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Claudio Longhi e l’attitudine del cartografo

di Silvia Napoli

C’era una volta un ragazzo molto dotato e disciplinato che mentre completava i suoi studi si cimentava con il lavoro del palco e della messinscena, guidando e stimolando i suoi compagni di scuola e di avventura, lasciando già intuire un’applicazione molto oltre i confini della pratica dilettante.

Il ragazzo garbato ed entusiasta, baciato dalla fortuna di avere e poter coltivare passioni intellettuali costanti nel tempo, plasmate da un duro esercizio di prassi e tutte fatte apposta per la condivisione, graduava cosi ambizioni, fatiche e curiosità del percorso, fino a diventare pienamente se stesso nella molteplicità degli aspetti che oggi gli conosciamo.

Docente universitario e grande ricercatore della storia teatrale del Novecento in prima battuta, ma poi metteur en scene, perché gli anni di assistenza alla regia accanto ad un compianto maestro quale Luca Ronconi, non possono essere trascorsi in modo inerte e infine dirigente di Emilia Romagna Teatro Fondazione per il quadriennio 2017-2020, ovvero il Teatro stabile pubblico della nostra Regione, a valenza nazionale, articolato in 5 sedi diverse, tutte innovative e a forte caratterizzazione, diversificate nella loro fisionomia.

Oltre la tradizione musicale e teatrale: Europavox, nel salotto buono

di Silvia Napoli

C’era una volta una città ricchissima di tradizioni musicali e teatrali che non riusciva a innovarsi laddove le cosiddette orde dei giovani fuorisede premevano ai bordi di uno dei salotti buoni per antonomasia quale quel teatro Comunale, dedicato alla lirica e alla concertistica che quasi ovunque è sinonimo di sfoggio di pellicce e conseguenti possibili contestazioni a suon di lanci di uova o vernici.

Nella città dei più antichi studi il problema si palesava con incongruenze e distonie forti, tra il contesto estremamente giovanile e in parte degradato subito fuori, gli stucchi, i velluti e i costi d’esercizio con relative cicliche proteste dell’orchestra e delle maestranze, dentro. Ma se c’è una cosa che l’Europa in quanto entità culturale ci ha consegnato è l’esempio della possibilità di avere teatri e auditorium funzionanti su tutto l’arco temporale dell’anno e in tutti gli orari della giornata scoprendo multifunzioni e diverse tipologie di pubblico, la possibilità di avere anche allestimenti più snelli, maggiore apertura alla musica contemporanea, alla divulgazione, immagine grafica rinnovata, affidata a talenti giovani che rendono la Comunicazione meno ingessata e pomposa e più affine alla cultura di strada che la fa da padrone tutto intorno.

Un teatro comunale dunque non ufo o meteorite scagliato in territorio alieno, ma corpo vivo nella cittadella degli studi, finalmente attraversato da saperi ed esperienze diverse e utilizzato in tutti gli spazi passibili di aggregazione in estate cosi come possibilmente in inverno.

Over: che bella età, la grande età

di Silvia Napoli

Una riflessione simile davvero ad uno squarcio di luce deve aver attraversato Nicola Borghesi e i suoi accoliti di Kepler452, di fronte al materiale umano su cui e con cui lavorare in maniera laboratoriale per il nuovo progetto natalizio, chiamiamolo così, che l’Associazione Liberty, nell’ambito della sua stagione Agorà, è solita proporre al suo affezionato pubblico-sostenitore ogni anno. Se nel 2017 si trattò di misurarsi con i giovanissimi dell’Istituto Keynes di Castelmaggiore e con il calco rappresentato dall’inchiesta pasoliniana Comizi d’amore, stavolta tocca agli over e un tot di tutta l’area centri sociali della Bassa, chiamati in modalità “spericolata”a costruirsi pure il canovaccio.

