All’Aquila ragazze e ragazzi chiedono di tornare nelle loro scuole

di Mattia Fonzi Nel 2009 non frequentavano neanche la materna, oggi sono in terza media. In tutti questi anni, dieci dal terremoto che colpì L’Aquila e il suo comprensorio il 6 aprile 2009, la maggior parte delle ragazze e dei ragazzi aquilani non ha mai studiato in scuole in muratura. Nel capoluogo abruzzese la ricostruzione […]

Il dopo sisma in Emilia: pulizia etnica del patrimonio

di Tomaso Montanari

Demolizioni di futuro. È questa la perfetta definizione di ciò che continua ad accadere in Emilia, a quasi sette anni dal terremoto del maggio 2012. Edifici storici, tutelati dalla legge e ricchissimi di significati vengono fatti brillare perché fortemente lesionati: una sorta di colpo di pistola alla testa ad organismi fiaccati, ma che sarebbe perfettamente possibile salvare. Una pulizia etnica del passato dovuta non alla povertà, ma alla ricchezza senza cultura di una regione che pensa già a nuovi capannoni e si prepara alla “secessione dei ricchi”, insieme a Veneto e Lombardia.

Nell’immediato dopo terremoto a saltare in aria furono i campanili (indimenticabili le immagini dell’esplosione di quello di Poggio Renatico), municipi (come quello di Sant’Agostino, nel Ferrarese, anch’esso minato con la dinamite), case antiche (a Mirandola, per esempio): uno scempio che trovò poi una giustificazione ideologica negli stand del ministero per i Beni Culturali al Salone di Ferrara nel marzo 2013. Il loro titolo, stampato a caratteri di scatola, era: “Dov’era ma non com’era”.

Una provocazione, rincarata dalla presentazione stampata sui pannelli, in cui il vertice del sistema italiano di tutela del patrimonio culturale affermava: “Di considerare questo evento drammatico come un’opportunità. L’opportunità di affermare una cultura architettonica della ricostruzione capace di prendere le mosse dalla reale situazione e consentire la coesistenza tra le preesistenze e gli edifici contemporanei, l’attualizzazione del bene culturale laddove era, dando ad esso nuovi significati vitali”.
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Rovine e fantasmi: lo Stato si è fermato a Camerino

di Salvatore Settis

L’inerzia della Repubblica esibisce le sue piaghe a Camerino, ma nessuno se ne accorge. Due anni sono passati dalle scosse di terremoto che hanno gravemente danneggiato una parte consistente del centro storico, ma quasi nulla è stato smosso di quel che era crollato, e valanghe di pietre giacciono indisturbate dove caddero allora, nell’apparente indifferenza delle istituzioni. Il danno è in generale meno grave che a L’Aquila o ad Amatrice, dato che Camerino è a 25 km dall’epicentro del sisma del 26 ottobre 2016, e a 40 km dall’epicentro del 31 ottobre.

A quel che pare, qualcosa come il 30-40% degli edifici abitativi si potrebbero recuperare con poco sforzo, ma l’intero centro storico è diventato una città fantasma: vietato abitarvi, vietato entrarvi se non con speciali permessi, dato che a ogni porta della città vigila l’Esercito, impedendo l’ingresso a chiunque. Chi riesce a entrare è accolto da un silenzio spettrale: non ci sono, come a L’Aquila, impalcature di sostegno quasi a ogni edificio, ma i passi risuonano nel vuoto di un tessuto urbano di grande compattezza e dignità. Una dignità e una bellezza spese ormai nel deserto.
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Messico: due mesi dopo il terremoto tra tragedia e speranza

di Cristina Sànchez Parra. Traduzione di Luca Crisma

Lo scorso 19 settembre, gli abitanti di Città del Messico sentirono gli allarmi sismici. Erano le 11 della mattina e tutto faceva parte di un’esercitazione che, anno dopo anno, si realizza dai tempi dell’indimenticabile terremoto del 1985, che divise la storia della città in due, lasciando come bilancio più di diecimila vittime. A partire da allora, si programmarono delle attività per educare le persone a proposito di come ci si deve comportare in caso di sisma, e ogni cittadino messicano sa cosa significa: “non corro, non grido, non spingo”, la frase che insegnano ai bambini nelle scuole per istruirli in caso di terremoti.

