Foto di Dietrich Steinmetz

Vorrei non essere più straniera a casa mia

di Amal El Ghifari

La mia storia inizia quando un giovane di vent’anni partì dal Marocco attraversando la Tunisia, verso l’Italia, alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, come fanno oggi tanti giovani nel mondo. Quel giovane era mio padre.

Ho vissuto i miei primi 14 anni in Marocco. Io e i miei fratelli vedevamo pochissimo il nostro papà ma, insieme con nostra madre, attendevamo con ansia il giorno che avremo vissuto tutti insieme sotto lo stesso tetto. Nel 2005 è pronto il nostro visto, così arriva anche per noi il momento di partire. Dopo qualche anno di permanenza ho iniziato a sentirmi parte integrante di questa comunità, fino ad arrivare a sentire la Sardegna come la mia casa, il luogo in cui mi sento me stessa.

Oggi si discute di ius soli e ius culture. Le opinioni sono varie al riguardo ma volevo giusto rispondere ad alcune affermazioni che spesso capita di leggere o sentire sul tema della cittadinanza. La prima è: “non possono aspettare ai 18 anni a chiederla? non hanno nessun diritto in meno rispetto ai bambini o giovani italiani”. Su questa affermazione mi sorgono delle domande: per i caso i figli nati da genitori italiani sono soggetti a rilasciare le proprie impronte digitali? Mi chiedo se tutti i genitori di origine straniera siano portatori di una tendenza a delinquere, altrimenti non mi spiego perché io e i miei fratelli piccoli l’abbiamo dovuto fare.
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Il razzismo perverso della borghesia

di Giulia D’Agnolo Vallan

Nell’improbabile punto d’incontro tra Indovina chi viene a cena, The Stepford Wives e White Dog di Samuel Fuller, è nata una stella. Si chiama Jordan Peele, è un newyorkese di ventotto anni, cresciuto alla scuola della demenziale Mad TV e di Comedy Central e, finora, noto soprattutto per la serie comica Key and Peele in cui, tra gli altri personaggi, interpretava un Barack Obama in difficoltà quando doveva dire come si sentiva veramente. Fortunatamente, al suo fianco, ad aiutarlo ad esprimersi, c’era Keegan-Michael Key (il co-creatore della serie) nei panni di Luther, “traduttore ufficiale della rabbia” del presidente.

“Non hai niente di cui preoccuparti, caro”, risponde Rose di fronte all’inquietudine di Chris. “I miei sono magnifici. Apertissimi. Se fosse stato possibile papà avrebbe votato per Obama per la terza volta. Vedrai”.

Lui neurochirurgo, lei psichiatra, i coniugi Armitage (Bradley Whitford e Catherine Keener) sono in effetti molto gentili e apparentemente ansiosi di far sentire Chris il più a suo agio possibile. Persino troppo. La scelta geniale di Jordan Peele, infatti, è quella di non affondare i denti nella preda facile, scontata, del razzismo redneck, confezionato per la caricatura, ma nelle carni più insospettabili (e, si vedrà, molto più perverse) della borghesia colta e liberal.
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Migranti a Ventimiglia

Diritti, ideali e uguaglianza: politica e potere che non concedono accoglienza

di Claudio Cossu

Un’ombra tenebrosa, lunga e densa di nubi malefiche incombe da qualche tempo sulla Francia e sull’Europa, nubi appartenenti a un eterno passato, quasi provenienti dagli inferi, nubi avviluppate a tradizioni arcaiche ed autoritarie, fatte di paure ed ansie nei confronti di ogni innovazione e aperture mentali. Timori ed angosce ancorati a miti quali onore e obbedienza, fedeltà, autoritarismi e culto della personalità, mentre si rallegrano le oligarchie finanziarie e i “salotti buoni” dei ricchi poteri delle multinazionali e dei gruppi monopolistici finanziari.

Poteri senza limiti, che sovrastano ormai la politica e l’economia spicciola europea. Desideri compulsivi di respingere e reprimere gli oppositori, i diritti e gli ideali dell’eguaglianza e dell’accoglienza si aggirano come avvoltoi. Si mascherano nell’ombra di Pètain e degli inquisitori di Dreyfuss, di Salan e dei propugnatori dell’Algeria francese, serva e colonizzata, dei paras torturatori, ombra che cerca di abbattersi su tutti i devoti della religione islamica, senza distinzione di sorta, dei miseri abitanti le “banlieu”.

