Catalogna: i dieci giorni che (forse) sconvolsero la Spagna

di Maurizio Matteuzzi

Domenica 1 ottobre

Alla fine in Catalogna si vota. Nonostante la caccia all’uomo della Guardia Civil, 2.2 milioni i votanti su 5.3 milioni di elettori, pari al 43%. I sì 89%. Alla sera parla Rajoy: “Abbiamo fatto quel che dovevamo fare”, “non c’è stato il referendum” solo “una messinscena” illegale. Ma le immagini hanno fatto il giro del mondo: collegi elettorali presi d’assalto, gente pacifica manganellata, più di 800 feriti, urne distrutte.

Lunedì 2 ottobre

La CNN titola: “La vergogna d’Europa”, l’ONU “esige” un’investigazione sulle violenze della polizia. Rajoy riceve i leader di Ciudadanos, Albert Rivera, e del PSOE, Pedro Sánchez, tema l’art.155 della Costituzione (che “sospende” l’autonomia), entrambi gli confermano l’appoggio.

Martedì 3 ottobre

Sciopero generale in Catalogna. A sera Felipe VI di Borbone va in tv e carica a testa bassa contro i nazionalisti catalani accusati di “una slealtà inammissibile”. Lo stesso giorno Rajoy riceve i cardinali Omella e Osoro, arcivescovi di Barcellona e Madrid, di cui alcuni auspicano la mediazione (smentita poi dal cardinale Osoro).
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Spagna-Catalogna: sempre più tesa la situazione intorno all’indipendenza

di Maurizio Matteuzzi

Spagna-Catalogna, una partita a ping pong con la pallina che è una bomba e i giocatori sempre più vicini al baratro. Martedì 10 ottobre era l’attesissimo, il tesissimo D-Day. Meglio l’I-Day: I come indipendenza. Il giorno in cui il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, doveva presentarsi al Parlament di Barcellona per proclamare, la nascita della “Repubblica catalana come Stato indipendente e sovrano”. Nata sull’onda del referendum dell’1 ottobre, inutilmente contrastato a colpi di manganello dal governo di Mariano Rajoy (Partido Popular, la destra più rancida erede del franchismo) e dalle altre forze spagnole e spagnoliste (“Madrid”), a cominciare dal re di Borbone, per finire alla “sinistra” istituzionale e monarchica (il PSOE di Pedro Sánchez) passando per la destra liberale e ripulita dalla corruzione irrefrenabile del PP (Ciudadanos di Albert Rivera).

Per il “blocco costituzionalista” PP-PSOE-C’s il problema catalano era – è – solo un problema di “legalità” (e di ordine pubblico) e non di “legittimità” e di “diritto all’autodeterminazione”, dal momento che la costituzione del ’78 (anch’essa erede diretta dei 40 anni di dittatura franco-fascista) non prevede il diritto alla secessione. Quindi i 2 milioni di sì del primo ottobre, sui 5.3 milioni di elettori catalani, sono troppo pochi per invocare per l’indipendenza.

Ma, a parte il fatto che i votanti e i sì sarebbero stati con ogni probabilità molti di più se le condizioni di quel giorno fossero state meno orribili di quelle che hanno rimandato inevitabilmente alle immagini indelebili della Santiago del Cile pinochettista degli anni ’80 e del G8 del 2001 a Genova, è chiaro come il sole che il problema catalano, con tutte le sue implicazioni in giro per l’Europa e per il mondo, è un problema politico.
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