Il dossier Taranto e le proposte Legambiente

di Lunetta Franco Legambiente ha presentato e trasmesso ai ministri competenti il dossier Taranto con le proposte e le richieste dell’associazione. Le proposte sono relative alla VII AS (Valutazione preventiva dell’impatto ambientale e sanitario) ed alla Sicurezza e innovazione tecnologica dello stabilimento siderurgico, alla bonifica delle aree contaminate di competenza dei Commissari straordinari di Ilva […]

Ilva, il dramma (annunciato) di Taranto

di Antonia Battaglia

Si svolge a Taranto in queste ore quello che sembra essere il più grande dramma occupazionale che abbia mai investito la città. E che riguarda non solo Taranto ma anche gli stabilimenti Ilva di Genova Cornigliano e di Novi Ligure. La nuova proprietà dell’Ilva, la cordata Am Investco, formata dal leader mondiale della siderurgia Arcelor Mittal e dal gruppo Marcegaglia, ha infatti annunciato un piano di ristrutturazione aziendale che prevede 4mila esuberi sui 14.200 lavoratori totali del Gruppo, di cui 3.330 a Taranto.

L’adesione allo sciopero indetto da Fim, Fiom, Uilm e Usb contro i tagli annunciati e contro le nuove condizioni di inquadramento contrattuale dei lavoratori, è stata quasi totale ed ha coinvolto anche le aziende dell’indotto.

Il Gruppo Ilva era stato ceduto alla cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia, divenuto appunto Am Investco, pochi mesi fa. Arcelor Mittal, il gruppo mondiale leader nell’approccio combinato tra estrazione di minerali e produzione siderurgica, è al momento il più grande produttore nelle Americhe, in Africa ed in Europa, dove vanta una presenza molto importante in diverse aree (ricordiamo il reportage realizzato per MicroMega sulla riconversione delle acciaierie di Belval in Lussemburgo, dove Arcelor Mittal ha avuto un ruolo centrale).
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Gasdotto Tap, democrazia alla canna del gas: il Governo contro sindaci e cittadini

di Antonia Battaglia

La Puglia, terra di grandi interessi strategico-economici, è nuovamente al centro dello scontro tra ambiente e lavoro, tra economia e diritti dei cittadini. La Puglia dell’Ilva, della centrale Enel di Cerano, del progetto Tempa Rossa, della Xylella, è da qualche giorno anche il teatro di scontro tra la polizia ed i manifestanti del fronte No-Tap.

La Puglia, che probabilmente è anche la Regione con la società civile più attiva del Paese, scende adesso in campo contro la costruzione del Gasdotto TransAdriatico (conosciuto con l’acronimo di Tap, Trans Adriatic Pipeline), progetto volto alla realizzazione di un nuovo condotto che dalla frontiera greco-turca attraverserà la Grecia e l’Albania, per portare in Italia il gas naturale proveniente dal Mar Caspio. Arrivato sulle coste in provincia di Lecce, infatti, il gas estratto in Azerbaigian sarà collegato alla rete nazionale e garantirà l’approvvigionamento che attualmente dipende dall’Algeria, dalla Libia e dalla Russia.

Le implicazioni geopolitiche ed economiche dell’indipendenza dalle risorse di gas che vengono attraverso il nord Africa sono evidenti (la questione Libia con tutte le conseguenze politiche ne è esempio), ma il concetto è che non tutto ciò che implica scelte strategiche nazionali deve accadere a danno della Puglia.
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Ilva e veleni, nessuna giustizia per Taranto?

Ilva

di Antonia Battaglia

La nota dei Commissari Straordinari dell’Ilva ha confermato l’accordo tra il gruppo Ilva, la famiglia Riva e le società ad essi riconducibili, accordi per un totale di 1,33 miliardi di euro, di cui 1,1 per “il piano ambientale” e 230 milioni per la gestione corrente dell’azienda.