In fondo, gli anziani, sono i ragazzi del secolo scorso e dunque, anche il loro oggi di pensionati di paese, va storicizzato. La Storia, così costantemente osteggiata nelle sedi decisionali pubbliche, è divenuta una esigenza più che una disciplina, propria del fare comunità:per affrontare sfide diverse e sapersi evolvere, è bene ogni tanto fare reset e andare a guardarsi indietro per scoprire, quasi rivelare a noi stessi, ciò che ora siamo sulla base di quanto si è edificato o distrutto ieri.

A proposito di fili di collegamento e di comunità, Elena Digioia, direttrice artistica della stagione Agorà che scalda i freddi inverni della nostra pianura metropolitana con programmazioni palpitanti di stimoli, autentica donna e professionista di cuore e di testa, non si lascia sfuggire opportunità di tracciare percorsi riconoscibili e spostare confini dentro questo campo partecipato.

Teatro dell’Elfo: una squadra vincente che ha quasi mezzo secolo

di Silvia Napoli

Che al Teatro dell’Elfo, ci si diverta ancora, nonostante il quasi mezzo secolo di vita della compagnia, oggi impresa sociale, accresciuta in dimensioni, responsabilità e funzioni, pare un dato indiscutibile. Ci si diverte in quel senso peculiare di rilanciare e riqualificare qualsiasi situazione si abiti, innovando, includendo, estendendo, sperimentando, tuttavia fedeli a una cifra stilistica ben riconoscibile e a una squadra che vince spesso (probabilmente sua l’aggiudicatura dell’UBU per la categoria spettacolo dell’anno 2018, con Afghanistan-Il Grande gioco-enduring Freedom) e dunque non si cambia. Al massimo in seno al nucleo fondativo si può verificare una separazione consensuale come fu negli anni Ottanta rispetto a Gabriele Salvatores, che si scoprì una vocazione di cineasta.

L’humus fecondo, a dispetto delle lamentose e ingenerose riletture storiche che affliggono la Cultura del nostro Paese, è quello della Milano sessantottina, già capitale morale e produttiva d’Italia, anche europea prima dell’Europa dell’euro e prima degli anni dell’economia drogata, bevuta e divorata che sappiamo.

Come fare rivoluzione in buona compagnia, ovvero il teatro secondo Kepler452

di Silvia Napoli

Non dev’essere un caso se incontriamo Nicola Borghesi performer e regista di Kepler452, nell’imminenza della ripresa del Giardino dei Ciliegi, spettacolo rivelazione della scorsa stagione teatrale bolognese, perché un tratto da letteratura russa aleggia già nella persona che mi plana svolazzando in bici davanti ad un caffè.

I modi di Nicola sono pacati e febbrili nello stesso tempo, come si conviene a chi vive forse più in penombra o comunque sotto luci non naturali, che en plen air. Eppure questo rega in tutto e per tutto felsineo. è reduce da una lunga estate portoghese trascorsa nei laboratori teatrali di Thiago Alves, perché rinnovarsi e imparare sempre è cosa salutare,almeno se hai quasi sempre voluto fare questo mestiere, come candidamente ammette.

Non lo crederesti,ripensando agli esordi tutti interni ad una balotta molto indie, che all’inizio si fece rappresentare dai contenuti ironici del blogger Quit the doner, a sua volta esploso come la Ferrante dei giovani precari expat in Rete. C’era tanta gente allora a far caciara sulle tavole prestigiose dell’oratorio S Filippo Neri. Un sotto-sopra palco con il pubblico giovanissimo che si era messo fuori in file chilometriche all’entrata, perché comunque c’era anche lo Stato Sociale in quella storia li ed era un gruppo di culto, come si dice.

Winnie 4 ever: la resilienza al femminile

di Silvia Napoli

Se dovessimo declinare il concetto di resilienza al femminile e farlo in maniera iconica, credo non si potrebbe prescindere dalla figura di Winnie, un personaggio teatrale che è tuttora una sorta di potentissima signora delle scene, equipaggiata com’è con tutte le sfumature di ambivalenza possibili derivanti dal suo status antinaturalistico e antipsicologico da un lato e dall’altro dalla sua essenza umana, troppo umana. Se Winnie può diventare un emblema, un simbolo, una portabandiera, un feticcio tra oggetti feticcio è proprio in virtù del suo essere Donna e dunque storicamente destinata ad essere vista come idea, allusione e illusione di qualcos’altro, allorquando il confrontarsi con l’irriducibilità e la carnalità del femminile diventa insopportabilmente angoscioso o deflagrante.