Tuttavia, con il passare degli anni, le esercitazioni iniziarono a non produrre conseguenze. Molte persone assicurano di aver ignorato questo tipo di attività, quindi il tempo ha cancellato il ricordo di quelle terribili scene del 1985, soprattutto nelle generazioni più giovani. Tutto questo è cambiato due mesi fa; quasi due ore dopo l’esercitazione, quando alle 13:14 la terra sorprese gli abitanti della capitale con un terremoto di 7.1° sulla scala Richter. L’epicentro, localizzato ad appena 120 km dalla capitale non diede tempo agli allarmi di avvertire gli abitanti affinché trovassero un luogo sicuro.
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La terra trema: il terremoto visto con gli occhi degli animali (e di uomini che non li dimenticano)

di Sergio Sinigaglia

Ha uno sguardo che emana infinita dolcezza abbinata a una struggente tristezza. Uno sguardo che ti lacera, ti entra dentro. È la copertina del volume Vicini alla terra, sottotitolo: “Storie di animali e di uomini che non li dimenticano quando tutto trema” Edizioni Giunti. E gli occhi sono quelli di un meticcio, il muso appoggiato a quella che sembra una staccionata. Probabilmente è uno dei tanti cani che, insieme a gatti e altri animali, sono i protagonisti del bel libro di Silvia Ballestra.

Protagonisti insieme ai tanti umani che in seguito al terremoto del 24 agosto e al successivo del 30 ottobre, hanno subito una immane tragedia. Protagonisti insieme alle migliaia di volontari, vigili del fuoco e altri ancora che si sono adoperati sin dalle prime ore di quel fine agosto per soccorrere le decine di località di Umbria, Marche e Lazio colpite dal sisma. La Ballestra ci accompagna in un viaggio che si sofferma su un aspetto spesso trascurato quando ci troviamo di fronte ad un evento simile.

In una logica spesso antropocentrica ci dimentichiamo di come una catastrofe di questa portata colpisca anche le altre specie viventi. I non umani che vivevano nella case rase al suolo o comunque rese inagibili dalle scosse. Nel caso in questione il sisma si è verificato soprattutto in un contesto dove il rapporto tra uomini e animali è quanto mai forte, un legame favorito da una tradizione centenaria, una relazione scandita da una quotidianità specchio di una vita comunitaria forte, vissuta in simbiosi con tutti, umani, non umani, natura. Vicini alla terra.
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Odio il terremoto e l’avidità umana: il solco del sisma sull’orlo dei ricordi. E della Storia

di Loris Campetti

È strano come luoghi e simboli che riportano la memoria a momenti difficili e sofferenze dell’anima possano improvvisamente diventare i tuoi luoghi, i tuoi simboli. Da Camerino a Matelica, da Visso a Castelraimondo, da Muccia alla Sfercia, da Ussita a Pievebovigliana, alla Valnerina, a Castelluccio, a Serravalle il terremoto ha scosso, con le case, le chiese e i borghi, anche un pezzo fondamentale della mia vita, quello che mi ha trasportato, a fatica, da un’adolescenza troppo lunga alla maturità. Il santuario di Macereto l’avevo incontrato per la prima volta a 11, 12 anni.

Mi ci aveva mandato mia madre in colonia: mio padre era appena morto, un po’ di vacanza mi avrebbe fatto bene all’anima, pensava. Mi fece malissimo, invece: la colonia era organizzata dalla Poa – Pontificia opera assistenza – e gestita dal clero, soggetto da me mai frequentato; e precedentemente, anche in colonia mai visto un prete, finché il mio babbo era vivo ero uso andare al mare a Civitanova con i pullman e le assistenti della Cooperativa proletaria, si chiamava così, se l’era inventata proprio babbo.

