A 45 anni dalla bomba di Piazza della Loggia, Brescia: strage, il volto del male assoluto

di Norberto Bobbio

La Piazza della Loggia di Brescia è un luogo della memoria. Di una memoria dolorosa per i morti e i feriti che l’hanno insanguinata, per il modo con cui sono stati uccisi e colpiti, per la verità contestata e negata. Uno dei tanti, troppi, luoghi in cui la restaurata libertà, che avrebbe dovuto dar vita a una pacifica convivenza, non ha impedito la morte di tante vittime innocenti e invendicate. Una memoria che non può e non deve essere cancellata. I familiari e gli amici delle vittime non possono cancellarla. Gli italiani non debbono.

Vi sono due forme diverse della memoria: quella interiore e quella esterna. La memoria esterna, che si manifesta nelle cerimonie ufficiali, nei discorsi commemorativi, nelle lapidi, nei monumenti, nei libri di storia, nelle testimonianze dei protagonisti, nella riproduzione di immagini dell’evento, ha senso soltanto se serve a mantener viva la memoria interiore. La può sollecitare, ma non la sostituisce. L’una è la memoria morta, l’altra la memoria viva. In un cimitero osserviamo una madre inginocchiata di fronte alla tomba del figlio. La tomba è la memoria esterna; la madre, che ha posato su di essa un mazzo di fiori e prega, rappresenta la memoria interiore. La lapide è, di per se stessa, muta […].
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Strage di Capaci e via d’Amelio: 27 anni dopo a un passo dalla verità

di Giorgio Bongiovanni Ventisette anni sono passati da quel 1992 di sangue e bombe. Come ogni anno, da allora, si avvicinano i giorni delle commemorazioni che inizieranno il 23 maggio, nel ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, e che si concluderanno 57 giorni […]

Moby Prince: i segreti dell’Agip Abruzzo e il giallo della “nafta fantasma”

di Luigi Grimaldi

C’è un punto, a 25 anni dalla strage di Livorno, che la Commissione Parlamentare di inchiesta presieduta dal senatore Silvio Lai non potrà esimersi dal chiarire. Un passaggio che sino a oggi non è mai stato affrontato in nessuna delle inchieste che in questo quarto di secolo si sono succedute e che riguarda il carico e i movimenti della petroliera della Snam coinvolta nella collisione del 10 aprile 1991.

La petroliera a tutta birra

Il problema sta nell’ultimo viaggio della nave cisterna della Snam. La super petroliera arriva a Livorno la sera del 9 aprile alle 22,30. Si àncora in rada. Mancano esattamente 24 ore alla collisione con il Moby Prince. Ma da dove arriva l’Agip Abruzzo? Dal porto egiziano di Sidi Kerir, terminal petrolifero egiziano, rifornito da uno specifico oleodotto, dove ha caricato 82.000 tonnellate di greggio Iranian Light. Quando? Quattro giorni prima: il 5 aprile 1991. Sidi Kerir e Livorno distano quasi 1.600 miglia marine secondo una rotta collaudata, regolarmente percorsa dalla nave.

Un viaggio impossibile

Solo che normalmente, stando a quanto registrato dai Lloyds di Londra, che effettuano il monitoraggio dei movimenti di tutte le navi in base alle comunicazioni che ricevono dalle varie istituzioni portuali e dagli armatori, questa tratta era sempre stata coperta in 15, anche 20 giorni di navigazione. Teoricamente la Agip Abruzzo avrebbe potuto percorre la distanza tra il porto egiziano e quello toscano in 4 giorni ma a una condizione: effettuare l’intero percorso sempre alla massima velocità consentita dai suoi motori, “a tavoletta” insomma. Una navigazione se non impossibile mai utilizzata da navi di quel tipo e di quella stazza.
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Piazza Fontana

A 46 anni da Piazza Fontana: ricordare le stragi di ieri, fermare le guerre di oggi

di Licia Pinelli, Pia Valpreda, Claudia Pinelli, Silvia Pinelli, Memoria Antifascista, Ponte della Ghisolfa, Comunità Curda Milanese, Rete Kurdistan, Partigiani in Ogni Quartiere, ZAM Zona Autonoma Milano, Csoa Lambretta, CS Cantiere, Soy Mendel, Sinistra Anticapitalista – Milano, Partito della Rifondazione Comunista – Fed. Di Milano, Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre, Amici e Compagni di Luca Rossi, Associazione Amici e Familiari di Fausto e Iaio, Associazione Per Non Dimenticare Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, Associazione di Amicizia Italia – Cuba, Teatro della Cooperativa, Zona 3 per la Costituzione, CASC Lambrate, Rete Studenti Milano, Collettivo Bicocca, Collettivo Universitario the Take – CUT, Coordinamento dei Collettivi Studenteschi – CCS, LUME, Dillinger Project, Rojava Calling Milano, Spazio di Mutuo Soccorso – SMS, Comitato Abitanti San Siro, Adesso Basta, Fronte Palestina di Milano, PRC sez.Casaletti di Paderno Dugnano, Redazione di Lotta Continua, SI Cobas, Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti, Link – Sindacato Universitario, ACT Milano, Fronte Popolare, Centro Culturale Concetto Marchesi, ANPI Crescenzago, ANPI Assago, Comitato NO Muos milano, Parallelo Palestina, Associazione antirazzista Le Radici e Le Ali, Sondrio Antifascista, Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito, Sestodemocratica, Collettivo Berchet, Rete Milano senza frontiere, L’Altra Europa con Tsipras, Partito Comunista dei Lavoratori, Casa Rossa Milano, Comitato Contro la Guerra Milano, Circolo ARCI 26×1 – Offensive democratiche, ARCI area Carugate, Associazione ARCI Ponti di Memoria, Martesana libera e antifascista, Partito Comunista d’Italia – Milano, Azione Civile Nazionale, Azione Civile Lombardia, Azione Civile Milano, Ross@ Milano, COSP – Collettivo Scuola Pasolini