Naturalmente negli “happy days” beckettiani, che non sono la memoria di un periodo di vita circoscritto e sereno, come presto scopriamo, ma una giaculatoria, una collana di giorni che si giustappongono implacabili e sono dunque, tutti i giorni a disposizione di una vita, di una umanità, forse della Storia e del mondo, dall’inizio del Tempo mortale, abbiamo anche una plastica esercitazione sui meccanismi dell’arte scenica, sul valore della rappresentazione, sulla coazione a ripetere insita in ogni attività performativa, sul desiderio anche questo ambivalente di costruire e smontare, di vedere cosa c’è dentro, fino alla distruzione del giocattolo, proprio di ogni drammaturgo-regista, sul principio di alterità e di dialettica necessaria che a questo punto incarna l’attore.

Attore che gioca, come coerentemente suggerisce la lingua inglese su due piani:l’ammiccare al pubblico e alla sua condizione cosi fragile e inerme dinnanzi a ciò che si dispiega ai suoi sensi e il duellare incessante con la volontà vessatoria del metteur en scene.

Visto a teatro: prima della pensione (ovvero cospiratori, una commedia dell’anima tedesca)

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Prima della pensione è un testo scritto da Bernhard nel 1979, all’epoca dello scandalo che travolse Claus Peyman – il regista di molte delle sue opere teatrali e che portò in scena per la prima volta questo stesso testo – spingendolo alle dimissioni dalla direzione del teatro di Stoccarda. Per avere chiesto un trattamento carcerario meno rigido per uno dei membri del gruppo Baader-Meinhof, venne infatti accusato di essere un simpatizzante del terrorismo. Nelle vesti di accusatore si distinse in particolare un potente politico tedesco, di cui, in quello stesso periodo, si venne a sapere che era stato un fedele servitore di Hitler, svolgendo fino all’ultimo le sue funzioni di giudice militare.

Un giudice è il protagonista del testo. Rudolf Holler amministra la giustizia nel tribunale cittadino, di cui è uno degli esponenti di maggiore rilievo. È un vecchio, ormai prossimo alla pensione. In gioventù era stato un membro delle SS ed un convinto sostenitore del nazismo. Dopo la guerra furono sufficienti alcuni anni ai margini, in un paese desideroso di dimenticare il passato, per essere riabilitato e tornare al centro della vita sociale. Ma l’adesione di facciata ai valori della nuova democrazia e il servizio prestato nelle sue istituzioni, nasconde una assoluta continuità con gli ideali politici giovanili.

Con la sua prosa feroce e vorticosa Bernhard intende evidenziare alcune oscure costanti dell’anima tedesca. Nella sua prospettiva il nazismo non è che una particolare manifestazione di tratti che continuano ad essere ben presenti nel popolo tedesco e che hanno la loro origine nella ristrettezza e meschinità dei valori piccolo borghesi (il nazionalismo, il conformismo, lo spirito di sottomissione, l’ipocrisia propria del cattolicesimo più retrivo; quell’insieme di valori che il giovanissimo Bernhard imparò ad odiare ferocemente negli anni che fu costretto a passare in un collegio di Salisburgo, che era stato un convitto nazionalsocialista; anni raccontati negli straordinari volumi della autobiografia).

Teatro: ecco “Porcile”, il Pasolini “popolare” di Valerio Binasco

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

La messa in scena di Valerio Binasco si inserisce all’interno del rinnovato interesse per l’opera di Pasolini, in occasione del quarantesimo anniversario della sua tragica e violenta morte, avvenuta all’Idroscalo di Ostia, nella notte tra il 1° e 2 novembre del 1975. Lo spettacolo ha infatti visto il suo debutto in occasione del Festival di Spoleto, nell’estate del 2015.