A Macereto ero l’unico figlio di comunisti, ero solo tra tonache e piccoli innocenti baciapile; si era sparsa la voce del corpo estraneo catapultato lassù e come tale venivo trattato. Faceva freddo sui Sibillini, tra quei muri freddi sognavo il mare e la fuga. Un giorno ero così disperato che diedi un calcione contro quei muri, così forte che, nonostante gli scarponi sembrassero carrarmati, mi causò la rottura dell’alluce destro.
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Terremoti: prevenzione, questa parola sconosciuta

Il terremoto in Friuli del 1976
Il terremoto in Friuli del 1976

di Anna Donati

Il 24 agosto 2016, alle 3,36, un altro grave terremoto ha scosso il Centro Italia, facendo 295 vittime ed oltre 500 feriti. I paesi di Amatrice, Accumuli e Pescara del Tronto sono crollati ed ora oltre 5000 persone sono sfollate alla ricerca di una casa provvisoria. La Protezione Civile ha coordinato da subito l’emergenza e l’Italia intera con generosità ha inviato aiuti e solidarietà.

Siamo bravi per questo mentre sembra ancora sconosciuta la parola prevenzione antisismica, cioè quella scienza e quella tecnica che consente di mettere in sicurezza gli edifici, di evitarne il crollo e lo schiacciamento e quindi morti e feriti. Non siamo bravi ad imparare dai nostri errori e nel dibattito di questi giorni poche riflessioni hanno ragionato sul perché di questa nostra incapacità, dato che i paesi compiti erano nelle zone 1 e 2 di massimo rischio sismico.

E’ noto che l’Italia è un paese sismico, che in media ogni cinque anni c’è un grave terremoto, che dal dopoguerra ad oggi è stato stimato che per sette gravi terremoti sono stati spesi oltre 121 miliardi per l’emergenza e la ricostruzione. Ben 21 milioni di persone vivono in zone classificate ad rischio sismico molto o abbastanza elevato (1 e 2), di cui 3 milioni nella sola zona 1 di massima esposizione. Altri 19 milioni di persone risiedono nei comuni localizzati in zona 3.
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Terremoto 2016

Sayed, afgano, l’ultima vittima del terremoto, e Abdullai, il soccorritore migrante

di Loris Campetti

L’ultimo corpo senza vita, il “numero” 296, trovato sotto le macerie di Amatrice apparteneva a Sayed. Era un ragazzo diventato amico di tutti, un rifugiato afgano che viveva, nella casa che gli è crollata addosso, insieme a Sultan, Whaid, Adil: loro per fortuna si sono salvati, fuggiti prima del crollo oppure proiettati fuori casa dalla violenza della scossa.

Sayed doveva partire per Torino dove aveva trovato lavoro come pizzaiolo, ma aveva rinviato la partenza di qualche giorno per partecipare alla festa degli spaghetti all’amatriciana. Di un albanese e 11 romeni sono stati recuperati i corpi dai soccorritori quando per loro, ormai, era troppo tardi. Il terremoto non fa distinzione tra indigeni e stranieri, colpisce dove e chi capita anche se a uccidere, come ha detto il vescovo di Rieti Domenico Pompili ai funerali ad Amatrice, non è il terremoto ma sono le opere dell’uomo.

Le opere fatte, quelle non fatte, quelle malfatte. Immigrati sotto le macerie e immigrati a scavare tra le macerie per salvare qualche vita. Abdullai del Benin con altri 17 migranti è andato a dare una mano ad Arquata del Tronto, ad Amatrice a scavare è un gruppo di richiedenti asilo ospitati nel paese colpito come Sayed. I profughi di Monteprandone sono partiti per Amandola per ripulire un campo destinato a ospitare i soccorsi. I migranti in attesa di asilo in Val Candina, Avellino, si sono aggregati a una colonna della Protezione civile in partenza per l’Appennino marchigiano.

