Televisione a effetto immediato

di Vincenzo Vita L’«American Economic Review» ha recentemente pubblicato uno studio curato da Ruben Durante dell’Universitat Pompeo Fabra di Barcellona, da Paolo Pinotti della Bocconi di Milano e da Andrea Tesei della Queen Mary University di Londra. Tema: l’influenza sul voto della televisione commerciale di marca berlusconiana. La ricerca è interessante non solo perché ribadisce […]

Ugo Gregoretti, il maestro della tv intelligente

di Vincenzo Vita Ugo Gregoretti – morto a 89 anni nella sua casa romana – è stato la televisione intelligente. Sono note, ovviamente, le cospicue attività nel cinema, che gli è stata riconosciuta tardivamente nel 2010 con il Nastro d’argento alla carriera; nonché la vivacissima indole giornalistica. O l’attitudine di organizzatore culturale o di direttore […]

La Rai senza immaginario

di Vincenzo Vita Il manifesto di domenica scorsa ne ha già parlato. Tuttavia, la polemica è cresciuta molto. Giustamente. Si tratta dell’ipotesi di cambio di destinazione d’uso dei canali 24 e 25 del digitale terrestre, oggi utilmente adibiti a trasportare «Rai Movie» e «Rai Premium»: pezzi forti dell’offerta di film, audiovisivi e fiction del servizio […]

Sky-Mediaset, le istituzioni non stiano a guardare

di Vincenzo Vita

La pay-tv è diventata per i media lo strumento fondamentale per acquisire risorse, visto che gli altri introiti – la pubblicità e i canoni dei servizi pubblici – sono destinati a diminuire piuttosto che ad aumentare. L’accordo tra Sky e Mediaset risponde, dunque, a una doppia esigenza: il gruppo di Berlusconi ha bisogno di limitare le perdite dell’offerta Premium e Rupert Murdoch deve consolidarsi in Italia, dove ha ancora margini di sviluppo. Entrambe le società vivono un momento delicato.

Il Biscione sogna di trovare un attracco strategico, perché i suoi anni d’oro sono ormai alle spalle; e il tycoon anglo-australiano ha l’esigenza di tener botta agli spiriti aggressivi che lo circondano, dallo stesso socio di riferimento 21st Century Fox intenzionato a salire al 100% del controllo alla rivale Comcast in gara per l’acquisizione.

La famiglia Murdoch ha risposto attraverso accordi importanti come quelli con Netflix (distributore in rete di programmi, 117 milioni di abbonati in 190 paesi) e con la leggenda di Walt Disney. L’offensiva italiana ha come avversari i francesi di Vivendi: i precedenti fidanzati di Mediaset ora in lite con Fininvest, nonché alle prese con l’arrivo del fondo americano Elliott che ha messo in crisi la scalata in Tim-Telecom.
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Il vecchio male della tv conservatrice

di Vincenzo Vita

È stato detto e scritto con solennità che la televisione generalista è stata nuovamente la protagonista assoluta del red carpet mediatico dell’ultima campagna elettorale. Sarà, ma simile certezza è messa in discussione da due elementi rilevanti.

Innanzitutto, proprio la televisione si è rivelata – negli atteggiamenti dominanti – piuttosto distante dal nuovo senso comune, essendo stati chiaramente sospinti nel flusso delle notizie Partito democratico insieme al governo e Forza Italia ben al di là della forza effettiva. A fare da polarità dialettica negativa è stato scelto il Mov5Stelle, tanto abbondante nel tempo di notizia quanto citato in modo critico o sarcastico.

