Le politiche europee per l’istruzione stanno distruggendo la scuola italiana

di Anna Angelucci Una sinistra degna di questo nome, tra le tante cose, dovrà, dopo il voto di maggio, riflettere criticamente sulle politiche europee dell’istruzione. Adottate negli ultimi vent’anni tra gli ambiti di competenza dell’Unione europea, e tradotte attraverso leggi e riforme all’interno del nostro sistema di istruzione nazionale, esse configurano uno stravolgimento epocale dei […]

All’Aquila ragazze e ragazzi chiedono di tornare nelle loro scuole

di Mattia Fonzi Nel 2009 non frequentavano neanche la materna, oggi sono in terza media. In tutti questi anni, dieci dal terremoto che colpì L’Aquila e il suo comprensorio il 6 aprile 2009, la maggior parte delle ragazze e dei ragazzi aquilani non ha mai studiato in scuole in muratura. Nel capoluogo abruzzese la ricostruzione […]

Le ragioni del no alla balcanizzazione della scuola

di Carlo Scognamiglio Sono molte le obiezioni possibili all’intenzione di determinare un’autonomia differenziata in materia d’istruzione, più chiaramente detta “regionalizzazione” del sistema scolastico. Paradossalmente, il più intuitivo e logico richiamo allo spirito costituzionale della scuola repubblicana risulta oggi poco persuasivo, perché in fondo all’idea di una dimensione comunitaria della vita pubblica, così come emerse – […]

L’occasione mancata del Sessantotto

Un Sessantotto di Michele Battini (Università Bocconi Editore, 129 pagine, 15,50 euro) sarà presentato a Bologna lunedì 11 febbraio

di Adriano Sofri

Passato l’anniversario del Sessantotto, gabbatu più o meno lu santu, se ne può riparlare a piede libero, per così dire. Michele Battini ha pubblicato un libro agile, intitolato a “Un Sessantotto”. Il concetto è replicato nel titolo del primo capitolo, “Un Sessantotto, tra i tanti”. Ma non è una storia personale, come nel bel libro di Pierluigi Sullo, sottotitolato appunto Un romanzo nel ’68.

È piuttosto una interpretazione generale del Sessantotto fondata su una scelta particolare di situazioni e documenti, in cui prevalgono l’esperienza studentesca (e operaia) pisana e teorica torinese, e svolta poi in un ampio confronto con la vicenda americana degli anni Sessanta, quella dell’Sds tedesco di Dutschke e Krahl, quella complementare e opposta della lotta per la libertà contro il sedicente socialismo a Praga e a Varsavia – Kuron, Modzelewski, Michnik… La ricerca torinese di Raniero Panzieri e dei Quaderni Rossi aveva anticipato il rapporto fra controllo operaio, democrazia “rivoluzionaria” e democrazia costituzionale in cui Battini riconosce la possibilità più promettente del cosiddetto Sessantotto (perché la sua datazione esorbita da quel solo anno e non a caso la metafora spodestò presto gli eventi) e il limite contro il quale si ruppe la testa.
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Salvini, gli studenti e la gogna istituzionale

di Nadia Urbinati

I populisti al governo si dichiarano democratici, ma non liberali. Lo dice anche Viktor Orbán: non è necessario che le democrazie siano liberali, “possono anche essere conservatrici, sovraniste, senza alcun danno alla democrazia stessa”. Una grande stupidaggine, che mette insieme maggioranze (conservatrici o progressiste) e regimi (democratici o autoritari). Il fatto nuovo dei governi populisti è di appartenere al genere democratico ma con torsioni maggioritariste. Questo li rende totalizzanti nella sfera dell’opinione.

L’olio di ricino era una pratica arcaica, segno della poca sicurezza di sé del regime fascista, che preferiva ingessare il proprio governo annullando fisicamente l’opposizione. Il fatto nuovo è che si umilia l’opposizione senza eliminarla. È sufficiente considerare lo Stato e le sue norme come “nostre”, ovvero della “nostra” maggioranza. Il web fa il resto.

