Taranto, un futuro migliore è possibile. Basta volerlo

Ilva - Foto di Antonio Sepranodi Antonia Battaglia

Se si vive a Taranto, si ha la netta sensazione di abitare in uno spazio e in un tempo staccati dal resto del Paese e del mondo. La ragione di questo sentimento, misto di solitudine, desolazione, rabbia e voglia di rompere tutto, nasce non solo dalla mancata risoluzione dell’eterna questione ambientale, ma anche da un generale e reale disinteressamento alle sorti della città, al suo futuro da parte di tutte le Entità istituzionali e sociali: governo, Stato, Regione, Comune, partiti, sindacati.

Su cosa si basa una società? Secondo buona parte della filosofia, le sue fondamenta dovrebbero ispirarsi ai concetti di giusto e di bene, il che comporterebbe, riferendosi a Taranto, che lo Stato dovrebbe intervenire per mettere fine allo status quo, sia nell’ipotesi che esso agisse in chiave utilitaristica (Sidgwick, priorità del bene sul giusto e raggiungimento del bene come felicità generale), sia nell’ipotesi che agisse in chiave puramente razionalistica (Kant, ciò che è giusto è dettato dalla ragione e la giustizia nella società dipende da scelte politiche esclusivamente ispirate dalla ragione e finalizzate al giusto).

Da qualunque parti la si studi, la vicenda Taranto è chiara: lo Stato lascia fare al Governo, che lascia fare alla Regione, che lascia fare al Comune e tutti aspettano che ipotetici Arcelor Mittal li salvino da questo annoso problema, che vogliono far credere irrisolvibile. Volendo fare sforzo di astrazione, far finta di non essere tarantini per qualche istante, per osservare la questione dal di fuori, la conclusione è sempre la stessa: manca la volontà politica di cambiare e di dare alla città un futuro diverso.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Così muore il futuro di Taranto

di Antonia Battaglia

Vista da Taranto, sfondo Ilva, l’attuale campagna elettorale per le elezioni europee sembra fatta al bar. Piccole, insignificanti discussioni tra amici, la sera, per distrarsi un po’ e allontanare dalla mente i problemi quotidiani.

Con l’espressione mista di sfiducia e di voglia di ribellione che hanno sul volto i tarantini, si aspetta, come in una telenovela, che i politici, che dicono oggi pubblicamente che Taranto vogliono salvarla, si riprendano dallo sconcerto creato in loro dalla notizia (insignificante seppur eticamente fastidiosa) che l’ex Ministro della Giustizia Paola Severino sia adesso avvocato della famiglia Riva.

Parole di sdegno, per questa notizia, sono arrivate da tutti o quasi i candidati alle elezioni europee anche da chi, ci si aspetterebbe, avrebbe potuto ignorare la notiziola e usare le altisonanti parole di sdegno a difesa di Taranto per ben altre ragioni e per ben altre notizie. Sì, perché questa settimana, a Taranto, è stata davvero densa di notizie negative, che mostrano l’avvio della città verso una zona di non ritorno, di condanna definitiva.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, l’ambiente svenduto a un’associazione a delinquere di stampo capitalistico

di Loris Campetti

Un padrone lombardo che si è fatto da sé raccogliendo rottami ferrosi, per poi diventare imperatore dell’acciaio italiano. È Emilio Riva, un genio nel suo genere, peccato che si tratti di un genere criminale. La chiusura delle indagini preliminari svolte nel corso di quattro anni dalla procura della repubblica di Taranto confermano quell’Ilva Connection che negli ultimi mesi abbiamo raccontato ai lettori di questo sito: 53 informazioni di garanzia, che preludono alla richiesta di rinvio a giudizio, sono state consegnate a tre generazioni della famiglia Riva, padre fondatore, figli e nipoti con l’accusa più grave di associazione a delinquere (di stampo capitalistico, si potrebbe chiosare), in cui sarebbero riusciti a coinvolgere, cioè a “convincere” e più spesso a comprare, ministeri, istituzioni locali (comune e provincia di Taranto e regione Puglia), politici di destra, centro e soprattutto sinistra, periti e scenziati, preti e carabinieri, sindacati e media.

