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L’eredità politica della tentata strage di Macerata

di Luigi Ambrosio

L’eredità politica della tentata strage razzista di Macerata è il definitivo sdoganamento della violenza basata sull’odio di razza in Italia. Da quel sabato mattina, era il 3 febbraio, sono accadute due cose. La prima: un mese dopo gli spari la Lega, il partito cui lo sparatore Luca Traini apparteneva, è esplosa nel consenso a Macerata, nelle Marche, e in tutto il Paese.

Non si può stabilire con scientifica certezza che gli spari abbiano gonfiato le urne, senza dubbio però si può affermare che gli spari non le hanno sgonfiate. Un elettore su 5 a Macerata ha messo la croce sul simbolo del partito cui lo stragista apparteneva e il cui leader, Salvini, nelle ore successive alla tentata strage affermò: “Una immigrazione incontrollata e finanziata porta allo scontro”.

La seconda: le aggressioni fisiche agli stranieri sono aumentate, avvengono alla luce del sole e in più di un’occasione chi ha usato magari carabine o fucini a pallini per prendere di mira gli immigrati ha minimizzato, ha parlato del suo gesto come se si fosse trattato di una specie di gioco. Gli italiani, abbandonata la retorica del popolo di “brava gente”, hanno iniziato a mostrare un volto feroce. La responsabilità principale è degli imprenditori dell’odio, a cominciare da Matteo Salvini, e di coloro che lo assecondano dimostrando di essere permeabili alla sua predicazione, come gli alleati di governo pentastellati.

Ponte Morandi, perché l’Italia decise di privatizzare: la vera storia di una tragedia assurda

di Loretta Napoleoni

Il crollo del ponte Morandi a Genova è una catastrofe da terzo mondo, impensabile nella terza economia di Eurolandia o in una nazione che far parte del G7. Eppure è successo. Quei cadaveri seppelliti sotto le macerie di un ponte che doveva essere antisismico, ma guarda caso non lo era, che avrebbe dovuto essere ricostruito, ma non è stato fatto e così via, confermano ciò che da decenni ci rifiutiamo di sentire: che il nostro è un Paese corrotto, mal governato, impoverito da una classe dirigente che ne ha fagocitato la ricchezza, una nazione dove le diseguaglianze sono la regola e dove tutto, ma proprio tutto, anche la democrazia è in vendita per chi ha i soldi per acquistarla.

L’incipit della tragedia risale al 1992 quando politici e poteri forti iniziano a tessere la favola del benessere sullo sfondo dell’implosione della lira che non regge la banda di oscillazione dello Sme, e della minaccia della mafia che fa fuori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Stiamo calmi, è il messaggio che arriva dai vertici del potere, esiste una soluzione e si chiama euro. In altre parole la moneta unica viene venduta ai cittadini come il biglietto d’ingresso al club delle nazioni ricche del Nord Europa, come se bastasse quella monetina a rilanciare l’economia, sconfiggere la mafia e fare dell’Italia un Paese ricco e solido. Grazie al tam-tam della stampa e alla propaganda della casta questa certezza assurda, specialmente alla luce del fiasco del serpente monetario, si fa strada nel subconscio della maggior parte degli italiani e ci rimane fino alla crisi del debito sovrano degli anni 2011 -2012.

Carmelo Maiorana: “La maggior parte dei nostri ponti sta messa male”

di Alberta Pierobon

«Da quando l’ha saputo, ha passato ogni minuto della giornata a pensarci. Va da sé, la tragedia di Genova ha sconvolto tutti ma su di lui ha scavato un baratro. Perché nella sua testa, come in un film, si sono succedute le immagini della radiografia del ponte Morandi crollato e l’elenco delle responsabilità». Lui si chiama Carmelo Maiorana, ha 64 anni, non procede per ipotesi, piuttosto per analisi: è ingegnere strutturista, ordinario di Scienza delle costruzioni all’università di Padova. Ma prima delle questioni tecniche e delle relative spiegazioni, per forza si fa strada con angoscia un’analisi anche questa strutturale. Purtroppo strutturale, che riguarda un malcostume tutto italiano.

Come mai, professore, nessuno ha colto i segnali che hanno portato a questa tragedia?

«Questo è il problema. In Italia siamo indietro e tanto. La maggior parte dei nostri ponti ha necessità di un monitoraggio ininterrotto e di manutenzione costante. Operazioni che hanno dei costi».