Questo fa Salvini, che usa il Viminale come la sede della “sua gente”, della opinione della maggioranza che egli misura e nutre ogni giorno. La “sua” forza è la maggioranza dell’audience. L’olio di ricino digitale sono le quotidiane offese, i dileggi, le aggressioni verbali agli ordinari cittadini che manifestano dissenso. Come fanno i cittadini delle democrazie.
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Elezioni 2018: tutti a promettere tutto, ma la scuola non ha spazio

di Manlio Lilli

“Viene lanciata oggi la petizione dello Snals-Confsal che coinvolge il mondo della scuola, le famiglie e tutti i cittadini al di là di ogni appartenenza partitica o associativa. Con questa petizione lo Snals impegna i partiti a indicare chiaramente nei propri programmi elettorali misure e risorse per la scuola”. Una nota dello Snals Confsal ha ufficializzato un dato di fatto di questa lunga campagna elettorale. Lunga, ma sostanzialmente vuota in tanti ambiti.

Di certo in quello scolastico. Tutti a promettere tutto. Quasi tutto. La scuola non ha spazio. Fra tasse da togliere e aumenti retributivi da aggiungere, perché mai dovrebbe entrarci anche la scuola? A chi veramente interessa parlarne? Perché mai la politica dovrebbe interessarsene e proporre nei suoi programmi la “sua idea” sull’istruzione? Perché mai dovrebbe farlo se l’istruzione obbligatoria è un tema marginale per una buona parte del Paese. Per tanti genitori e per tanti alunni. Per tanti che pur non rientrando né nella schiera degli uni né degli altri, non lo ritengono nei fatti un tema rilevante.

La scuola non è una priorità della cosiddetta agenda politica. È evidente. Non lo è di chi, anche se con modalità differenti, ne fruisce. Figurarsi degli altri. Certo se ne parla, neppure tanto infrequentemente. Nelle occasioni più disparate. C’è l’ennesimo episodio di bullismo? La cronaca restituisce la notizia di una sparatoria tra baby gang? La xenofobia si affaccia in qualche parte del Paese? Emerge da una delle tante periferie italiane qualche storia di emarginazione? Il rimedio è sempre il medesimo.
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Scuola, finalmente l’appello: sette temi per un’idea di futuro

di Marina Boscaino

Finalmente qualcuno l’ha fatto: comporre, passaggio dopo passaggio, argomentazione dopo argomentazione, i nuclei concettuali, i principi ai quali da più di 20 anni stanno plasmando – e uniformando – i sistemi scolastici europei. Del resto, lo sappiamo: ce lo chiede l’Europa!

Sette temi per un’idea di scuola: leggetelo e, se siete d’accordo, sottoscrivetelo. L’appello, che in poche settimane ha raccolto circa ottomila firme (dai maestri delle scuola dell’infanzia agli ordinari di diverse facoltà universitarie, nonché molti cittadini che riconoscono nella scuola della Costituzione lo strumento dell’interesse generale), ha il merito di non scagliarsi, come pure sarebbe legittimo, sulle mille nefandezze della normativa scolastica degli ultimi decenni; ma di nominare – in sette punti specifici – quelli che sono stati i concetti organizzatori che hanno dato vita alle “deforme” che si sono abbattute sulla scuola italiana e di cui sono stati compartecipi governi di centro destra e di centro sinistra.

E che hanno cambiato il volto della scuola “che rimuove gli ostacoli” e promuove l’istruzione completa di “capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi”. Attraverso la enucleazione e l’analisi di questi principi, si ricostruiscono i passaggi che hanno impiantato un modello ideologico, che parte da molto lontano, e che ha trovato accoglienza in tutta la legislazione scolastica, dall’autonomia del 1997 alla legge 107/15 (passando per la legge di parità, la riforma del Titolo V, Moratti, Gelmini e il “cacciavite” di Fioroni).
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“Buona Scuola”, il re è nudo: appello per la scuola pubblica

di Anna Angelucci

Il 2018 si apre con un importante appello della scuola pubblica, per la scuola pubblica. Un appello che ha già raccolto, in pochissimi giorni e con il solo passaparola, più di 7000 firme ma che chiede e merita l’attenzione di tutti.

Qualunque lavoro facciate, qualunque attività svolgiate, qualunque interesse o passione abbiate, leggetelo: riguarda ogni singolo cittadino italiano. E, se condividete l’esigenza di una riflessione critica sul ruolo e sulla funzione della scuola, una riflessione critica profonda sui cambiamenti istituzionali imposti dalla politica negli ultimi anni al sistema dell’istruzione, firmatelo.