Dimenticando che non tutti gli islamici sono terroristi e ancora spira gelido il vento di Vichy generato dalla paura degli attentati terroristici e dai politici quali Marine Le Pen, nonchè da tutti coloro che strumentalizzano, senza scrupoli, questo senso di smarrimento e di panico per il flusso di gente straniera in fuga dalle guerre e dalla fame patite in terre lontane.
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Migranti: Brescia, i permessi impossibili

Migranti a Bruxelles
Migranti a Bruxelles
di Chiara Zanini e Stefano Galieni

Da anni a Brescia è quasi impossibile per i lavoratori migranti ottenere il permesso di soggiorno e il suo rinnovo. Le richieste presentate in occasione della cosiddetta sanatoria-truffa del 2012 sono state respinte nel 78% dei casi – a fronte di una media nazionale del 20% – e Mario Morcone, Direttore del Dipartimento per le Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno, ha ammesso che «una sproporzione del genere rispetto al contesto nazionale lascia davvero sconcertati».

Questo accade a causa in un’applicazione della normativa difforme rispetto a tutte le altre questure e prefetture d’Italia. A Brescia viene richiesto che le domande riguardino i sei mesi precedenti il 2012, mentre nelle altre città vengono considerate prove precedenti. Qui forze dell’ordine e Ispettorato dopo aver interrogato i richiedenti (quasi sempre in assenza del servizio di interpretariato) convocano persino i datori di lavoro. Tar di Brescia e Consiglio di Stato hanno stabilito che deve essere la Prefettura ad occuparsi degli accertamenti, e non la Questura.

Come però riportano lavoratori, avvocati e operatori dell’accoglienza, spesso a Brescia un errore o una testimonianza ritenuta imprecisa sono sufficienti per dichiarare l’insussistenza del lavoro e negare il permesso. Lo stesso accanimento colpisce pure le domande di rinnovo del permesso. La legge Bossi-Fini (n. 106 del 2002) impone un’occupazione stabile come condizione per l’immigrato che desideri rimanere in Italia. Chi perde il lavoro ha diritto per un anno ad un permesso di soggiorno per ricerca di occupazione, ma con permesso scaduto o prossimo alla scadenza diventa quasi impossibile farsi assumere.
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Classe ghetto a Bologna? Dalle intenzioni a come il fatto è stato raccontato

Bambini stranieri - Foto di Claudio Riccio
Bambini stranieri - Foto di Claudio Riccio
di Massimo Corsini

Molto rumore per nulla. La polemica che ha investito questi ultimi giorni le scuole medie Besta, in via Aldo Moro, sotto le torri della Regione a Bologna, nel quartiere San Donato, rischia di creare un pericoloso equivoco sul problema dell’integrazione scolastica. Alcuni genitori del consiglio d’istituto, presidente compreso, hanno denunciato la presenza all’interno della scuola di una sorta di classe ghetto, in cui sarebbero stati separati dal resto dei loro compagni alunni stranieri di varia provenienza ancora incapaci di parlare ed intendere la lingua italiana: si tratta di una classe sperimentale, la prima A che ospita 23 ragazzi di varie nazionalità.

La notizia, diffusa in primis da Radio Città del Capo, è rimbalzata su tutti i giornali locali. La solenne denuncia da parte del genitore e presidente del consiglio d’istituto, Roberto Panzacchi, ex consigliere comunale dei Verdi, a cui si sono associati altri cinque componenti del consiglio stesso, ha puntato il dito contro la scuola colpevole innanzitutto di aver preso la decisione di formare la classe sperimentale senza la consultazione preventiva del consiglio d’istituto, ma soprattutto rea di aver preso un’iniziativa che rischia di isolare anziché integrare gli alunni di nuova provenienza.
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Imprenditoria straniera: quando le statistiche danno i numeri

Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
di Sergio Bontempelli

Nel 2012, per la prima volta dall’inizio della crisi, diminuisce il numero di imprese con titolari stranieri in Italia. Una flessione che investe soprattutto il settore delle ditte individuali, calato del 6,7% rispetto al 2011. E che però non annulla la crescita letteralmente impetuosa registrata negli ultimi anni: dal 2007 ad oggi, le ditte individuali “migranti” sono aumentate del 39,2%, e oggi rappresentano circa il 7% del totale.