Quindi è mancato il monitoraggio?

«Qui un altro problema. Io sostengo che chi si occupa dei controlli dovrebbero essere persone fuori dai giochi, persone che dicano la verità, libere di dire la verità. Invece spesso proprio chi è incaricato di monitorare, la verità non la dice: il perché è facile da spiegare. Perché dicendola teme di non avere più lavori di consulenza. E’ semplice, ed è questo il malcostume».

Caporalato, don Ciotti e Cgil: “Sistema senza dignità. Persone come carni da macello”

di Gianmario Leone

Le due stragi accadute nell’arco di appena 48 ore nel foggiano, che hanno lasciato sull’asfalto 16 braccianti agricoli senza vita, come prevedibile ha scatenato l’ennesima mobilitazione del mondo sindacale e delle tante associazioni impegnate a tutela dei diritti umani. Domani sono previste due manifestazioni a Foggia, dove si recherà anche il premier Conte e uno sciopero per l’intera giornata lavorativa.

«Una mattanza senza fine: quello accaduto in queste ore non è una fatalità ma il frutto delle condizioni in cui lavorano e si recano nei luoghi di lavoro i tantissimi braccianti, molti stranieri, impegnati nelle campagne di raccolta», hanno dichiarato Susanna Camusso, segretario generale Cgil, e Ivana Galli, segretaria generale Flai Cgil.

«È necessario che le istituzioni agiscano, come chiediamo da anni, sul tema del trasporto, in mano a un sistema di caporalato che fa viaggiare le persone come merci o carne da macello mettendone a rischio la vita. Questi furgoni fatiscenti e senza autorizzazione alcuna vanno fermati per fornire trasporto sicuro. Si poteva fare un bando per il trasporto dei lavoratori agricoli ma non è stato fatto: le aziende non hanno fornito i dati completi».

«L’emergenza dei lavoratori stranieri della Capitanata abbia priorità al tavolo del Governo, la cui apertura è stata auspicata dal ministro Di Maio»: è quanto spera il segretario generale della Cisl di Foggia, Carla Costantino.

La tragedia dimenticata: migranti morti in mare, lo Stato si autoassolve

di Giacomo Russo Spena

Erano in 72, 9 sono riusciti miracolosamente a sopravvivere, in 63 sono morti. Eppure non esiste (ancora) un colpevole. Una tragedia in mare, così è stata catalogata. Una delle tante, se pensiamo che solo nel 2017 sono oltre 3mila i migranti – una media di 10 al giorno – annegati durante il proprio viaggio della speranza. Il Mare Nostrum, un cimitero liquido.

Questo tuttavia non è un caso come gli altri. I sopravvissuti hanno parlato e denunciato. La Procura Militare di Roma guidata da Marco De Paolis ha svolto una indagine faticosa e approfondita, dovendosi solo fermare davanti al muro di gomma opposto dalla Marina Militare Italiana, che negava i documenti interni della Sala Operativa; una Commissione di indagine del Parlamento Europeo ha accertato i fatti e puntato il dito contro l’Italia e la Guardia Costiera Italiana, ree secondo la Commissione di essersi disinteressati del natante in pericolo dopo averne raccolto il segnale di soccorso. Al contrario, la Procura Ordinaria di Roma guidata dal magistrato Giuseppe Pignatone ha archiviato senza svolgere alcuna indagine (come ha tentato di fare anche con il caso “Libra”) ed il Tribunale Civile con un atto nei giorni scorsi ha ritenuto di non dover ascoltare nessun testimone.

Molti gli interrogativi rimasti senza una risposta. Le 72 persone sono state abbandonate in balia delle onde per giorni e giorni, morendo per il freddo, per la fame e la sete. Una tragedia evitabile se solo ci fosse stata la volontà politica e umana di dirottare una nave che era a sole 9 miglia marine dal gommone, con compiti di controllo della pesca e immigrazione. Sulla vicenda è stato girato anche il docu-film “Mare Deserto” di Emiliano Bos e Paul Nicol, (che tra l’altro ha vinto il premio Ilaria Alpi) i quali tramite testimonianze e documenti hanno ricostruito perfettamente quei drammatici momenti.