Settantacinque migranti di Gioiosa Ionica, in Calabria, hanno deciso di devolvere in favore degli sfollati i pocket money, la paghetta data loro nei centri di accoglienza. I cinesi che da tempo vivono a Prato e Firenze e lavorano (spesso come schiavi) nel tessile hanno promosso una raccolta di fondi per le popolazioni colpite dal sisma.
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Terremoto 2016

Il potere e il terremoto: le decisioni dal quartier generale della Ferrari

di Bruno Giorgini

Non si può dire che Matteo Renzi si sia fatto crescere l’erba sotto i piedi affrontando la questione del terremoto. Egli, come un surfista consumato, ha cavalcato l’onda ben oltre la sua dimensione di catastrofe naturale, facendone un paradigma della sua concezione per l’azione politica e l’esercizio del potere, dalla dimensione locale del borgo a quella transnazionale dell’UE.

Il punto d’arrivo per ora è stato l’incontro di Maranello con quattro protagonisti d’eccezione. Innanzitutto la Cancelliera Merkel, che governa lo stato più potente d’Europa e in modo più o meno diretto, a volte scabro a volte liscio, l’intera Unione Europea. Cancelliera che questa volta arriva non in uno dei palazzi istituzionali del potere politico e/o statuale ma alla Ferrari, fiore all’occhiello del made in Italy per un colloquio a quattrocchi con il nostro Presidente del Consiglio, senza Hollande al seguito. Grandi cerimonieri dell’incontro sono Marchionne Presidente della Ferrari e numero uno di FCA (ex FIAT), ma in realtà con un peso politico sociale che va oltre le sue pur importanti cariche imprenditoriali, e John Elkann, presidente della Fiat Chrysler, della FCA Italy e di Italiana Editrice, nonché della Exor SpA, la cassaforte della famiglia Agnelli, con altre minutaglie.

Visto da Maranello si capisce meglio il senso delle esternazioni recenti di Marchionne. La prima annuncia il suo voto favorevole, il suo sì, alla riforma costituzionale renziana, la seconda di fronte a una platea di studenti affermando che “non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa (..) non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è (..) l’efficienza non è e non può essere l’unico elemento che regola la vita”.
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Terremoto 2016

Le piccole e grandi tragedie di un terremoto

di Angelo d’Orsi

I morti continuano a crescere di numero, i feriti riempiono gli ospedali, chissà quanti corpi, magari ancora vivi, sotto le macerie di quei borghi del Centro Italia, così ricchi di tradizioni, di folclore, di memorie. Il primo ministro si reca in gita e convoca conferenza stampa in cui loda, e si sbroda, le capacità degli italiani. La Rai segue a ruota, in una infinita, insopportabile apologetica delle nostre doti, anche se qualche fattaccio non può essere del tutto nascosto, a cominciare dalla scuola di Amatrice ristrutturata e certificata “antisismica”, soltanto quattro anni or sono, per un importo di oltre mezzo milione di euro. Il governo si riunisce d’urgenza e… stanzia ben 50 milioni: il signor Higuain è stato pagato dalla società Juventus FC, 90 milioni.

Ma intanto, al solito, la catastrofe serve ai media ad accrescere tirature e contatti (e quindi introiti e in prospettiva inserzioni pubblicitarie). Tutti si lasciano volentieri coinvolgere: un primo piano davanti alla telecamera, un frammento di intervista col proprio nome e cognome in un colonnino di stampa, sono appetibili, anche davanti alla tragedia del proprio paese, degli amici e dei familiari. I cronisti fanno il loro sporco lavoro, e lo fanno, nella quasi totalità dei casi, in modo becero e grottesco, spesso violento: pronti a passare sui cadaveri, letteralmente.

Nelle domande insistite, invadenti, ai sopravvissuti o alle persone impegnate nei soccorsi, sembra di cogliere un implicito, sotterraneo godimento quando si può spostare in su l’asticella delle vittime. E un parallelo fastidio quando invece i morti invece di 70 sono “solo” 30, o quando non si trova una storia (più o meno vera, che importa) da raccontare, che commuova, che colpisca, non che “educhi” ma che faccia “Intrattenimento”. Non mancano le madonne o i santi “miracolosamente” salvati dai crolli. Né, nella società dello spettacolo, ormai internautico, si riescono ad evitare i prayforitaly e via twittando.
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