Un’associazione a delinquere con l’intento di aumentare produzione nello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, a costo di trasformare la città di Taranto un luogo di morte, avvelenato da diossina, benzo(a)pirene, polveri sottili, metalli pesanti. A Taranto si muore più che in qualsiasi altra città italiana di tumore, semplicente perché chi doveva rispettare le leggi le ha violate, chi doveva controllare non l’ha fatto, chi doveva valutare le conseguenze dell’inquinamento ha taroccato le perizie, chi doveva raccontare i crimini dell’Ilva ha taciuto, chi doveva difendere i lavoratori in alcuni casi ha difeso il padrone, contro la magistratura. A morire di tumore sono innanzitutto gli operai dell’Ilva, accompagnati dai tarantini che hanno la sfortuna di abitare vicino alla fabbrica, i soggetti più deboli – bambini e anziani – e gli animali, intossicati dalla diossina (dalle pecore alle capre e alle cozze del Mar Piccolo.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva: sotto il materasso dei Riva

di Loris Campetti

Secondo la magistratura di Taranto, nel corso della gestione privata dell’Ilva svenduta dallo Stato al “rottamaio” Emilio Riva meno di vent’anni fa, il nuovo padrone della siderurgia italiana ha fatto utili a palate. Almeno 8,2 miliardi di euro Riva li ha intascati grazie al mancato rispetto di decreti, aia (autorizzazioni integrate ambientali), sentenze e ordinanze della magistratura che imponevano l’ambientalizzazione degli impianti per ridurre l’inquinamento provocato dal più grande stabilimento siderurgico d’Europa.

Il principio che ha mosso la genia dei Riva è molto semplice: aumentare la produzione e con essa gli utili, costi quel che costi agli operai e ai cittadini tarantini. Oliare la politica, l’informazione, le istituzioni, la Chiesa, i sindacati, i periti, isolando così l’odiata magistratura. È un principio a prova di bomba, anzi di diossina: “qualche tumore in cambio del lavoro è una minchiata”, come diceva il figlio pluri intercetto di Emilio, Fabio Riva, finito latitante sulle rive del Tamigi. L’Ilva di Taranto è la fabbrica dei primati: un’espansione territoriale maggiore della stessa città di Taranto, una produzione annua di acciaio pari a 10,5 milioni di tonnellate a pieno regime e a vuoto di controlli e vincoli, una produzione di diossina pari al 92% di tutta la diossina industriale che avvelena l’Italia.

Siccome Riva è molto furbo, ha capito per tempo che la festa prima o poi sarebbe finita e si è mosso con professionalità finanziaria, spostando il plusvalore accumulato sulla pelle – la salute – dei lavoratori e dei tartantini fuori dall’Ilva di Taranto, trasferendolo in altre società dell’universo Riva e mettendolo sotto protezione in un sistema di scatole cinesi nei paradisi fiscali di quattro continenti, dalla Nuova Zelanda al Lussemburgo, dalle isole del Canale della Manica alle Antille olandesi. Così, si è detto, nessuno può metterci le mani.
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“Ilva. Comizi d’acciaio”: in questa storia non ci sono supereroi

Ilva. Comizi d'acciaio
Ilva. Comizi d'acciaio
di Noemi Pulvirenti

In questa storia non ci sono supereroi che combattono contro il male, ma c’è un male come la kriptonite per superman, che uccide l’uomo. Ed è l’acciaio. L’Ilva è il doloroso dramma di una collettività che fa i conti con i veleni che hanno contaminato l’aria di Taranto, dando luogo ad un’emergenza sanitaria, ambientale e sociale. Un’emergenza ancora piena di interrogativi.

Il libro Ilva. Comizi d’acciaio (Beccogiallo) è un approfondimento di saggistica a fumetti del giornalista Carlo Gubitosa e del fumettista Kanjano. Il duo collabora già dal 2009 quando fondarono la rivista Mamma.

Dietro ogni capitolo c’è una sapiente ricerca di dati, di storie e testimonianze che vengono restituite con una visione che la cronaca non può dare, perché incapace di muoversi così liberamente nello spazio e nel tempo. I protagonisti e le storie sono tante: si parte con il capitolo “Gli ulivi”, abbattuti per costruire lo stabilimento; si prosegue con “Il comunista” che narra le vicende di un pescatore nei primi anni dell’Ilva, per poi passare a “L’astronauta” e del letale apirolio che veniva maneggiato dagli operai senza cautela. Si conclude con i capitoli che affrontano le vicende dei minerali in Brasile, i disegni dei bambini dell’Ilva o di un formaggio pieno di diossina. Il finale è un pugno che arriva dritto allo stomaco.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, una biografia nazionale

di Loris Campetti (*)

Ilva eris, Ilva reverteris. In 108 anni di vita la siderurgia italiana ha cambiato nome più e più volte, fino a riconquistare la definizione originaria. Ilva è un nome di donna, scelto per indicare la più maschile delle produzioni, l’acciaio, che racchiude in sé l’immagine emblema del novecentesco homo faber. Ilva è anche l’antico nome latino dell’Elba, l’isola ricca di quel ferro di cui si nutrono gli altoforni per generare la ghisa, transito obbligatorio per arrivare all’acciaio.