Il 12 dicembre 1969, una bomba scoppiava in Piazza Fontana. Una bomba, che facendo 17 morti e decine di feriti unita alla morte di Giuseppe Pinelli assassinato tre giorni dopo nella Questura di Milano, inaugurava la “Strategia della Tensione”, ovvero la costruzione sistematica di paura volta a criminalizzare i movimenti sociali e le richieste di diritti e libertà che in quegli anni riempivano le strade.

Oggi, 46 anni dopo, vediamo come, in Italia e in altre parti del mondo, la strategia della paura, della criminalizzazione verso chi pretende diritti per un futuro e una vita migliore, non sia cambiata: dalle piazze xenofobe di Salvini & co, ai muri di Orban, alle sparizioni forzate in Messico, alle stragi ad Ankara, Suruç e Dyarbarkir.

Come 46 anni fa, i poteri politici, economici e militari hanno tutto l’interesse a bloccare ogni spinta e autorganizzazione dal basso che metta ulteriormente in crisi un modello economico globale basato sulle speculazioni, l’espropriazione di terre e diritti, lo sfruttamento di miliardi di persone e territori in tutto il mondo.
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La frontiera: la tragica realtà delle migrazioni

Alessandro Leogrande - La frontiera
Alessandro Leogrande - La frontiera
di Alessandro Leogrande

Il sommozzatore si cala in fondo al mare, si tira giù con l’aiuto di una corda, sembra una pertica conficcata sul fondale. L’uomo pare danzare, la tuta nera è avvolta da scie di bollicine. A tratti si sente il rumore dell’aria sputata fuori. Al primo sommozzatore se ne aggiunge un altro, poi un altro ancora. Tutti hanno scritto sul braccio destro guardia costiera. Dopo alcuni secondi circondano il relitto.

Adagiato a quaranta metri di profondità, al largo dell’isola di Lampedusa, il peschereccio sembra in secca, incuneato nella sabbia chiarissima del fondale. I tre sub, le bombole sulle spalle, calcano il ponte della piccola imbarcazione ed entrano da una porta laterale. Passa qualche secondo, ed estraggono il corpo di una donna.

Assomiglia a una bambola gonfiabile per la lievità con cui, sul fondo del Mediterraneo, scivola fra le loro mani. La donna è di spalle, il corpo è fasciato da pantaloni scuri e una maglietta. All’estremità spuntano le braccia e i piedi neri. I capelli lunghi e crespi sono raccolti in una coda. La donna viene spostata e adagiata pochi metri più in là, in un angolo del ponte. Poi entrano nella cabina accanto. Sui letti ci sono due corpi. Un altro è ritto, a testa in giù. La maglietta si muove, a tratti scopre la pancia snella, irrigidita.

Nella terza cabina c’è un uomo seduto, la bocca aperta e il corpo immobile, il taglio degli occhi sottile, le mani su un tavolino, come se fosse lì ad aspettare da mesi quell’incontro.
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La strage di Mattmark

Chi cercava un futuro in miniera e chi lo cerca nei campi: tutte quelle stragi dimenticate

di Loris Campetti

Della strage di minatori a Marcinelle, avvenuta 59 anni fa in Belgio, sappiamo qualcosa. Sappiamo che per qualche anno è stata una meta fissa del turismo nazional-politico italiano nei giorni intorno a ferragosto, prima che una nuova pietra tombale spegnesse la luce su quello spicchietto di memoria e a ferragosto tornassero a occupare le pagine dei giornali le vacanze dei ministri e i topless delle ministre tra le sabbie infinite e il mare minestrone della Versiglia. Sappiamo che nella miniera di carbone di Bois du Casier 136 dei 262 morti ammazzati erano immigrati italiani.

Nulla sappiamo delle stragi precedenti e successive dei nostri connazionali in cerca di futuro in altre miniere di carbone. Per esempio negli Stati uniti: 108 anni fa a Monongah, nella West Virginia, non si sa quanti minatori persero la vita contemporaneamente, a centinaia dicono le cronache, per qualche fonte addirittura 956. Quanti tra loro fossero immigrati italiani non è dato sapere, si è scritto “la maggioranza” ma non il numero, perché ben pochi erano registrati dall’impresa che li sfruttava con meno rispetto di quello riservato al carbone. Proprio come capita oggi agli immigrati africani piegati a raccogliere pomodori per 14 ore a due-tre euro l’ora nelle nostre campagne, agli ordini dei caporali. Tra quelli registrati, gli italiani uccisi a Monongah erano 171, emigrati laggiù a grattare carbone in fuga dalla fame della Calabria, del Molise, dell’Abruzzo.

