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La tragedia dimenticata: migranti morti in mare, lo Stato si autoassolve

di Giacomo Russo Spena

Erano in 72, 9 sono riusciti miracolosamente a sopravvivere, in 63 sono morti. Eppure non esiste (ancora) un colpevole. Una tragedia in mare, così è stata catalogata. Una delle tante, se pensiamo che solo nel 2017 sono oltre 3mila i migranti – una media di 10 al giorno – annegati durante il proprio viaggio della speranza. Il Mare Nostrum, un cimitero liquido.

Questo tuttavia non è un caso come gli altri. I sopravvissuti hanno parlato e denunciato. La Procura Militare di Roma guidata da Marco De Paolis ha svolto una indagine faticosa e approfondita, dovendosi solo fermare davanti al muro di gomma opposto dalla Marina Militare Italiana, che negava i documenti interni della Sala Operativa; una Commissione di indagine del Parlamento Europeo ha accertato i fatti e puntato il dito contro l’Italia e la Guardia Costiera Italiana, ree secondo la Commissione di essersi disinteressati del natante in pericolo dopo averne raccolto il segnale di soccorso. Al contrario, la Procura Ordinaria di Roma guidata dal magistrato Giuseppe Pignatone ha archiviato senza svolgere alcuna indagine (come ha tentato di fare anche con il caso “Libra”) ed il Tribunale Civile con un atto nei giorni scorsi ha ritenuto di non dover ascoltare nessun testimone.

Molti gli interrogativi rimasti senza una risposta. Le 72 persone sono state abbandonate in balia delle onde per giorni e giorni, morendo per il freddo, per la fame e la sete. Una tragedia evitabile se solo ci fosse stata la volontà politica e umana di dirottare una nave che era a sole 9 miglia marine dal gommone, con compiti di controllo della pesca e immigrazione. Sulla vicenda è stato girato anche il docu-film “Mare Deserto” di Emiliano Bos e Paul Nicol, (che tra l’altro ha vinto il premio Ilaria Alpi) i quali tramite testimonianze e documenti hanno ricostruito perfettamente quei drammatici momenti.

1 maggio 1947: la strage di Portella della Ginestra più di settant’anni dopo

di Claudio Cossu

1 maggio 2017: sono trascorsi settant’anni da quella tremenda e crudele strage, a Portella della Ginestra (Sicilia), ricorrenza che Macaluso giustamente ha ricordato “La Repubblica” definendola la “prima strage di Stato” del dopoguerra. Strage che segnò l’inizio, purtroppo, di quella serie di eccidi che vide il connubio tra Cosa nostra, servizi deviati dello Stato e forze oscure della reazione (monarchici e neo-fascisti nella fattispecie, in quei tempi lontani). Scopo: reprimere le giuste rivendicazioni dei contadini dell’epoca e delle forze progressiste tout court, del mondo del lavoro in genere, negli anni seguenti, contro il latifondo e i privilegi di pochi ricchi e potenti del nostro Paese.

Nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano e la mafia, in sintesi, servirono a reprimere nel sangue quelle rivendicazioni alle terre e in seguito l’intreccio gelatinoso e viscido tra le forze sopra menzionate servì a soffocare le aspirazioni operaie, studentesche e progressiste emergenti. Aspirazioni all’eguaglianza sociale e alla libertà, contro il potere di pochi e le pretese corporative e reazionarie di poteri oligarchici e retrivi giù giù, fino ai nostri giorni.

Ricordiamo, dunque, quelle vittime, questo 1 maggio 2017, giorno dei lavoratori e dedicato alla sacralità del lavoro, che dovrebbe realmente essere tutelato, come previsto – del resto – dalla nostra Costituzione, ma sempre minacciato da licenziamenti e revisioni inique, con la scusante dello sviluppo economico e di nuove, peraltro incerte, modalità di contratti di lavoro a tempo determinato, di natura incerta e vaga nonché insicure.

Massimo Abbatangelo: vitalizio al camerata che teneva il tritolo

di Riccardo Lenzi

Come è noto il portale web della Camera dei deputati contiene una scheda per ciascuno degli eletti in quel ramo del Parlamento a partire dalla prima legislatura della Repubblica italiana. Tra queste, dopo aver letto una sua intervista rilasciata a un quotidiano nazionale all’indomani del pasticcio sui vitalizi, sono andato a leggere la scheda di Massimo Abbatangelo, napoletano, classe 1942, deputato del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale dal 1979 al 1994.