1 maggio 1947: la strage di Portella della Ginestra più di settant’anni dopo

di Claudio Cossu

1 maggio 2017: sono trascorsi settant’anni da quella tremenda e crudele strage, a Portella della Ginestra (Sicilia), ricorrenza che Macaluso giustamente ha ricordato “La Repubblica” definendola la “prima strage di Stato” del dopoguerra. Strage che segnò l’inizio, purtroppo, di quella serie di eccidi che vide il connubio tra Cosa nostra, servizi deviati dello Stato e forze oscure della reazione (monarchici e neo-fascisti nella fattispecie, in quei tempi lontani). Scopo: reprimere le giuste rivendicazioni dei contadini dell’epoca e delle forze progressiste tout court, del mondo del lavoro in genere, negli anni seguenti, contro il latifondo e i privilegi di pochi ricchi e potenti del nostro Paese.

Nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano e la mafia, in sintesi, servirono a reprimere nel sangue quelle rivendicazioni alle terre e in seguito l’intreccio gelatinoso e viscido tra le forze sopra menzionate servì a soffocare le aspirazioni operaie, studentesche e progressiste emergenti. Aspirazioni all’eguaglianza sociale e alla libertà, contro il potere di pochi e le pretese corporative e reazionarie di poteri oligarchici e retrivi giù giù, fino ai nostri giorni.

Ricordiamo, dunque, quelle vittime, questo 1 maggio 2017, giorno dei lavoratori e dedicato alla sacralità del lavoro, che dovrebbe realmente essere tutelato, come previsto – del resto – dalla nostra Costituzione, ma sempre minacciato da licenziamenti e revisioni inique, con la scusante dello sviluppo economico e di nuove, peraltro incerte, modalità di contratti di lavoro a tempo determinato, di natura incerta e vaga nonché insicure.

Massimo Abbatangelo: vitalizio al camerata che teneva il tritolo

di Riccardo Lenzi

Come è noto il portale web della Camera dei deputati contiene una scheda per ciascuno degli eletti in quel ramo del Parlamento a partire dalla prima legislatura della Repubblica italiana. Tra queste, dopo aver letto una sua intervista rilasciata a un quotidiano nazionale all’indomani del pasticcio sui vitalizi, sono andato a leggere la scheda di Massimo Abbatangelo, napoletano, classe 1942, deputato del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale dal 1979 al 1994.

Nel 1987, nonostante una richiesta di rinvio a giudizio per la strage di Natale sul treno Napoli-Milano, il Rapido 904 sul quale venne collocata una bomba il 23 dicembre 1984, il suo partito decise di ricandidarlo. L’iter giudiziario dell’onorevole Abbatangelo – la cui posizione fu stralciata fin da subito dal processo principale in cui erano imputati, tra gli altri, due boss mafiosi: il siciliano Pippo Calò (poi condannato quale mandante) e il napoletano Giuseppe Misso (Missi all’anagrafe, assolto per l’imputazione più grave) – si concluse nel 1994 con un’assoluzione piena per il reato di strage (“per non aver commesso il fatto”; in primo grado era stato condannato all’ergastolo) e una condanna a 6 anni per detenzione di armi ed esplosivo.

Non proprio un fiore all’occhiello per chi siede in Parlamento. Detto questo, secondo una sentenza definitiva pronunciata in nome del popolo italiano, il manesco Abbatangelo non è tra i responsabili della strage che fece 16 vittime e 267 feriti, nello stesso luogo in cui dieci anni prima “ignoti” neofascisti toscani, supportati dalla loggia P2 (cfr. Atti Commissione d’inchiesta P2), avevano messo una bomba sul treno Italicus.

Morte ai vecchi: un libro ribelle

di Bruno Giorgini

Ho letto con ritardo il libro Morte ai vecchi scritto da Bifo e da Massimiliano Geraci. E ne scrivo per fatto personale avendo recentemente compiuto settantun (71) anni, e pare si sia anziani fino ai settanta, poi si entri nella vecchiezza, almeno così alcuni sociologi. Devo confessare che in prima battuta ho faticato a metterci mani, piedi e testa, poi però me lo sono bevuto, dovendo a volte tornare sui miei passi per ritrovare i fili della matassa. Perchè questo libro è molte cose, una torta a molti strati. In modo più rigoroso potremmo definirlo: un testo che sta sull’orlo tra caos e complessità.

