Perché studiare la storia politica del nostro Paese?

di Valerio Romitelli

A proposito del libro di Michelangelo Ingrassia Le società operaie di mutuo soccorso e la lotta per la democrazia in Italia. Storia di una sperimentazione politica, Ed. People&Humanities, Palermo, 2017

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Corbyn, Iglesias, Sanders, Mélenchon, Varoufakis, Tsipras: non sono questi i nomi di cui oggi più si discute in Italia quando si discute di alternative alle politiche neoliberali? Gli stessi campioni della sinistra di casa nostra non è a questi nomi che fanno per lo più riferimento? E non è forse molto inferiore invece l’interesse a discutere di quel che è successo in passato, meno che mai nel nostro stesso paese?

Tutto ciò pare ovvio e scontato, ma direi solo per ragioni non buone, anzi pessime. Tra di esse ne segnalo due. Una riguardante l’esterofilia che da sempre contraddistingue i dibattiti politici italiani. L’altra che riguarda l’amnesia sul passato che da qualche tempo si è imposta anche nella cultura del nostro paese, malgrado la sua inveterata tradizione storicista.

La prima ragione mi pare alla fin fine riconducibile al quel solito cosmopolitismo ecumenico e cattolico che si pretende prospettiva superiore ad ogni circostanza e limite locali. Quanto alla seconda ragione sono convito derivi da quel culto della tecnologia secondo il quale a scandire la storia, tutta la storia in ogni suo aspetto, sarebbe appunto la tecnologia, le sue svolte ( ad esempio, quella tra fordismo e post-fordismo e oggi sopratutto quella che si è voluta chiamare la “rivoluzione informatica”).
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Istruzione, Italia maglia nera d’Europa

di Giacomo Pellini

La grande crisi esplosa tra il 2007 e il 2008 sarebbe una vera e propria “stagnazione secolare”. A sostenerlo è il Rapporto sullo stato sociale 2017, curato dalla Facoltà di Economia della Sapienza di Roma. La formula, coniata per la prima volta nel 1938 dal celebre economista Alvin Hansen per descrivere gli effetti della “grande depressione” degli anni ’30, sarebbe ora più che mai attuale.

Secondo i curatori del rapporto, l’attuale recessione presenterebbe molte analogie con quella che scaturì in seguito al crac di Wall Street del 1929: l’alto tasso di risparmio, i bassi investimenti e il conseguente declino dei tassi di interesse. Tutte condizioni che spingono in basso la domanda, “deprimendola a livelli incompatibili con la crescita”, e vanificano l’effetto di politiche monetarie espansive. Come rilanciare quindi le nostre economie? Il Documento è chiaro: solo con l’ampliamento delle politiche pubbliche, il rilancio del welfare e il potenziamento degli investimenti pubblici possiamo tornare a crescere e tirare un sospiro di sollievo.
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A Cinecittà il privato ha fallito, ora torni il pubblico

a-cinecitta

di Vincenzo Vita

Ribaltone in vista a Cinecittà. Gli “Studios”, privatizzati con la legge n. 346 dell’ottobre 1997, verranno presto “ripubblicizzati”. Non solo e non tanto per un doveroso ripensamento politico o culturale. Si tratta, piuttosto, di un repentino salvataggio dalla china fallimentare della componente commerciale del gruppo, cui la sintassi liberista guardava come al faro dell’intera industria culturale italiana. Intendiamoci. L’Istituto luce, che ha l’onere di rimettere un po’ d’ordine in una vicenda non commendevole, fa bene a intervenire.

La gestione della cordata che prese possesso della gloriosa struttura di via Tuscolana si è rivelata assai inadeguata. Persino l’affitto ha visto un arretrato consistente. Nel 2012 fu operata una ristrutturazione pesante, dagli effetti nefasti sull’occupazione: ricorso ai contratti di solidarietà e la cessione all’esterno di rami societari. Con un approccio finalmente depurato di fardelli del passato – urlavano i capitani coraggiosi – ecco che si sarebbe dischiuso un futuro luminoso.

Venne ipotizzata una parziale edificazione della vasta area (antico oggetto del desiderio), con la proposta di costruire un mega albergo all’interno delle mura. Era forse l’inizio di una vera e propria strategia di trasformazione del gioiello del cinema in un’altra cosa. Del resto, sulla via Pontina – una delle zone di maggior traffico del paese – nasceva con luccichio mediatico il parco giochi di “Cinecittà world”, rivelatosi un ulteriore flop. E tutto questo, naturalmente, veniva accompagnato da lezioni di capitalismo e dal rifiuto di confrontarsi con le maestranze.
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Per riappropriarsi del tempo e ridurre l’orario di lavoro

Orario di lavoro
Orario di lavoro

di Mario Agostinelli

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.
(Aristotele)

1. Tempo e velocità hanno un limite

Il mondo non ha più tempo da perdere. Siamo nel mezzo della crisi energetica più rilevante nella storia dell’umanità. Se per gioco volessimo rappresentare con personalità conosciute le generazioni che succedendosi hanno “plasmato la memoria” su cui risiede la nostra civiltà occidentale – a scelta da Pitagora a Pericle a Cesare a Carlo Magno a Marco Polo a Napoleone a Marx, ad Einstein a Feynman, fino ad Obama – sarebbe sufficiente spalmare su un grande palco una novantina di illustri individualità – (90 personalità x 25 anni a generazione = 2250 anni di storia).