Insomma, Rai e Mediaset hanno votato per un rinnovato «Patto del Nazareno» e hanno perso. Un incrocio tra i dati forniti dall’Osservatorio di Pavia (per la commissione parlamentare di vigilanza) e quelli di Geca Italia (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ci fornisce un complesso di indicazioni, a cominciare dalla sottovalutazione pesante della Lega e dalla cancellazione di una lista come Potere al popolo. Altro che par condicio. La legge 28 del 2000 è stata rivista di fatto, fuori da ogni procedura democratica. Infatti, le pari opportunità tra i diversi soggetti in campo – che nell’ultimo mese prima del voto dovrebbero essere rigorose ed egualitarie – hanno riguardato prioritariamente le forze ritenute importanti.
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Rai e non solo, nuova geopolitica dell’informazione

di Vincenzo Vita

È stato votato il parere dovuto dalla commissione parlamentare di vigilanza sul contratto di servizio Stato-Rai. Il testo non si discosta granché da quello che già si è avuto modo di commentare. In breve, l’articolato risalta per la continuità con il passato. Ed è chiaramente frenato da un clima freddo se non ostile.

E sì, perché il vituperato «partito-Rai» non esiste più, da tempo. Vale a dire quel complesso di forze politiche e culturali che aveva a cuore le sorti del servizio pubblico, sentimento perseguito anche con eccessi corporativi e con il peccato della lottizzazione. Tuttavia, per anni l’azienda di viale Mazzini è riuscita a reggere il colpo.

Nel caso del gruppo Fininvest-Mediaset – a fasi alterne competitore o alleato – vi era sullo sfondo il conflitto di interessi mai seriamente regolato. Ecco, il contratto di servizio – nella sua debolezza «strategica» – è un indizio di un clima mutante. Infatti, nella stesura, appena ritoccata dal parere della commissione di vigilanza, non si trovano o non sono compiutamente affrontati alcuni nodi cruciali.
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Frequenze: fermiamo il colpo di mano dell’articolo 89

di Vincenzo Vita

Nel disegno di legge sul bilancio (n. 2960), uno degli ultimi atti della legislatura, c’è un vero e proprio colpo di mano. L’articolo n. 89, infatti, si butta sul complicato tema delle frequenze radiotelevisive e di telecomunicazione in assenza di una seria riforma del sistema. Si utilizza il veicolo sicuro della legge finanziaria -la cui approvazione è sempre certa- per riorganizzare un sistema colpevolmente sconquassato negli ultimi trent’anni e tuttora privo di un ordine democratico.

Passi per la delega all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a pianificare il percorso della tecnologia 5G previsto dalla Commissione europea. Se mai, si potrebbe obiettare che una simile enfasi tecnologica è figlia di un determinismo un po’ fuori tempo massimo nell’attuale stagione del capitalismo cognitivo che ci interpella se mai su contenuti e paradigmi, piuttosto che su ulteriori “gadget”, per di più gravosi per l’inquinamento elettromagnetico. E così è comprensibile che il passaggio della prelibata banda 700 MHz dalla televisione alla banda larga (rinviato peraltro al 2022 rispetto al 2020 indicato da Bruxelles) sia normato. E mettiamoci pure i proventi delle gare prevista per l’attribuzione degli spazi alle telecomunicazioni.

Il resto, però, è del tutto arbitrario e le stesse parti dettate dalle esigenze comunitarie avrebbero avuto un altro respiro se la “Gasparri bis” – come è chiamato con sprezzo del pericolo l’articolo n.89 – fosse stata inscritta in un progetto di vera riforma, in cui si prevedesse una reale redistribuzione plurale delle risorse, attribuendone una quota all’area non profit del mercato allargato. Fu fatto con la legge del 2009 in Argentina, e chissà mai perché non si sperimentano anche qui altre vie per la gestione dello spettro radioelettrico: non una proprietà privata, bensì un bene comune.
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Rai: il disastro degli zelanti a viale Mazzini

di Vincenzo Vita

“Non si uccidono così anche i cavalli?” recita il titolo di un famoso film del 1969 di Sydney Pollack con Jane Fonda. Ed è proprio il cavallo scolpito da Messina che simboleggia la Rai a morire in queste ore. Sì, perché la miscela tra dilettantismo, arroganza e insipienza politica sta riuscendo nell’opera di devastazione del servizio pubblico che a nessuno – destra dura e pura, berlusconiani, sinistrorsi delle terze vie – era finora riuscito.