Con formula retorica: un disperato romanzo d’amore e di lotta. Un libro dove l’omicidio dei vecchi è abitudine sociale indotta dai mercanti di droghe, di immaginario, di video game; l’assassinio seriale dei vecchi ovvero degli umani perché la strage si riverbera su tutti. Dice uno dei personaggi “La pulizia è cominciata. A milioni ci uccideranno (..) È iniziata la pulizia etnica planetaria. I non formattati devono scomparire entro un termine prefissato dal codice.

“Non che gli adolescenti assassini siano meno disperati dei vecchi vittime. E qualcuno dei giovanotti finisce anch’egli morto ammazzato. Un libro dove una lingua visionaria si accompagna e intramescola con un linguaggio che direi: scientifico. Qui per il lettore scatta il fascino del gioco a scoprire chi dei due autori ha scritto che cosa, specie in me che li conosco personalmente entrambi. Sarebbe facile dedurre che Bifo è il visionario e Max, redattore di una prestigiosa rivista scientifica, il rigoroso scrivente di teoria dell’informazione, sì c’è anche questa in sottofondo, e altro, le neuroscienze per esempio.

Ustica: sappiamo tutto, ora serve la verità

Anniversario strage di Ustica

di Daria Bonfietti

Ricordiamo il 36° Anniversario della strage di Ustica e continuiamo il cammino verso la verità. Sappiamo già molto di quello che è accaduto nel cielo: sappiamo che «il DC9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, guerra di fatto e non dichiarata», come ci rivela il giudice Rosario Priore già nel 1999.

Sappiamo che vi erano altri aerei intorno al DC9 nel momento dell’incidente, ce lo rivela la Nato. Gli esperti della Nato infatti, lavorando su materiale che i nostri militari si rifiutavano di «leggere» al magistrato, confermano la presenza di aerei americani, francesi, belgi, inglesi e forse libici quella sera nel mar Tirreno.

Sappiamo che con due sentenze della Cassazione sono stati condannati in via definitiva il ministero dei Trasporti, per non avere garantito la sicurezza dei voli, e il ministero della Difesa, per avere con ogni mezzo, distruzione di prove, depistaggi vari, allontanato il raggiungimento della verità. Dal 2008 sono state riaperte le indagini dalla procura di Roma, dopo le dichiarazioni del presidente Francesco Cossiga, che indica i francesi quali autori, per errore, dell’abbattimento del DC9 Itavia.

Nuove rogatorie, gli interrogatori condotti dai magistrati italiani al personale di Solenzara, la base francese in Corsica, permettono di confermare l’attività di quella base aerea per gran parte della notte del 27 giugno ’80, smentendo perciò definitivamente la versione ufficiale francese della chiusura di quella base alle 17.

Strage di Orlando, altro che Islam: è l’omofobia a renderci complici

La strage di Orlando

La strage di Orlando

di Tiziana Ciavardini

Chissà per quale strano motivo i 50 morti di Orlando non hanno suscitato la rabbia degli altri attacchi terroristici. Chissà perché nemmeno agli Europei se li sono filati, non dedicando nemmeno la metà di un minuto di silenzio alle vittime. Fossero stati altri morti, tutte le tv oggi avrebbero acceso i riflettori sulla strage e invece si parla di altro. Fosse stato qualcuno di importante, avremmo visto in mondo visione anche qualche lacrimuccia in grado di commuoverci. E invece niente, oggi si parla di Brexit, delle elezioni politiche, anche le botticelle romane hanno avuto più risonanza di 50 vite perse.

Alla tragedia di Orlando abbiamo avuto subito tutti la risposta pronta: è stato l’Islam. Il killer era musulmano, forse affiliato all’Isis, ma forse no, tanto che anche le confuse dichiarazioni dell’Fbi ci lasciano perplessi. Ma nelle nostra Italia, così dedita alle facili conclusioni, dire che è stato l’Islam è una sorta di alleggerimento della coscienza. Non ci siamo soffermati a sufficienza sul problema delle armi facili da acquistare in America, la nostra attenzione si è concentrata sul fatto che Omar Mateen fosse un musulmano.

A noi italiani piace vedere il mostro ‘l’Islam’ e non passa giorno che accada qualcosa per convincercene di più. Ci siamo soffermati su ‘chi ha ucciso’ invece che sul ‘chi è stato ucciso’. A due giorni dalla strage abbiamo scoperto un’Italia omofoba come non ci aspettavamo.