L’Anac chiede al governo di essere europeo

di Vincenzo Vita

Ancorché abbia fama di abilità tattica, il ministro Franceschini ha fatto uno strano uno-due. Da una parte ha voluto a tutti i costi una modestissima legge sul cinema (n.220 del novembre 2016) in cui l’universo degli autori e delle esperienze indipendenti è stato maltrattato a favore delle produzioni più potenti, dall’altra ha varato un coraggioso decreto legislativo sulla promozione delle opere europee e italiane che abbisognerebbe proprio del sostegno attivo delle categorie indebolite. Infatti, la valorizzazione delle “quote” contraddice in parte lo spirito conservatore della norma-madre.

E così, l’abile Dario ha trovato freddezza e voglia di rinvio a palazzo Chigi, rafforzate dalla plateale ostilità delle emittenti televisive, pressoché tutte. Rai, Mediaset, La7, Sky, Discovery e così via hanno chiesto lo stop del provvedimento, forti del loro enorme potere di influenza sul ceto politico. C’è aria di trattativa, ora. Forse il testo approderà nel consiglio dei ministri della prossima settimana. Ma, c’è da giurarci, l’articolato nel frattempo si stempererà. Salvo miracoli laici.

Del resto, il tema delle quote è attraversato da un forte conflitto sul controllo delle risorse. I broadcaster hanno l’interesse a riempire i palinsesti di programmi chiavi in mano curati dai “procuratori” (vedi la polemica al riguardo in seno alla commissione parlamentare di vigilanza) e di talk seriali. Il mondo dell’industria culturale chiede, invece, qualità e spazi originali, che certamente renderebbero migliori i contenuti. Anzi.
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