Porcile è un dramma in versi, articolato in undici episodi, scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1967. Da questo testo è stato tratto, nel 1969, l’omonimo film. Porcile, al pari delle altre opere teatrali scritte da Pasolini, è un cupo e desolato ritratto della borghesia capitalistica, mostrata nelle sue corruzioni morali e politiche e nel suo incessante trasformismo.

La storia si svolge in Germania, nell’estate del 1967, e si sviluppa su due piani. Il primo è incentrato sui tormenti interiori del venticinquenne Julien, il rampollo di una ricca famiglia di industriali, nel passato compromessa con il nazismo. Vive in una inspiegabile apatia ed accidia, è un figlio né obbediente, né rivoluzionario. Non si identifica nel mondo e nei valori dei genitori, ma non riesce a sentirsi coinvolto dai movimenti di contestazione dei giovani borghesi come lui (una forma diversa di conformismo).

Respinge il corteggiamene della giovanissima Ida, che lo invita inutilmente a partecipare alla marcia per la pace che si terrà a Berlino. Gli parla di un segreto inconfessabile (“Perché se tu mi vedessi un solo istante come sono in realtà / scapperesti terrorizzata a chiamare un dottore / se non addirittura un’ambulanza”). Gli dice che è innamorato, ma non di lei. Che mai l’oggetto di una passione amorosa è stato così infimo, e che quindi è costretto a viverla nel segreto. Che attraverso gli atti di questo amore segreto riesce ad immergersi con gioia e naturalezza nella vita, andando oltre ogni costrizione sociale o politica. Questa scintilla di vita pura Julian la trova nell’amore e nel sesso con i maiali del porcile paterno.

“Non è un paese per giullari”: Dario Fo e Piazza Grande

Dario Fo

di Alice Facchini

Questo articolo è stato pubblicato da Piazza Grande nel 2014 e ripreso online il 13 ottobre 2016, il giorno della morte di Dario Fo

“Perché seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”. Con questa motivazione Dario Fo ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1997. Recitare sul selciato delle piazze, all’interno delle fabbriche, oppure calpestando l’asfalto della strada, con atteggiamento critico verso il cosiddetto “teatro borghese”, il teatro per le élite. Questo è stato uno degli strumenti con cui Dario Fo ha portato avanti la sua idea di teatro sociale, per ritornare alle origini popolari della recitazione.

Che significato politico ha avuto per lei il teatro di strada negli anni ’60?

Il nostro teatro era determinato da qualcosa di incombente e brutale: la censura. Quante volte ci siamo messi a fare teatro per la strada perché ci avevano chiuso il teatro! In Sicilia, per esempio, interveniva una specie di mafia legata ai partiti che avevano in mano il potere in quella regione, con la scusante che non era a norma la struttura. In quel momento, noi stavamo lottando a fianco dei sindacati e del Partito Comunista, eravamo scomodi: è per questo che ci hanno tolto la possibilità di accedere ai normali teatri. Perciò, abbiamo iniziato a recitare sui camion: prendevamo un camion, arrivavamo in un posto e aprivamo le ante. Era proprio lì sul camion che si metteva in scena lo spettacolo, approfittando del motore per darci energia, e per poter recitare con la luce anche di notte.

Oggi il teatro di strada è ancora vivo?

In Francia c’è una grande tradizione del teatro di strada. Ci sono addirittura rioni dedicati e messi a disposizione dei giovani, i quali possono recitare senza timore che ci sia qualcuno che pretenda un permesso, cosa che invece in Italia si richiede ancora. La difficoltà nel nostro Paese è che bisogna avere sempre i permessi, per tutto, anche per far pipì. Bisogna perciò combattere una grande lotta. Gli attori arrivati a un certo livello devono dare l’esempio: scendere nelle piazze a recitare, anche senza i permessi, arrivando alla fine a conquistare la libertà di farlo.