Un accordo che sarà stipulato entro febbraio e che prevede contestualmente che siano rese disponibili alla società, con accordo dei Riva, le somme sotto sequestro penale custodite in Svizzera. Un patto tra il Governo ed i Riva, ma senza Taranto, che non potrà avanzare più nessuna pretesa nei confronti della famiglia Riva.

L’accordo, infatti, stipulato tra le Procure di Taranto e di Milano, con i Commissari straordinari (quindi con il Governo) e con la famiglia Riva dovrebbe consentire di “completare” il processo di ambientalizzazione dello stabilimento. Ma in realtà l’accordo e la proposta di patteggiamento fanno uscire l’Ilva dal processo “Ambiente Svenduto”. Sembrerebbe che il Governo, quindi, abbia rinunciato alle azioni giudiziarie contro i Riva, svendendo Taranto per 1.33 miliardi di euro.
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Ilva

Taranto: anche Giacomo Campo è morto di Ilva

di Gianmario Leone

Il settimo morto dal 26 luglio 2012, giorno del sequestro degli impianti e il quarto sotto la gestione commissariale dell’Ilva di Taranto, arriva all’alba di un sabato qualunque. Giacomo Campo è un lavoratore 25enne della provincia di Taranto, originario di Roccaforzata ed è un dipendente della ditta Steelservice srl che appartiene allo storico gruppo Trombini che da decenni è un pezzo grosso dell’appalto dell’Ilva di Taranto. È un lavoratore precario, di quelli che sopravvivono con i contratti a tre mesi, non un diretto del grande gruppo siderurgico un tempo feudo dei Riva.

La Steelservice srl si occupa prevalentemente di pulizie e lavaggi in ambienti industriali e siderurgici: ed è proprio quello che Campo e i suoi colleghi hanno iniziato a fare alle 5 del mattino. Pulire il nastro trasportatore che dall’agglomerato porta il minerale nell’altoforno numero 4.

È un lavoro di routine, non è certo la prima volta che avviene un’operazione del genere. Eppure intorno alle 6.45 qualcosa va storto. Il giovane rimane schiacciato tra il nastro trasportatore ed il rullo: quasi certamente il contrappeso, quando è stato tolto il minerale dal nastro, non è stato tirato su, consentendo al rullo di muoversi e quindi di trascinare via con sé l’operaio.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

La diossina dell’Ilva e il futuro di Taranto

di Antonia Battaglia

La Commissione Petizioni del Parlamento Europeo ha invitato pochi giorni fa Peacelink a presentare, per la seconda volta, un aggiornamento alla petizione sugli effetti della diossina prodotta dall’Ilva. Un incontro importante, che ha dato modo alle Istituzioni Europee di rendersi conto di come evolva la situazione a Taranto.

Sono passati ormai due anni da quando Peacelink ha cominciato la sua battaglia in Europa per cercare giustizia per Taranto, cosa che non si riesce ancora ad ottenere in Italia. E in questi due anni sono stati compiuti passi molto importanti: l’azione continua di lobbying ha portato la Commissione Europea a lanciare una procedura d’infrazione e un parere motivato, che potrebbe, secondo la Commissione stessa, approdare alla Corte di Giustizia. Commissione contro Italia, a difesa di quei principi e di quei diritti che in casa sembrano essere invisibili e inesistenti.

La discussione, avvenuta in seguito all’esposizione di Peacelink, ha messo in luce ancora una volta un aspetto sconcertante: la persistente refrattarietà a prendere coscienza, da parte dei partiti di governo, dell’urgenza di attuare un piano ambientale serio e risolutivo.

