Ballo di famiglia o le mille risorse di Riccione e di Romagna

di Silvia Napoli Dalle province di Romagna al mondo e ritorno, potrebbe titolarsi la partecipata e festosa conferenza stampa che si è tenuta qualche giorno fa in Arena del Sole, condita con tanto di piadina e sangiovese superiore, per presentare quello che non vuole essere definito né un festival né un cartellone, itinerante o meno […]

In una parola: etica, relazioni e rivoluzioni nell’infosfera

di Alberto Leiss Recentemente ho litigato spesso con procedure burocratiche computerizzate, il cui malfunzionamento (almeno da me percepito) mi ha indotto a diffidare sempre di più nelle magnifiche sorti e progressive indotte dalla rivoluzione digitale (in cui si specchia questo nostro secolo superbo e sciocco…). Forse anche per questo mi tengo lontano dalle molte teorizzazioni […]

Licenziamento tecnologico: non basta un messaggio sul telefono per perdere il lavoro

di Sergio Palombarini

In un celebre film del 1989, R. Zemeckis ipotizzava un futuro anno 2015 in cui si poteva essere licenziati con un messaggio e una video-chiamata. Gli amanti di “Ritorno al futuro” forse non immaginano che, nella realtà del 2016, un licenziamento simile non sarebbe sembrato così assurdo alla Corte d’Appello di Firenze. Ma per comprenderne la ragione bisogna partire dal passato.

Il licenziamento non è cosa da prendere alla leggera, ed infatti il legislatore ha stabilito le “norme per i licenziamenti individuali” con la legge n. 604 del 1966. In particolare la legge (oggetto di diverse modifiche negli anni) stabilisce che il datore di lavoro “deve comunicare per iscritto il licenziamento al prestatore di lavoro”, che viceversa sarebbe “inefficace”(art. 2, co. 1). Per il legislatore non vi è dubbio su cosa sia la “forma scritta” o la “firma” di un documento.

Tuttavia l’avvento dei computer prima e dei cellulari poi hanno costretto il legislatore a intervenire nuovamente e, dal 2006, per avere un documento informatico dotato di “validità ed efficacia probatoria” è stabilito il requisito della cosiddetta “firma digitale”. Per la precisione il documento dev’essere formato “con modalità tali da garantire la sicurezza, integrità e immodificabilità del documento e, in maniera manifesta e inequivoca, la sua riconducibilità all’autore” (art. 20, co. 1-bis, d. lgs. n. 82/2005, modificato con d. lgs. n. 159/2006).
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Il primo G7 della post-democrazia

di Vincenzo Vita

Non era ancora successo. C’è sempre una prima volta, come si dice. E così il G7 a Ischia, dedicato alla lotta al terrorismo, vedrà seduta allo stesso tavolo dei governi una cospicua rappresentanza degli Over The Top: Google, Microsoft, Facebook e Twitter.

Anche simbolicamente si prende atto che lo stato-nazione non è ormai declinabile secondo le consuete definizioni spazio-temporali tipiche dell’era analogica, bensì nuota in un acquario assai più ampio. Accanto ai poteri finanziari, che da tempo stanno nella zona rossa della stanza dei bottoni, attraversano ora prepotentemente il «red carpet» imperiale gli oligarchi dei dati, i padroni esclusivi degli algoritmi che reggono l’architettura della conoscenza, i custodi delle nostre identità digitali: quelle che solo loro, e non noi semplici utenti-sudditi, conoscono.

La «Datacrazia» è, secondo il sociologo dei media Derrick de Kerckhove, la dimensione reale verso cui si incammina il mondo post-democratico, il territorio della transizione in corso. Di cui, per capirci, il ridimensionamento dei parlamenti e delle assemblee elettive è uno dei capitoli.
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La favola del postcapitalismo e della liberazione attraverso la tecnologia

di Lelio Demichelis

È arrivato un nuovo profeta che promette un postcapitalismo meraviglioso, umano, collaborativo, intellettuale, gratuito. Un postcapitalismo che sta nascendo dal capitalismo stesso e che, come il proletariato di Marx cancellerà questo capitalismo e ci porterà gioia, felicità, condivisione libera, la liberazione dalla fatica, eccetera eccetera.

Perché si compia il passaggio al postcapitalismo basta confidare nella potenza rivoluzionaria e salvifica delle nuove tecnologie, confidare nel loro potere liberatorio e liberante nonché libertario, nella loro capacità di diffondere nuovi modi di lavorare e di consumare liberando il tempo dal lavoro e permettendo a noi mortali attività in rete finalmente libere e quindi non capitalistiche. Basta credere che il web sia la nuova fabbrica e che svolga la stessa funzione delle fabbriche del XIX° secolo e che il suo proletariato digitale, diverso da quello industriale perché più informato e più connesso, possa abbattere questo capitalismo.

Tutto bello e affascinante. Dimenticando però che se il vecchio proletariato – che era classe in sé ma anche per sé avendo una propria coscienza di classe capace di fare contrasto al capitalismo – è stato ormai in-corporato nel (è parte del corpo politico e culturale del) sistema capitalista, si è progressivamente sciolto nel capitalismo e ne condivide l’egemonia, questo proletariato digitale è nato invece già antropologicamente capitalista, non ha alcuna idea di una possibile alternativa, ha assunto in sé l’imperativo della propria integrazione nel sistema (il dover essere connessi) e pur essendo forse ancora classe in sé (mai così tanti lavoratori precari, della falsa conoscenza, della sharing economy, taylorizzati e fordizzati in rete o uberizzati ovunque) non è classe per sé né potrà mai esserlo perché incapace di una coscienza comune e di una progettualità politica alternativa (perché è ormai convinto che: non ci sono alternative) in quanto ciascun componente di questo metaforico proletariato digitale è stato ormai separato, isolato dagli altri e messo in competizione con gli altri.
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Bologna: notti padane, ricominciamo da qui

Fondazione Mast
Fondazione Mast
di Valeria Piasentà

A Bologna la Fondazione Mast – Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia – offre un esempio di relazione virtuosa fra impresa e città. La Fondazione no profit nasce da una idea dell’imprenditrice e presidente di Coesia SpA, Isabella Seràgnoli: «Mast come iniziativa privata, ma aperta alla collettività, nasce con l’obiettivo di poter diventare una realtà per il bene comune delle persone: la comunità aziendale assieme alla partecipazione dei cittadini. Con questo scopo Mast ha l’ambizione di mettere insieme energie che partono dal territorio e dall’azienda e sono destinate al territorio e all’azienda, in un continuo rapporto virtuoso e creativo».

L’edificio, inaugurato l’ottobre del 2013 nel quartiere Viola di Bologna, ha trasformato un’area industriale dismessa, schiacciata fra la città e il parco del Reno, in un centro polifunzionale dotato di: spazi espositivi; auditorium-sala proiezioni per 410 spettatori con attrezzature d’avanguardia per il sound tanto di spettacoli teatrali che del cinema in 3D – anticipato da un foyer che contiene una scultura di Kapoor – e che il 10 aprile ha ospitato una lectio magistralis di Umberto Eco; area didattico-esperenziale, dotata di attrezzature multimediali interattive; caffetteria e ristorante affacciato su uno specchio d’acqua, caratterizzati da sperimentazione culinaria e cultura della nutrizione; Accademy, con 1.000 mq di aule attrezzate; palestra; asilo nido e scuola materna, con operatori impegnati in corsi di aggiornamento permanente; un parco progettato dall’architetto paesaggista Paolo Pejrone. I servizi sono rivolti ai lavoratori dell’impresa come ai cittadini.
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