Sono i dati che emergono dall’indagine su L’imprenditoria straniera in Italia nel 2012, condotta dal Centro Studi Cna e presentata a Roma martedì scorso. I numeri dimostrano, secondo i promotori della ricerca, un notevole “dinamismo imprenditoriale” degli immigrati: del resto, il Dossier Caritas 2012 ci dice che i soci e i titolari di impresa italiani sono diminuiti del 10% dal 2005 ad oggi. Dunque, i migranti sembrano più capaci di “stare sul mercato” rispetto agli “autoctoni”. E lo straniero si rivela un perfetto “homo oeconomicus”, come direbbero gli economisti ottocenteschi.

Illusioni ottiche

L’immagine dell’immigrato “imprenditore” è in effetti suggestiva, perché fa a pugni con uno stereotipo duro a morire: quello dello straniero “pezzente”, arrivato in Italia a bordo di “carrette del mare”, che si guadagna da vivere facendo i lavori più umili (o magari, nei casi peggiori, finendo nel circuito della “microcriminalità” e della delinquenza di strada).
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Ingresso del CIE di Ponte Galeria - Foto di Medici per i Diritti Umani

Dead man walking: storia di Ismail, dall’Iraq al Cie di Ponte Galeria passando per Abu Ghraib

di Stefano Galieni

Vuole dichiarare le proprie generalità, dice di non aver niente da perdere e solo la salvezza da conquistare. La storia che racconta Ismail Ahmad Abdlla, nato a Soulemanya in Iraq 38 anni fa, sembra presa da un romanzo, eppure sono tanti i fogli di carta che ne dimostrano l’autenticità. «Sono arrivato per la prima volta in Italia nel 1998 – racconta – vengo da una famiglia di intellettuali e qui stavo bene. Nel 2002 ho scelto di tornare nel mio paese per motivi politici. La mia famiglia era molto legata al partito Baath di Saddam Hussein e io sono rientrato per fare il militare nella guardia repubblicana, i suoi fedeli insomma. Dopo l’invasione americana sono stato arrestato e rilasciato. Nel 2004 mi hanno accolto nell’esercito del governo che si andava formando. Avevano bisogno di addestratori militari e io ho accettato anche se ero rimasto fedele a Saddam. A tal punto che ho dato le mie armi ad un gruppo di insorgenti che ha attaccato Takrit, la città natale di Saddam».

Ismail giunge alla parte più dura della propria storia: «Sono intervenuti gli americani – dice con malcelato odio – e hanno trovato una mia arma. Mi hanno subito arrestato e portato ad Abu Ghraib, dove sono rimasto per quattro mesi. Mi hanno fatto di tutto, porto ancora addosso i segni di coltellate e di torture. Ero ridotto così male che mi hanno dovuto portare in ospedale in attesa di processarmi, ma grazie all’aiuto del personale medico, sono riuscito a scappare. Parlo 5 lingue e sono kurdo, so bene che l’esercito di Saddam ha massacrato la mia gente, ma continuo a credere che lui non lo sapesse, che a decidere le stragi fosse suo figlio e altri suoi ufficiali. Ho attraversato il confine con la Turchia e da lì sono arrivato a Bari dove ho chiesto e ottenuto protezione umanitaria. Dovevo fuggire perché già conoscevo il verdetto del processo contro di me. Sarei stato condannato a morte e così è stato, anche se lo hanno fatto in contumacia».
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Gli scioperi dei migranti: da nord a sud le lotte degli stranieri salvano l’Italia

Mohamed Arafat, leader dei lavoratori al polo logistico di Piacenza - Foto di TerreLibere.org
Mohamed Arafat, leader dei lavoratori al polo logistico di Piacenza - Foto di TerreLibere.org
di Iside Gjergji

Quando si tratta di gettare uno sguardo pietistico sugli immigrati, gli articoli sui giornali non mancano. Finché restano vittime, finché accettano di essere gli ‘ultimi’ e aspettare buoni buoni che qualcuno ‘doni’ loro qualche diritto – come quando si getta l’osso al cane da una macchina in corsa – suscitano sentimenti di carità popolare e istituzionale, sono simpatici: ‘poveretti, ce l’abbiamo un euro da dare?’, ‘hai visto che carino? Sta lì seduto al freddo a chiedere l’elemosina’. Appena però gli immigrati si alzano in piedi, guardano senza paura tutti negli occhi e pretendono i loro diritti, scompaiono dai giornali. E vengono guardati in cagnesco da molti: ‘Ma come osano? Chi si credono d’essere? Non basta che diamo loro un lavoro, ma vogliono anche avere dei diritti. Non vedono che crisi c’è?’