Nel 1987, nonostante una richiesta di rinvio a giudizio per la strage di Natale sul treno Napoli-Milano, il Rapido 904 sul quale venne collocata una bomba il 23 dicembre 1984, il suo partito decise di ricandidarlo. L’iter giudiziario dell’onorevole Abbatangelo – la cui posizione fu stralciata fin da subito dal processo principale in cui erano imputati, tra gli altri, due boss mafiosi: il siciliano Pippo Calò (poi condannato quale mandante) e il napoletano Giuseppe Misso (Missi all’anagrafe, assolto per l’imputazione più grave) – si concluse nel 1994 con un’assoluzione piena per il reato di strage (“per non aver commesso il fatto”; in primo grado era stato condannato all’ergastolo) e una condanna a 6 anni per detenzione di armi ed esplosivo.

Non proprio un fiore all’occhiello per chi siede in Parlamento. Detto questo, secondo una sentenza definitiva pronunciata in nome del popolo italiano, il manesco Abbatangelo non è tra i responsabili della strage che fece 16 vittime e 267 feriti, nello stesso luogo in cui dieci anni prima “ignoti” neofascisti toscani, supportati dalla loggia P2 (cfr. Atti Commissione d’inchiesta P2), avevano messo una bomba sul treno Italicus.

Morte ai vecchi: un libro ribelle

di Bruno Giorgini

Ho letto con ritardo il libro Morte ai vecchi scritto da Bifo e da Massimiliano Geraci. E ne scrivo per fatto personale avendo recentemente compiuto settantun (71) anni, e pare si sia anziani fino ai settanta, poi si entri nella vecchiezza, almeno così alcuni sociologi. Devo confessare che in prima battuta ho faticato a metterci mani, piedi e testa, poi però me lo sono bevuto, dovendo a volte tornare sui miei passi per ritrovare i fili della matassa. Perchè questo libro è molte cose, una torta a molti strati. In modo più rigoroso potremmo definirlo: un testo che sta sull’orlo tra caos e complessità.

Con formula retorica: un disperato romanzo d’amore e di lotta. Un libro dove l’omicidio dei vecchi è abitudine sociale indotta dai mercanti di droghe, di immaginario, di video game; l’assassinio seriale dei vecchi ovvero degli umani perché la strage si riverbera su tutti. Dice uno dei personaggi “La pulizia è cominciata. A milioni ci uccideranno (..) È iniziata la pulizia etnica planetaria. I non formattati devono scomparire entro un termine prefissato dal codice.

“Non che gli adolescenti assassini siano meno disperati dei vecchi vittime. E qualcuno dei giovanotti finisce anch’egli morto ammazzato. Un libro dove una lingua visionaria si accompagna e intramescola con un linguaggio che direi: scientifico. Qui per il lettore scatta il fascino del gioco a scoprire chi dei due autori ha scritto che cosa, specie in me che li conosco personalmente entrambi. Sarebbe facile dedurre che Bifo è il visionario e Max, redattore di una prestigiosa rivista scientifica, il rigoroso scrivente di teoria dell’informazione, sì c’è anche questa in sottofondo, e altro, le neuroscienze per esempio.

Ustica: sappiamo tutto, ora serve la verità

Anniversario strage di Ustica

di Daria Bonfietti

Ricordiamo il 36° Anniversario della strage di Ustica e continuiamo il cammino verso la verità. Sappiamo già molto di quello che è accaduto nel cielo: sappiamo che «il DC9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, guerra di fatto e non dichiarata», come ci rivela il giudice Rosario Priore già nel 1999.

Sappiamo che vi erano altri aerei intorno al DC9 nel momento dell’incidente, ce lo rivela la Nato. Gli esperti della Nato infatti, lavorando su materiale che i nostri militari si rifiutavano di «leggere» al magistrato, confermano la presenza di aerei americani, francesi, belgi, inglesi e forse libici quella sera nel mar Tirreno.