Centodue anni fa a Dawson, nel Nuovo Messico, i minatori uccisi furono 265, in maggioranza immigrati italiani (146). Chi se le ricorda quelle vittime italo-americane, erano mica Lucky Luciano, erano mica mafiosi famosi la cui vita meritasse gli onori di Hollywood. Erano minatori, carne da macello.
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L’ultima intervista a Paolo Borsellino: 23 anni fa la strage di via D’Amelio

L’hanno realizzata il 19 maggio 1992 due giornalisti francesi, Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. Il 19 luglio successivo, esattamente 23 anni fa, Paolo Borsellino è stato ucciso nella strage di via D’Amelio. Con lui muoiono gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Strage di Bologna

Stragi e terrorismo: dall’Emilia Romagna la proposta di legge per introdurre il reato di depistaggio

di Giaime Garzia

Non ha atteso che ci fosse un governo o che si incasellassero i nomi dei novelli parlamentari nelle commissioni della diciassettesima legislatura. Però Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione vittime della strage alla stazione di Bologna neo eletto alla Camera dei deputati, aveva dichiarato che a Roma ci sarebbe andato anche per quello. E così, a poco più di 10 giorni dalla prima seduta del parlamento, ha presentato una proposta di legge per introdurre il reato di depistaggio nell’ordinamento italiano.

Certo, al momento si tratta di un atto più simbolico che legislativo, dato che il passaggio alla discussione della proposta è subordinato a nomine che ancora non ci sono. Ma Bolognesi, che ha espresso la sua volontà di far parte della commissione Difesa, è passato all’azione ponendosi come primo firmatario e con lui ci sono altri eletti in Emilia Romagna, tra cui Andrea De Maria e Carlo Galli. La proposta, dunque, entrando più nel dettaglio, è quella di un nuovo articolo nel codice penale, il 372 bis. Se il 372, già esistente, punisce per falsa testimonianza chiunque “deponendo come testimone innanzi all’autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte” (e in questo caso la pena va da 2 a 6 anni di reclusione), il successivo articolo, se venisse approvato, si concentrerebbe sui pubblici ufficiali e sulle loro condotte.

Più nello specifico, il reato di depistaggio si configurerebbe nel caso di inchieste sull’eversione dell’ordine costituzione, sulle stragi e sul traffico di armi, di materiale nucleare, chimico e biologico. Nel caso in cui la magistratura dovesse in proposito ricevere da parte del pubblico ufficiale incaricato degli accertamenti informazioni false o parziali oppure rilevasse che documenti sono stati sottratti o ne sono stati prodotti di fasulli, per l’autore del reato, una volta condannato, si aprirebbero le porte del carcere per un periodo variabile dai 6 ai 10 anni.
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Vittime - Foto di Federica Pezzoli

Le associazioni vittime al futuro parlamento: “Siamo motore democratico, ascoltateci”

di Giaime Garzia

Hanno il loro candidato al parlamento, Paolo Bolognesi, come già in passato ebbero Daria Bonfietti, la presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di Ustica che dal 1994 al 2006 fu prima alla Camera e poi 2 volte al Senato. Ma se anche il presidente dei familiari del 2 agosto 1980, in corsa da indipendente nelle liste del Pd, non ce la facesse nella competizione elettorale per le politiche, “noi perseguiremo comunque i nostri scopi rivolgendoci sempre alle istituzioni”.

Ad affermarlo è Manlio Milani della Casa della Memoria di Brescia che riunisce le vittime della strage di piazza di Loggia del 28 maggio 1974. E mentre parla, fa segno di assenso Roberto Della Rocca, vicepresidente dell’Aiviter (l’Associazione italiana vittime del terrorismo), e tutti i loro colleghi, quelli che rappresentano feriti e familiari di chi morì in altre stragi, dall’Italicus del 1974 al Rapido 904 del 1984 passando per piazza Fontana del 1969 e per l’attentato di via dei Georgofili del 27 maggio 1993.

Si sono riuniti a Bologna presso la sede dell’Unione vittime per stragi per presentare alla stampa il loro programma per il 2013. Un programma che va dalla piena attuazione della legge 206 del 2004 su risarcimenti, sanità, previdenza e gratuito patrocinio all’abolizione del segreto di Stato nei delitti di strage e terrorismo. E poi ecco che compare una lista di punti da portare avanti come l’informatizzazione degli atti giudiziari e la messa a disposizione di quelli della commissione stragi, contributi pubblici alle associazioni vittime per le loro attività statutarie (come andare nelle scuole a parlare ai ragazzi) o la reintroduzione dell’osservatorio sulle vittime di reato.
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