E’ stato questo il sentimento più diffuso durante le rivolte dei braccianti africani a Castel Volturno, Rosarno e Nardò contro criminalità organizzata e, dietro di essa, i proprietari terrieri e multinazionali dell’agribusiness e della distribuzione; durante lo sciopero dei braccianti africani a Caserta per una paga giornaliera, dignitosa, di 50 euro; durante le lotte degli operai maghrebini (e non solo) nella logistica, da Origgio a Piacenza, contro il super-sfruttamento delle ‘cooperative’ e delle grandi imprese.

Il loro protagonismo irrita molti, tutti coloro che sono disposti ad accettare come forme di protesta soltanto il gesto di testimonianza (pietistica), come lo stare in bilico sulla gru e all’addiaccio, ciò che sostanzialmente riproduce il messaggio caritatevole sugli ‘ultimi’. Le loro lotte auto-organizzate fanno storcere il naso anche ai sindacati confederali che, spesso, senza fiatare, firmano qualsiasi contratto nazionale.
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Terminata l’emergenza nord Africa. Avvocato di strada: “Per migliaia di richiedenti asilo si spalancano le porte della strada”

Profughi a Prati di Capraradi Avvocato di Strada

Poco più di due anni fa, il 12 febbraio 2011, l’Italia dichiarava lo stato di emergenza umanitaria nel territorio nazionale per l’eccezionale afflusso di cittadini provenienti dalla Tunisia e dalla Libia. Nei giorni scorsi, a due anni di distanza, il Governo ha dichiarato ufficialmente conclusa la cosiddetta “Emergenza nord Africa”. Le strutture (agritusmi e alberghi, rifugi di fortuna, centri d’accoglienza) che ospitavano i richiedenti asilo in tutta Italia sono state chiuse, ma i problemi non finiscono d’incanto.

“Il percorso dell’Emergenza Nord Africa – sottolinea Antonio Mumolo – presidente dell’Associazione Avvocato di strada – è stato tortuoso: è cominciato con l’accoglienza fredda delle comunità locali che si vedevano “smistare” sul proprio territorio persone giunte a Lampedusa mesi prima, è continuato con gli scandali documentati dalla stampa sulla gestione dei fondi erogati per l’accoglienza ed è culminato con la decisione di riconoscere, dopo la valanga di dinieghi di asilo, la possibilità di un riesame e quindi, per tutti i richiedenti asilo che già avevano ricevuto diniego, il salvacondotto di un permesso umanitario di un anno di durata.”
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Il giorno più bello o il più brutto? Storie di matrimoni interetnici da Milano a Modena

Matrimoni interetnicidi Luigi Riccio

Un matrimonio mandato all’aria, 8 ore di “fermo” e una denuncia per mancanza di permesso di soggiorno. È quello che è accaduto a F., ragazza marocchina di ventisei anni, che il tre dicembre doveva unirsi con il suo fidanzato italiano. Siamo a Milano, a Palazzo Reale, di fronte al Duomo. La cerimonia, con rito civile, era fissata alle 10:30. Ma giunti sul luogo, alla richiesta dei documenti (che lei non aveva), i due sono stati divisi. Lei è stata portata all’ufficio della polizia municipale in via Custodi e lì è rimasta fino alle 18:30. Lui, interrogato, è stato rilasciato prima, ma impossibilitato a mettersi in contatto con lei. È così che va in fumo il giorno più bello: in un lungo interrogatorio, in “trattenimento forzato” sotto il giogo dei vigili.

Simona Giannetti, il legale della coppia, due giorni dopo ha presentato un esposto alla Procura e al Comune. «L’aspetto discutibile qui non è la denuncia, – spiega a Corriere Immigrazione – ma la tempistica: i controlli avrebbero potuto essere fatti prima invece di aspettare il giorno delle nozze». Difficile non concordare. Anche la Giunta Pisapia, del resto, ha mostrato una certa irritazione per la vicenda. Daniela Benelli, Assessore ai Servizi civici del Comune di Milano, da noi contattata, deplora «l’esagerazione dei modi», ma nega l’intenzionalità. «La polizia municipale non si era recata per quella coppia a Palazzo Reale. Solo dopo essere giunti sul posto per altro motivo, gli agenti hanno scoperto che la ragazza era sprovvista di documenti. È per il racket dei matrimoni che si effettuano questi controlli. In ogni caso, abbiamo raccomandato di non eccedere più in queste verifiche, di effettuarle, se ce n’è bisogno, prima del giorno delle nozze».
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