Sappiamo che con due sentenze della Cassazione sono stati condannati in via definitiva il ministero dei Trasporti, per non avere garantito la sicurezza dei voli, e il ministero della Difesa, per avere con ogni mezzo, distruzione di prove, depistaggi vari, allontanato il raggiungimento della verità. Dal 2008 sono state riaperte le indagini dalla procura di Roma, dopo le dichiarazioni del presidente Francesco Cossiga, che indica i francesi quali autori, per errore, dell’abbattimento del DC9 Itavia.

Nuove rogatorie, gli interrogatori condotti dai magistrati italiani al personale di Solenzara, la base francese in Corsica, permettono di confermare l’attività di quella base aerea per gran parte della notte del 27 giugno ’80, smentendo perciò definitivamente la versione ufficiale francese della chiusura di quella base alle 17.

Strage di Orlando, altro che Islam: è l’omofobia a renderci complici

La strage di Orlando

La strage di Orlando

di Tiziana Ciavardini

Chissà per quale strano motivo i 50 morti di Orlando non hanno suscitato la rabbia degli altri attacchi terroristici. Chissà perché nemmeno agli Europei se li sono filati, non dedicando nemmeno la metà di un minuto di silenzio alle vittime. Fossero stati altri morti, tutte le tv oggi avrebbero acceso i riflettori sulla strage e invece si parla di altro. Fosse stato qualcuno di importante, avremmo visto in mondo visione anche qualche lacrimuccia in grado di commuoverci. E invece niente, oggi si parla di Brexit, delle elezioni politiche, anche le botticelle romane hanno avuto più risonanza di 50 vite perse.

Alla tragedia di Orlando abbiamo avuto subito tutti la risposta pronta: è stato l’Islam. Il killer era musulmano, forse affiliato all’Isis, ma forse no, tanto che anche le confuse dichiarazioni dell’Fbi ci lasciano perplessi. Ma nelle nostra Italia, così dedita alle facili conclusioni, dire che è stato l’Islam è una sorta di alleggerimento della coscienza. Non ci siamo soffermati a sufficienza sul problema delle armi facili da acquistare in America, la nostra attenzione si è concentrata sul fatto che Omar Mateen fosse un musulmano.

A noi italiani piace vedere il mostro ‘l’Islam’ e non passa giorno che accada qualcosa per convincercene di più. Ci siamo soffermati su ‘chi ha ucciso’ invece che sul ‘chi è stato ucciso’. A due giorni dalla strage abbiamo scoperto un’Italia omofoba come non ci aspettavamo.

Perché per Parigi vi siete mobilitati e per Orlando molto meno?

Strage di Orlando

Strage di Orlando

di Giacomo D’Arrigo, direttore generale dell’Agenzia nazionale per i giovani

Non è cosa da poco, o fatto da omettere. Non è stata solo una carneficina di giovani che come unica colpa avevano quella di stare nel posto sbagliato al momento sbagliato (che poi il Pulse può essere definito posto sbagliato?). No quella di Orlando è una strage di ragazzi gay che non ha precedenti. Inutile girarci intorno. L’omofobia è viva e lotta assieme a noi. Anche nella grandiosa America dei diritti dove coppie omosex possono adottare e sposarsi. Qui non si parla di comprendere o meno le ragioni di chi non è come noi. Qui non si parla di chi ha paura, di chi ha attitudini diverse. No qui si parla di cieco odio di genere sfociato in violenza incontrollabile. E ingiustificabile.

Qua in Italia le reazioni sono state blande. L’America è più lontana della Francia e del suo Bataclan. E poi sarà stato l’Isis o la follia di un pazzo omofobico? Perché fa decisamente la differenza. Ed è qui che invece le nuove generazione devono smarcarsi da quella pericolosissima linea di confine che separa l’indifferenza dall’ipocrisia.

Tocca ai più giovani, quelli dell’inclusione, quelli perennemente in marcia verso nuovi orizzonti e nuove terre. Quelli che volgarmente vengono oramai definita la generazione “millenials”. Tocca quindi a loro, dicevo, saltare quelle barricate enormi che hanno ancorato i destini di tante giovani coppie gay a cui i diritti si fa ancora fatica a riconoscerli.