Che emozioni dà la strada all’artista, che il teatro non riesce a dare?

Recitare in strada per un attore significa imparare che cosa significa davvero l’improvvisazione. Quando sei in strada, devi dimenticare quella che è la comodità del palcoscenico: il fatto che il pubblico stia a guardare in silenzio, che accetti di seguire lo spettacolo fino alla fine. Lì devi mettere in conto tutto: il cane che passa, il bambino che piange, il vigile che entra in scena e ferma lo spettacolo, l’importanza di coinvolgere le persone intorno…È in quel momento comincia la vera rappresentazione, quando te lo vietano.

Com’è nato il teatro di strada a cui lei si è ispirato?

Uno dei grandi attori e commediografi di strada era San Francesco. Francesco andava in giro e molte volte doveva scappare, perché c’erano quelli che si sentivano mortificati, umiliati, offesi: non accettavano che si raccontasse il Vangelo per la strada, era un peccato mortale. Ma, più di tutti, è stato Gesù Cristo: lui faceva rappresentazioni vere e proprie davanti a un pubblico enorme. Quando hai cinquemila persone che ti ascoltano, non puoi stare in una piazza, devi andare in cima a una montagna: solo così, sfruttando la flessione del terreno, si può approfittare del cosiddetto “mezzo eco”, che ti rafforza la voce. Oggi bisognerebbe riprendere il Vangelo e recitarlo di nuovo nelle strade, come un tempo.

Lei recitava nelle piazze proprio come i giullari nel Medioevo. Oggi è ancora attuale questa figura del matto, che veicola le rabbie e i sentimenti del popolo?

Io recitavo la figura del giullare per mostrare il cammino che ha fatto il teatro nel tempo e per far capire che cos’era il teatro una volta, nel periodo in cui si metteva in scena la condizione del popolo. Avevo scelto di reinterpretare un testo del Cinquecento, la cui attualità però ci perseguita ancora oggi. In un momento in cui la gente non ha lavoro ed è affamata, il personaggio dello Zanni, per esempio, che mangerebbe se stesso per la fame, è diventato di un’attualità enorme.Molte volte noi attori mettiamo in scena una situazione assurda, paradossale, che ci serve come provocazione e poi, dopo alcuni giorni, tac! Arriva il personaggio della politica che riprende ancora gli stessi schemi e ci copia, senza rendersene conto e senza pagare i diritti d’autore. È sempre la realtà che copia il teatro, non viceversa.

L’inferno del potere: ecco il racconto che se ne fa in Calderón di Pasolini

Calderón di Pier Paolo Pasolini

Calderón di Pier Paolo Pasolini

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Sono al limite dell’irrappresentabile i drammi di Pasolini. Portarli in teatro richiede coraggio; in questo caso ci pare quasi una sfida al pubblico degli abbonati alla stagione di prosa: 140 minuti senza intervallo, molti dei quali di monologhi pervasi di ideologia sulla natura del potere della borghesia e sui suoi trasformismi.

Il dramma in versi Calderón è l’unico dei testi teatrali di Pier Paolo Pasolini ad essere stato pubblicato prima della sua prematura scomparsa (dall’editore Garzanti, nel 1973, sulla base della revisione di una prima versione del 1967). Pasolini abbandonò infatti l’idea di un volume dedicato alla sua intera produzione per il teatro, ritenendo che gli altri testi avessero ancora la necessità di una revisione formale per essere leggibili. Del Calderón disse invece di ritenerlo “una delle [sue] più sicure riuscite formali”.

La sua prima e più celebre rappresentazione ebbe luogo nel 1978, al Teatro Metastasio di Prato, per la regia di Cesare Ronconi (che fece recitare gli attori nella platea, svuotata dalle poltrone, e sistemare il pubblico sui palchi). Tra gli spettatori, l’allora giovanissimo Federico Tiezzi, che ora, a distanza di quasi quarant’anni, firma questa nuova importante e riuscita messa in scena.