Si è continuato, anche in questa occasione, davanti ad un Parlamento e ad una Commissione europei compatti nel dire che Taranto non può sopportare oltre la politica di taglio prettamente industriale del Governo, a negare la realtà delle cose. Si è continuato a dire che la situazione non è per niente grave, che il Governo ha già da tempo messo in atto delle azioni per la riduzione dell’impatto ambientale, che la situazione non è assolutamente quella di morte e malattia descritte nell’intervento di Peacelink e che infine il problema Ilva è talmente vasto che, si sa, si deve capire, i tempi sono lunghi.
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Chi inquina (e uccide) non paga

Ilva - Foto di Antonio Sepranodi Antonia Battaglia

Il nuovo decreto Ilva, approvato in Consigli dei ministri il 24 dicembre scorso, è stato reso pubblico. Composto di nove articoli, il testo rappresenta un via libera totale e senza freni alla produzione dello stabilimento di Taranto, che viene definito di fondamentale interesse strategico nazionale e di pubblica utilità. Il principio di questo decreto è la volontà chiara di salvare lo stabilimento e di eludere il grave problema ambientale e sanitario, allungando i tempi della realizzazione di quelle misure contenute nell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per l’abbattimento, seppur parziale, di un inquinamento che è ormai totale e che ha toccato l’intero ecosistema dell’area.

Senza il rispetto dell’AIA (permesso a produrre), così come aveva sottolineato la Corte Costituzionale, l’Ilva non poteva garantire il bilanciamento tra diritto alla salute e diritto al lavoro e pertanto il sequestro degli impianti, del 2012, sarebbe potuto diventare di nuovo senza facoltà d’uso. Adesso l’AIA, scritta nel 2011, rivista nel 2012 e modificata nel marzo 2014 con un Piano Ambientale deludente e annacquato, non esiste de facto più.

Perché il decreto, che allunga i tempi affermando che tale piano si deve considerare completato qualora entro luglio 2015 venga realizzato almeno l’80% delle prescrizioni, in concreto non risponde al problema urgente: mettere un freno alla produzione che, secondo la Magistratura tarantina, inquina e uccide. Perché per il restante 20 % di misure da attuare in un futuro imprecisato (da definire con nuovo decreto ministeriale) ci potranno volere ancora anni, e in quel 20% ci potrebbero essere gli interventi più urgenti e costosi, quelli che farebbero la differenza sulla salute dei cittadini. Ad esempio la copertura dei cumuli di minerali e carboni, le cui polveri si diffondono incontrollatamente sulla città; o ancora, l’aspirazione delle emissioni nocive in fuoriuscita libera dallo stabilimento.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Processo Ilva Taranto, Peacelink sarà parte civile: dieci anni di battaglia sono valsi la pena

di Alessandro Marescotti

Il Gup Wilma Gilli ha accolto la richiesta di costituzione di parte civile da parte di PeaceLink nel processo Ilva. La decisione del Gup nell’udienza preliminare del Tribunale di Taranto ha coronato una storia di impegno che comincia nell’aprile del 2005 quando PeaceLink scopre casualmente su Internet che a Taranto c’è la diossina. Digitando su un database europeo avevamo scoperto che a Taranto non c’era una fonte qualsiasi, ma la più consistente fonte industriale di diossina in Europa: l’Ilva di Taranto. Fino a quel momento nessuno ne aveva mai parlato.

E da quel momento la storia di PeaceLink cambia. Nata nel 1991 dopo la guerra del Golfo per fare da coordinamento telematico al movimento pacifista, PeaceLink comincia a pubblicare dal 2005 anche dei dati scientifici che attirano l’attenzione sul “giallo della diossina taciuta”. Da decenni contaminava Taranto, ma nulla si sapeva in città. La parola non veniva mai nominata e non se ne trovava traccia nei siti web della Regione, del Comune, della Provincia. Nel 2008 PeaceLink commissiona le analisi su un pezzo di formaggio locale e vengono fuori concentrazioni di diossina oltre i limiti di legge.