Salvini, lo sciacallo di Bruxelles

di Curzio Maltese [*]

Sono 73 gli europarlamentari italiani a Bruxelles e la maggior parte sono in questo tragico giorno qui, nella capitale d’Europa. Ma soltanto uno, Matteo Salvini, ha avuto il sangue freddo, la mancanza di scrupoli e di dignità umana d’inviare tweet e selfie dall’ingresso del Parlamento europeo, davanti alle camionette dell’esercito, per speculare al volo sulla tragedia che ha spezzato decine di vite innocenti e distrutto tante famiglie.

23 dicembre 1990, la strage di via Gobetti: 25 anni di amnesia razzista a Bologna

Lapide Uno Bianca - Foto di Wu Ming Foundation

di Wu Ming

Sono passati 25 anni dalla strage al campo nomadi dell’ex Fornace Galotti, una delle imprese più truci della Banda dei fratelli Savi. Una delle date meno ricordate della scia di sangue lasciata dagli ex poliziotti. Resistenze in Cirenaica propone di ricordare le vittime davanti al Cippo all’ex Fornace Galotti.

23 dicembre 1990, dai lanci di agenzia si apprende una tragica notizia: «Assalto al campo nomadi di via Gobetti, alla periferia di Bologna, alle 8.15. Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina sono rimasti uccisi. Feriti in modo grave: Sara Bellinati, una bambina di appena sei anni e Lerje Lluckaci, 34enne slava. Secondo una prima ricostruzione gli assalitori sarebbero giunti al campo a bordo di due auto, una Fiat Uno bianca ed una Lancia Y10. Dalle auto sono scesi due uomini, a volto scoperto e armati di pistola e mitra. Hanno sparato dagli otto ai quindici colpi, quattro dei quali fatali a Patrizia Della Santina. È stato invece un colpo sparato dal mitra ad uccidere Rodolfo Bellinati. Alcuni nomadi testimoniano la presenza nel campo di un uomo con un giubbotto poco prima dell’arrivo delle auto».

Pochi giorni dopo la sparatoria, un’abitante del campo, presente al momento dell’agguato, fu chiamata in Questura a testimoniare. Tra i poliziotti presenti in Piazza Galileo riconobbe uno degli aggressori: era Roberto Savi, ma nessuno le diede ascolto. Tutti uguali davanti alla morte, ma non davanti agli inquirenti: la testimonianza portata in quell’occasione fu ascoltata come si fa con un bambino che sostiene di aver visto il lupo mannaro.

1980, la strage di Bologna tra passato e presente

Strage di Bologna

Strage di Bologna

di Riccardo Lenzi

La vigilia di Natale del 1979 le truppe sovietiche avevano invaso l’Afghanistan, un’occupazione che sarebbe durata fino all’inizio del 1989. La resistenza afghana sarà sostenuta dagli Usa e arruolerà anche volontari islamici provenienti da vari paesi arabi. Dal maggio ’79 il primo ministro del Regno Unito è Margaret Thatcher, alla quale verrà dato il soprannome di Iron Lady (Lady di Ferro). Presidente degli Stati Uniti è il democratico Jimmy Carter, che l’anno successivo sarà sostituito dal repubblicano Ronald Reagan, un attore di Hollywood prestato alla politica. Thatcher e Reagan imporranno all’occidente le politiche economiche neoliberiste che, negli anni a venire, prenderanno piede in tutto il mondo.

In Italia presidente del Consiglio è il democristiano Francesco Cossiga che due anni prima, durante la disastrosa gestione del sequestro di Aldo Moro, era ministro dell’Interno (nel 1985 sarà eletto Presidente della Repubblica, anche con i voti del Pci). A capo dei servizi segreti italiani ci sono due iscritti alla loggia massonica P2: il generale Giulio Grassini, capo del Sisde (servizio segreto civile), e il generale Giuseppe Santovito, capo del SISMI (servizio segreto militare). Anche il capo di stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giovanni Torrisi, era iscritto alla P2.

Nelle classifiche delle canzoni più ascoltate in Italia, al numero 1 c’è Video killed the radio stars dei Buggles, gruppo che verrà presto dimenticato. Al cinema escono Shining di Stanley Kubrick, Toro scatenato di Martin Scorsese, The Blues Brothers di John Landis, La città delle donne di Federico Fellini e Il tempo di mele del regista francese Claude Pinoteau (esordio della giovanissima attrice Sophie Marceau). Tra i registi italiani si afferma Carlo Verdone con il film a episodi Bianco, rosso e verdone.