E’ un appello pacato e incisivo, ponderato e argomentato, nutrito di pensieri – e non di slogan – che vanno al cuore delle questioni più cogenti e urgenti; scritto da chi insegna nella scuola e sperimenta insieme agli alunni, giorno dopo giorno, le drammatiche conseguenze degli interventi normativi degli ultimi anni, svelandone tutte le implicazioni culturali, pedagogiche, professionali, al di là della retorica e della mistificazione imperanti nel discorso pubblico ufficiale.

Questo appello mostra tutta la gravità della situazione in cui versa la scuola pubblica italiana oggi e costituisce un’opportunità di reazione preziosa, da non lasciarsi sfuggire. Perché il vero problema di questi anni, prima ancora dell’assenza di un’interlocuzione politica realmente disponibile all’ascolto e al confronto dialettico, è stato quello della mancanza di una reazione forte e unitaria da parte del mondo della scuola e della società civile.
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Buon anno! Anarchia nella scuola

di Silvia R. Lolli

Messaggio sobrio quello del presidente Mattarella, quest’anno. Unico desiderio trovare il prossimo 4 marzo una maggioranza di votanti. Chissà però quanta sovranità popolare per la nostra democrazia sarà rappresentata nel futuro Parlamento con la legge elettorale. Almeno ha richiamato i principi della Costituzione ricordando i suoi Settant’anni.

Che cosa vorremmo per il nuovo anno? Non abbiamo molte aspettative, da tempo ormai non osiamo più averne: troppe delusioni. Prendiamo ciò che arriva, anche se facciamo tutto per mantenere idee e conservare diritti, ai quali sappiamo che devono precedere doveri vedi gli artt. 2 e 4 della Costituzione. Per esempio il dovere di continuare a fare una professione come se nulla fosse cambiato dal momento in cui si è cominciata, proprio per attuare la Carta. Prendiamo la scuola italiana; non c’è dubbio che la “buona scuola”, ma non solo, stia cambiando nei fatti i suoi principi.

Che dire dell’ultima trovata di un ministero che ha perso da tempo il termine “pubblica” e che in questi giorni di fine mandato dà attuazione all’ennesima azione che allontanerà ancora di più i cittadini dal diritto allo studio e continuerà a confondere la scuola statale con quelle private?
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“Devono imparare a obbedire”: lo stage, lavoro coatto gratuito en travesti

di Alessandro Mantovani

La risposta di Renzi allo sciopero con cui gli studenti, venerdì 13 ottobre, sono scesi in piazza in tutta Italia per protestare contro le forche caudine della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” introdotta obbligatoriamente dalle regole della sedicente “buona-scuola”, non si è fatta attendere: ha proposto che il servizio civile, attualmente volontario, divenga obbligatorio, per un mese, per tutti i giovani. Una contromossa, come si vede, che suona come provocatoria verso le richieste del movimento studentesco.

A questo punto, quello curato dalla Cillo è un libro necessario. Le analisi che i diversi autori presentano, e che costituiscono il primo approccio scientifico ad un mondo ancora in larga misura sconosciuto, diventano infatti in questo contesto un’arma contro l’ignobile retorica sulla “formazione” di competenze atte a risolvere il problema della disoccupazione giovanile con cui questo cinico abuso della forza lavoro viene paludato.

Malgrado tutte le difficoltà nel reperire i dati, che nessuno ha interesse a raccogliere e soprattutto divulgare, difficoltà che gli autori non sottacciono, il volume riesce nell’impresa di fornirci un quadro sufficientemente ampio e chiaro della dimensione del fenomeno e delle modalità con cui irreggimenta masse crescenti di giovani dietro il miraggio di un accesso al mondo del lavoro. Promessa destinata per i più ad essere totalmente disattesa, visto che, nel nostro paese, nel settore privato, solo l’11,9% degli stagisti otterrà un contratto di lavoro nell’impresa che ha ospitato lo stage, mentre nessuno (per le stesse norme che regolano l’accesso al pubblico impiego e per il blocco del turn-over) lo troverà nel settore pubblico.
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