Le ultime decisioni tese a sfiduciare da parte della maggioranza di un consiglio di amministrazione ormai logoro l’amministratore Campo Dall’Orto, del resto rivelatosi la persona sbagliata al posto sbagliato, ci raccontano che l’occupazione di viale Mazzini da parte del mondo “renziano” è miseramente fallita. Tra il dramma e la farsa. Con grande improntitudine fu varata con impeto autoritario la (contro)riforma, la legge 220 del dicembre 2015. Quest’ultima, a costo di sovvertire quarant’anni di giurisprudenza costituzionale e le linee guida adottate dalle stesse forze che diedero vita al partito democratico, attribuì poteri assoluti all'”uomo solo al comando”, scelto verosimilmente più per la partecipazione alla Leopolda che per meriti manageriali.
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Mille proroghe: pubblicità, tetti e servizio pubblico, come la tv rischia di cambiare

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di Vincenzo Vita

Di proroga in proroga fino alla vittoria? Giusto per dire. Ma la Rai vede sempre più assottigliarsi il suo status di servizio pubblico. Infatti, ecco che l’intramontabile decreto “mille proroghe” contempla un ulteriore spostamento del calendario: le lancette del rinnovo della concessione si spostano a fine marzo del 2017. Con allegata convenzione, istituto abolito dalla vecchia legge Gasparri (n. 112 del 2004) e ora riscoperto.

Sull’articolato è d’obbligo il parere della Commissione parlamentare di vigilanza, che ha un mese di tempo, da quando – però – il testo viene inviato dal Governo. Al momento, non sembra esservi una traccia ufficiale, mentre – se mai – si rincorrono voci sull’eventuale rimaneggiamento dei tetti degli affollamenti pubblicitari. Oggi la trasmissione di messaggi pubblicitari da parte della Rai non può eccedere il 4% dell’orario settimanale di programmazione e il 12% di ogni ora (con possibile sforamento del 2% da recuperare nell’ora antecedente o successiva).

Voci interne fanno sapere che è stata studiata l’ipotesi di applicare il limite settimanale alle singole reti, con la perdita inesorabile di circa 80 milioni di entrate. Forse il verbo è al passato, se è vero ciò che ci ha dichiarato direttamente il sottosegretario con delega Giacomelli, il quale ha escluso tale “decrescita”. Chissà, forse è intervenuto un ripensamento.
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Discutendo di religione: come ti sbilancio il dibattito pubblico

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di Vincenzo Vita

Par condicio luterana. Dopo l’incontro di Lund, in Svezia, tra il papa di Roma Francesco e il presidente della Federazione luterana mondiale, il palestinese Munib Younan, sarebbe ora che si applicassero le disposizioni generali sul pluralismo anche alla rappresentazione delle differenti confessioni religiose. Al momento lo spettro delle opportunità rimane fermo a tre storiche trasmissioni: “Protestantesimo” (in orario da nottambuli), “Sorgente di vita” (idem) e “Culto evangelico”, rubrica radiofonica di discreto ascolto infilata la mattina tra notiziari, ultime sul traffico e rassegne stampa.

Proprio l’avvicinarsi del quinto centenario dell’esposizione delle 95 tesi di Lutero e l’inedita riapertura del dialogo con la massima autorità del credo cattolico inducono a urgenti correzioni. Vale a dire la parità di trattamento tra le articolazioni del monoteismo. Dai vari filoni protestanti, all’ebraismo, all’Islam.

“Critica liberale”, la rivista diretta da Enzo Marzo, commissionò qualche mese fa alla società “Geca Italia” (la stessa che raccoglie i dati sulle presenze politiche per l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) una ricerca proprio sull’argomento per gli anni 2009-2014, sostenuta con i fondi dell’8 per mille valdese. Risultati scandalosi e persino disarmanti. Le rilevazioni valgono per Rai, Mediaset, La7 e Sky. Tuttavia, limitiamoci alla parte pubblica, vincolata da obblighi maggiori e più specifici.
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