Nel 1905 viene costituita l’Ilva grazie all’iniziativa di un gruppo di industriali del nord, interessati a sfruttare una legge firmata da Francesco Saverio Nitti per l’industrializzazione del Mezzogiorno, che decidono di mettere insieme le loro attività siderurgiche: sono i gruppi Elba (Portoferraio), Terni (Siderurgica di Savona e Ligure metallurgica) e Bondi (Piombino). Il capitale sociale di 12 milioni di lire sale rapidamente a 20 milioni.

Dopo oltre un secolo, dismessa Bagnoli e liberata Genova dagli altoforni, a quasi vent’anni dal passaggio dell’Ilva dallo Stato al padre-padrone Emilio Riva grazie a una delle più disgraziate privatizzazioni all’italiana, i capitali raggranellati dal “rottamaio” bresciano sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto e sequestrati dalla magistratura sono 9,3 miliardi di euro: 1,2 da parte della procura milanese per evasione fiscale in accoglienti paradisi fiscali attraverso il classico sistema delle scatole cinesi e 8,1 da parte del gip di Taranto, necessari ad ambientalizzare gli impianti, ridurre gli infortuni e risanare i guasti provocati alla salute e al territorio da un’associazione a delinquere finalizzata a fare utili a ogni costo. Del resto, un po’ di tumori in cambio di tanto lavoro, merce rara, secondo il pluri-intercettato figlio di Riva, Fabio, non sono che “una minchiata”. Su un muro della piazza pricipale di Taranto da mesi si legge “Fabio come Riina” e su uno striscione durante l’ultima manifestazione ambientalista c’era scritto: “Qualche anno di carcere? Una minchiata”.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, il punto di non ritorno. Storia di un disastro annunciato e dell’inevitabile ricorso al pubblico

di Vincenzo Comito

Le notizie degli ultimi giorni riaprono anche drammaticamente l’interesse dell’opinione pubblica per un caso che sembrava per il momento messo in sordina. È ancora una volta la magistratura da sola che cerca di portare avanti un dossier per molti aspetti cruciale per il paese.

Dopo che la procura di Milano ha ordinato nei giorni scorsi il sequestro di un miliardo e 200 milioni al gruppo Riva per frode fiscale e truffa allo stato, ora la gip Patrizia Todisco, accogliendo una richiesta della procura di Taranto, ha emesso un secondo ordine di sequestro, questa volta per ben 8 miliardi e 100 milioni. Il magistrato ha cioè deciso di bloccare la somma corrispondente a quello che appare come l’illecito profitto ottenuto dai Riva nel tempo con il mancato rispetto delle leggi per la tutela dell’ambiente, della popolazione, nonché della salute dei lavoratori. Il magistrato si riserva anche di intervenire in futuro per quanto riguarda i danni inflitti all’ambiente.

Ricordiamo peraltro che il valore di mercato dell’intero gruppo Riva Fire non raggiunge probabilmente la cifra sopra indicata. Per valutare meglio la situazione attuale e le prospettive dello stabilimento di Taranto e dell’intero gruppo Riva Fire ricordiamo alcuni dei punti salienti della questione.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Morire d’Ilva: diossina, veleni e strutture insicure. Storia di una strage senza fine

di Loris Campetti

Ciro aveva 42 anni e faceva il manutentore dell’area a caldo. È morto precipitando dall’altezza di dieci-quindici metri per il crollo di una passerella posticcia, dopo più di 10 anni di Ilva. Antonio, 46 anni, è precipitato insieme a Ciro, è ferito ma per fortuna ancora vivo. Sono loro le ultime vittime in ordine di tempo della fabbrica della morte di Taranto. Il 30 ottobre era toccato a Claudio, 29 anni, schiacciato tra due convogli.

Il 29 novembre un altro operaio morto sempre in quota Riva, sempre a Taranto: Francesco faceva il gruista nell’area portuale quando è passato il tornado con la sua forza devastante, travolgendo gru e gruista. I dirigenti del padrone delle ferriere volevano costringere gli altri gruisti a prendere in fretta il posto di Francesco, ancor prima che il suo corpo venisse ripescato in mare, senza neanche verificare le condizioni di sicurezza delle gru. C’era una ragione: il collaudo previsto non era stato fatto.

Forse Ciro non è l’ultima vittima dell’Ilva di Taranto. Forse, in silenzio, senza scioperi indetti dai sindacati, senza fare notizia, nel quartiere di Tamburi dopo Ciro è morta una bambina, o un disoccupato, o una casalinga, o un operaio dell’altoforno, per un tumore al fegato, o al rene, o al polmone. Uccisi dalla diossina sparata dalla bocca velenosa del camino E312 alto 220 metri che minaccia 200 mila tarantini, o dalle polveri di ferro portate dal vento di maestrale dai parchi minerari scoperti di Riva nei quartieri che circondano la fabbrica.
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