Ma se volessimo prevedere quanti nuovi personaggi potranno salire d’ora in avanti su quel palco, dovremmo riflettere che, almeno a detta del mondo scientifico più responsabile e accreditato, non potremmo andare oltre alle quattro o cinque unità, se i nuovi “leader” si limitassero a replicare il “business as usual”, con i conseguenti effetti irreversibili e devastanti sul clima e la temperatura del pianeta.

In pratica, la velocità di trasformazione e di sfruttamento delle risorse naturali e lavorative è giunta al punto tale da pregiudicare, con gli effetti di manomissione dei cicli naturali, il mantenimento della biosfera e la sopravvivenza della specie. È singolare come questa constatazione venga totalmente rimossa per continuare a tenere in vita il più a lungo possibile un presente senza futuro, creando così uno stallo per superare la crisi e rendendo impraticabile – in assenza di “desiderio” – il terreno per la ricostruzione di una ipotesi politica alternativa.
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Necrologio: ecco il “Nuovo Mondo” che seppellisce il precedente. Ma non è il mio

Woodstock 5 stelle - Foto di Luca Argaliadi Giuseppe Scandurra

In “A chi esita” Bertolt Brecht scrive:

Dici: per noi va male. Il buio cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni noi siamo ora in una condizione più difficile di quando si era cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso un’apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.

Lo confesso. Sono ancora in piena elaborazione del lutto post-elettorale. Non si tratta certo di una cosa nuova per me, ma questa volta mi riesce più difficile elaborare. La differenza con le altre volte è che mi sento più solo nella sconfitta (eppure di esperienza credevo di averne, visto che, fino ad ora, ho perso ogni singola competizione elettorale).

Conoscevo tante persone come me prima del lutto. Andando a votare le ho immaginate fare tutte la stessa strada, assieme. A testa bassa si rifletteva tutti sull’impossibilità di votare Ingroia (“Che schifo!”). Si borbottava dell’assoluta lontananza da quella “cosa” che ora si chiama Pd e prima assumeva nomi altrettanto esotici e defamiliarizzanti (“Quando direte delle cose di sinistra?”). Prima di prendere la scheda li ho visti imbarazzati, poiché era evidente a tutti noi come non ci sentissimo a casa nel partito leggero e postmoderno di Sel, convinti da comunisti che mai avremmo votato un partito personale, carismatico, evocativo, desideroso del solo dissolversi.
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Indagine su una cittadinanza al di sopra di ogni sospetto

Foto di Francesca Mezzadridi Francesca Mezzadri

Tamara ha 25 anni ed è diventata cittadina italiana quest’ultimo mese. Anche se ha studiato qui in Italia e ha sempre vissuto in Lombardia, fino alla settimana scorsa non aveva ancora la cittadinanza italiana, e fino ai suoi 19 anni era addirittura apolide, ovvero senza cittadinanza.

Cosa vuole dire non avere cittadinanza?

Mi sono resa conto di cosa significa veramente la parola cittadinanza solo alle superiori e soprattutto dopo che ho compiuto 18 anni. Io ero apolide, perché ero nata in Turchia (dove vige lo ius sanguinis) ma i miei genitori sono argentini (dove vige lo ius soli) e quindi mi sono trovata a non avere nessuna cittadinanza. Nel concreto ha significato non avere gli stessi diritti e opportunità del gruppo dei tuoi coetanei con cui sei cresciuto e con cui ti riconoscevi pienamente.

Per quanto tempo hai vissuto in Turchia?

Io sono nata a Istanbul perché la mia famiglia era lì per motivi di lavoro, e quando ho compiuto 9 mesi, siamo tornati in Argentina (sempre per motivi di lavoro). Da allora ho messo piede in Turchia solo altre due volte andandoci in vacanza. Per quanto sia affezionata in qualche modo a quella terra, non posso certo dire di sentirmi turca.

Perché non ti hanno concesso subito la cittadinanza italiana visto che hai vissuto e studiato in Italia?

La risposta è molto semplice: burocrazia. L’iter burocratico è stato infinito e ogni volta che mi recavo in qualche ufficio pubblico mi scontravo con persone che spesso non sapevano neanche bene cosa diceva la legge su tale argomento e la mia storia (mi rendo conto, un po’ diversa dal solito) li mandava in confusione. Ma legalmente, non c’era alcun motivo per cui io non dovessi ottenere la cittadinanza italiana, avendo risieduto legalmente in Italia per 23 anni (la legge prevede un minimo di 5 anni per gli apolidi e un minimo di 10 per gli stranieri).
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