato in nume­rosi pro­getti di estra­zione.
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Bologna, lista civica: un altrove esiste e passa dai territori

Bologna
Bologna
di Mauro Zani

Dopo il voto regionale in Emilia Romagna mi son consolidato ancor più nella idea che non c’è altra strada, nelle prossime amministrative a Bologna, che quella di una lista civica. Non una delle tante. La denuncia e la protesta insieme alla sfiducia e alla rassegnazione sono già ampiamente evidenziate nell’altissima astensione dal voto.

Non si tratta di semplicemente di lucrare qualche voto o posto in consiglio comunale raccogliendo genericamente il disagio sotteso a questa diffusa protesta. Tanto per far un dispetto ai ragazzi dello zoo di via Rivani. Che, i dispetti se li fanno già per conto loro.

Al di là e ben prima delle ragioni contingenti che hanno contribuito all’astensionismo, anche di ampi settori dell’elettorato del PD (in primo luogo l’affaire di rimborsopoli) conviene prendere in considerazione un ambito storico, politico più ampio.

Il tempo in cui viviamo. Il tempo del precariato diffuso a tutta la società. Senza eccezioni. Il tempo in cui del doman non c’è certezza. Nel presente si sbarca un faticoso lunario. L’un contro l’altro armati. Condizione resa necessaria dall’assenza di qualsiasi patto sociale.

Tipica la messa in discussione radicale dei diritti acquisiti spacciata come opera riparatrice di giustizia sociale. Non diamo diritti a chi non li ha. Togliamoli a coloro che li hanno ottenuti. Così tutti saranno ugualmente nella merda. Giusto. No?
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Inondazioni e disastri

Le mani sul territorio: considerazioni su disastri ormai quasi quotidiani

di Alexik (da illavorodebilita)

Dalle trivelle agli inceneritori, dall’alta velocità agli aereoporti fantasma, c’è di tutto nel potpourri del decreto “Sblocca Italia” (qui il testo) appena licenziato dal Parlamento. C’è la potenziale militarizzazione dei gasdotti di importazione di gas dall’estero (TAP?), dei terminali di rigassificazione e relative opere connesse che rivestono, da oggi, carattere di interesse strategico. Ci sono i costi di manutenzione degli alloggi del Progetto CASE (quelli dove crollano i balconi) da accollare ai terremotati dell’Aquila. Ovviamente non mancano tanto tanto asfalto e tanto tanto cemento.

Più che un decreto è una bomba ecologica a frammentazione, le cui schegge multiformi colpiranno il suolo italico da nord a sud nei più svariati modi. Il testo è complesso e “ricco” di novità, e la sua analisi necessiterà di una serie a puntate. Così potrete incazzarvi un po’ alla volta. Lo “Sblocca Italia” non parte benissimo già dai primi articoli, che riconfermano la vocazione “altavelocitaria” del governo Renzi. L’articolo 1 consegna all’Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato S.p.A – Michele Elia – il ruolo di Commissario per la realizzazione delle opere relative alle tratte ferroviarie dell’alta velocità Napoli/Bari e dell’alta velocità Palermo/Catania/Messina.

L’AV sulla tratta Napoli/Bari, dal costo teorico di 7,116 miliardi di euro (di cui 3,532 già stanziati) serve a far risparmiare tre quarti d’ora nel tragitto dal capoluogo pugliese a quello campano [1]. Il progetto viene così definito da Paolo Beria e Raffaele Grimaldi, i ricercatori del Politecnico di Milano che hanno analizzato i piani di espansione dell’AV confrontando i costi, la domanda esistente e quella attesa: “La linea Napoli-Bari sembra comparativamente debole da ogni punto di vista: pochi passeggeri, poco traffico e poco tempo risparmiato” [2]. Un parere decisamente difforme da quello degli estensori del decreto, che ritengono “gli interventi da praticarsi sull’area di sedime della tratta ferroviaria Napoli – Bari, nonché quelli strettamente connessi alla realizzazione dell’opera” come “indifferibili, urgenti e di pubblica utilità”.
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Populismo e post elezioni: è tempo di riproporre una costituente dei movimenti

Indignados a Barcellona - Foto di Democrazia Km Zero
Indignados a Barcellona - Foto di Democrazia Km Zero
di Mario Pezzella

Per definire Grillo e il suo movimento si usa spesso il termine “populismo”. Come abbiamo fatto a suo tempo per quello di spettacolo, può essere utile capire cosa vuol dire effettivamente questo termine, al di fuori delle banalizzazioni giornalistiche e televisive. Un primo riferimento utile è il libro di Ernesto Laclau, La ragione populista, anche se preciso subito di non essere d’accordo con le conclusioni dell’autore, che è un sostenitore dell’attuale governo peronista argentino. Un movimento populista nascerebbe con tre caratteri iniziali: la vaghezza dei principi, l’equivalenza e la confluenza di domande sociali che in realtà sarebbero distinte e perfino discordi, l’unificazione immaginaria dei conflitti sociali.

Per quanto riguarda la vaghezza dei principi, secondo Laclau, non è una colpa o un’insufficienza del movimento: l’incertezza dei concetti, la ricerca a tastoni di un nuovo linguaggio, non sono un effetto ma una causa del movimento. Il populismo esprime cioè nella sua fase iniziale il collasso terminale di un linguaggio simbolico e politico (nel nostro caso quello della democrazia rappresentativa, in crisi da tempo e di cui anche il capitale finanziario ha deciso di fare a meno) e l’intervallo o il vuoto che precede una nuova fase costituente: “Affermare qualcosa al di là di ogni prova potrebbe essere anche il primo passo verso l’emergere di una verità che può essere affermata, in effetti, solo rompendo la coerenza della discorsività preesistente” (Laclau).
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