Le idee della Lega per Pisa: “Acquedotto fatto a pezzi e paccottiglia sotto la Torre”

di Tomaso Montanari

Il patrimonio culturale al tempo del governo della Lega: a Pisa, per esempio. Se questo fosse il titolo di un tema, lo svolgimento potrebbe essere fulmineo e fulminante: “Uno scempio”. Salvatore Settis, che della Scuola Normale Superiore di Pisa è stato a lungo direttore, è stato lapidario: “A quel che pare, brutalità e arroganza sono ingredienti alla moda nel nuovo clima politico. E perché mai, se così è, l’amministrazione comunale di Pisa dovrebbe fare eccezione?”.

E infatti nessuna eccezione, come dimostra l’episodio che ha meritato l’indignazione di Settis. Il nuovo sindaco di Pisa, Michele Conti, aveva scritto nel programma che, in caso di elezione, avrebbe demolito tre arcate dell’Acquedotto Mediceo per risparmiare un sottopasso alla nuova tangenziale: “È assurdo realizzare un taglio nel territorio lungo circa 250 metri per sottopassarlo; demolendo tre arcate, con quanto si risparmierebbe se ne potrebbero ricostruire almeno 10 di quelle ora mancanti e consolidare il resto oggi dissestato”.

Chissà, in effetti, perché nessuno ha mai pensato a questo geniale bricolage dei monumenti: demolendo, che so, qualche decina di case di Pompei si potrebbero risparmiare i soldi della manutenzione, e con quelli scavarne altre. E perché non abbattere un’ala del Palazzo Ducale a Venezia, per tirar su una moderna stazione marittima per le Grandi Navi? Sai quanti soldi per manutenere i canali! Siamo in effetti a questo livello: perché l’acquedotto voluto dal granduca Ferdinando I di Toscana è, a tutti gli effetti, un monumento, e dunque è come un corpo vivo, che non può essere fatto a fette a piacere, abbattuto e riassemblato come se fosse un plastico di Porta a Porta.
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Finisce qui la lunga triste storia del Passante di Bologna? Speriamo di sì

Tracciato passante norddi Luigi Rambelli, portavoce di Europaviva21

Certo che sulla telenovela del Passante Nord di Bologna non mancano le sorprese. Si tratta di una lunga storia: l’opera non era prevista dalla programmazione regionale delle infrastrutture. Infatti fin da prima della istituzione della Regione avvenuta nel 1970 il Comitato Regionale della Programmazione (CRPE) aveva scelto di sviluppare collegamenti che alleggerissero il nodo bolognese.

Con la “trasversale di pianura” (opera rimasta incompiuta) ci si preoccupava piuttosto dei collegamenti fra la Romagna e l’area della pianura bolognese, modenese e reggiana a metà strada fra la via Emilia e il Po in una logica che prefigurava una rete e non una centralizzazione soffocante sull’area bolognese. Poi con l’apparire della crisi di risorse si optò per un’autostrada rincorrendo accordi di concessione diretta alla società autostrade con le solite contropartite (aumento dei pedaggi, delle installazioni commerciali e della durata delle concessioni.

Ma la spinta delle forze economiche e politiche dell’area bolognese premeva per l’abbandono della logica della rete per rendere ineludibile il passaggio per il nodo del capoluogo già pesantemente congestionato non tanto dagli attraversamenti quanto dagli insediamenti a raggiera. In verità non mancano le testimonianze che indicarono come la Regione Emilia Romagna fin dall’inizio avesse inizialmente scelto un potenziamento in sede presentando un progetto in tal senso.
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