Vengono avviate le indagini della magistratura. La diossina è ovunque: le analisi confermano l’allarme di PeaceLink. La diossina è nelle pecore, nelle capre, nelle masserie, nel terreno e nei pascoli. Si era sedimentata in anni e anni di silenzio e di omissioni. La scelta delle autorità competenti è dolorosa: a fine 2008 parte l’ordine di abbattere tutte le pecore e le capre della masseria Carmine della famiglia Fornaro. L’ordine viene esteso anche alle altre masserie.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Una giornata storica per Taranto

di Antonia Battaglia

Una giornata storica per Taranto, questo 16 ottobre 2014. Una spaccatura netta tra passato e presente. Un passato che sarà giudicato dal processo “Ambiente Svenduto”, del quale l’udienza preliminare di questo 16 ottobre è appunto l’inizio. Un presente che è quello del non rispetto delle norme, come attesta oggi la Commissione Europea che porta la procedura d’infrazione lanciata a due riprese (settembre 2013 e aprile 2014) contro l’Italia per lo stabilimento Ilva alla sua seconda fase, quella del “parere motivato”. Siamo ad un passo dal deferimento alla Corte di Giustizia.

Ma andiamo per ordine. Il processo al passato. Esso vede 53 imputati, di cui 50 persone fisiche e tre società, appartenenti al Gruppo Riva, ancora proprietario dell’ILVA, fino a quando non ci sarà l’annuncio formale della vendita ventilata, ma non confermata, che vedrebbe l’Ilva in mano al Gruppo Marcegaglia e al colosso franco-indiano Arcelor Mittal.

Nell’udienza preliminare il Gup Gilli dovrà deliberare sulla richiesta di rinvio a giudizio per l’ex Presidente dell’Ilva (ed ex prefetto di Milano) Bruno Ferrante; per due ex direttori dello stabilimento, Luigi Capogrosso ed Adolfo Buffo; per l’ex addetto alle relazioni istituzionali dell’Ilva, Girolamo Archiná; per il direttore dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Puglia (Arpa), Giorgio Assennato; per l’assessore all’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro (IdV); per l’ex consigliere regionale della Puglia, oggi deputato di Sel, Nicola Fratoianni; per l’attuale consigliere regionale Donato Pentassuglia (Pd); e per l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva (Pd); per l’ex Presidente della Provincia Gianni Florido (Pd); e per il sindaco di Taranto (Sel) Ippazio Stefàno. Ma soprattutto, per il Presidente della Regione Puglia e Presidente di Sel, Nichi Vendola.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Morire di lavoro: succede ancora, succede sempre, tanto a Taranto quanto a Rovigo

di Claudio Cossu

Dicevo, qualche giorno addietro, in occasione di un incidente mortale sul lavoro, all’Ilva di Taranto, di non trovare le parole, quelle giuste e appropriate locuzioni che servono a esprimere sentimenti di amarezza, di dolore ma anche di rabbia, quali reazione giustificata a situazioni di iniquità e sfruttamento. Le cercavo nel labirinto della mia mente, del mio essere più intimo e profondo, come un grido urlato nella notte, inutilmente, senza trovarle. Ma ora, dopo sole due settimane, apprendo di ben ulteriori quattro morti, vittime del lavoro a Rovigo, presso una ditta che si occupa del trattamento dei rifiuti speciali, la Co. Im. Po. di Adria, in provincia, appunto, di Rovigo.

E rimango fulminato dalla notizia, muoio anch’io con le mie speranze, il mio credo in un mondo migliore e senza più queste orribili tragedie nei luoghi di lavoro, tragedie che un Paese che si ritiene civile non dovrebbe ammettere, non dovrebbe neppure contemplare nel suo bilancio quotidiano, nel suo iter che solo tutela e sicurezza dovrebbe assicurare a chi vive di lavoro e sudore. Ma forse le parole non servono, divengono inutili, rischiano di precipitare nella più squallida banalità, di fronte a questo ennesimo dramma di morti che si accumulano, morti operaie, nell’infinitesimo incidente mortale sul luogo di lavoro, prima all’Ilva di Taranto, avvenuto il 5 settembre 2014, e ora a Rovigo con altre, sopraggiunte quattro morti di gente che voleva solo lavorare, procurarsi il giusto sostentamento e di diritto, per la vita propria e dei loro familiari.
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