Strage di Bologna

La strage di Bologna e il Paese allo specchio

di Sergio Caserta

Sono trascorsi trentotto anni dalla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e ancora non c’è una verità storico-politica ufficiale, nonostante il processo a Gilberto Cavallini e l’indagine della procura generale sui mandanti, oltre quella processuale che condannò Mambro, Fioravanti e Ciavardini quali esecutori materiali dell’attentato, che possa aiutare a fare piena luce sui mandanti dell’efferato attentato, costato la vita a ottantacinque persone.

Bologna si prepara a ripercorrere nella ricorrenza il corteo da piazza Maggiore a quella delle Medaglie d’oro, davanti la stazione centrale; ci saranno come sempre con i parenti delle vittime, raccolti nell’associazione e insieme alle autorità, tanti cittadini a richiedere ancora come il primo anno verità fino in fondo.

La strategia della tensione che provocò, prima e dopo il due agosto, stragi e lutti nel nostro paese ha sempre rappresentato con le verità comunque emerse tra le cortine fumogene dei depistaggi, un disegno di ampio raggio per condizionare il corso politico d’Italia, colpevole di avere una sinistra troppo forte, a causa di quel partito comunista anomalo che raccoglieva eccessivi consensi e si temeva che potesse andare al governo. Furono anni di stragi di innocenti, omicidi di magistrati, docenti universitari e giornalisti.
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Strage di Bologna, ancora speranze o fatti?

Strage di Bologna
Strage di Bologna
di Silvia R. Lolli

Trentacinque anni sono passati da quel sabato in cui anche nella prima periferia della città si trasmisero subito vari sentimenti: annichilimento, stupore, dolore, partecipazione, aiuto. Tutto ciò diventò negli anni e per molti indignazione, rabbia, soprattutto per l’incapacità e la non volontà dello Stato italiano a far luce sulla vicenda; il dolore profondo che oltre ai familiari delle vittime, molti bolognesi e italiani provarono allora non è ancora sparito per chi partecipò allora al lutto privato e nazionale.

Con il passare degli anni questi sentimenti hanno portato tanti a mantenere il ricordo sia in forma pubblica sia privata, spesso silenziosa. Si sono avuti ricordi pubblici con manifestazioni di contestazione, fischi durante gli interventi di uomini delle istituzioni discussi per la loro moralità democratica e poco all’altezza dell’evento.

I discorsi di quest’anno non hanno avuto questo seguito, qualcosa si sta muovendo per giungere alla condanna dei mandanti? Lo speriamo, fiduciosi che non si tratti di una piazza ormai rassegnata al nuovo corso politico giovanile. Speriamo invece che quest’anno la rabbia si sia placata, come successe due anni fa, perché il rappresentante delle istituzioni è una persona stimabile che ha praticato la responsabilità civile nel suo percorso professionale e istituzionale, prima magistrato ora presidente del Senato. Quel Senato che però si sta facendo di tutto per eliminare, attaccandone l’identità costituzionale ricevuta dai padri della nostra Repubblica, dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto dopo il fascismo.
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Alleva sulle stragi, da Ustica a tutte le altre: “I familiari sono sempre dimenticati”

Anniversario strage di Ustica
Anniversario strage di Ustica
Nel giorno del 35° anniversario della strage di Ustica (27 giugno 1980, 81 morti), pubblichiamo questo intervento di Piergiovanni Alleva (consigliere regionale de L’Altra Emilia Romagna) sul fallimento della desecretazione degli atti sulle stragi in Italia voluto dal governo di Matteo Renzi e finito in grande nulla

Fonte Dire da Facebook

Anche l’Altra Emilia-Romagna è pronta a fischiare il governo in piazza a Bologna, il prossimo 2 agosto, alla cerimonia in ricordo delle vittime della strage alla stazione nel 1980. Lo annuncia il consigliere regionale della ex lista Tsipras, Piergiovanni Alleva, parlando con la ‘Dire’ a margine dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna.

Nei giorni scorsi il presidente dell’associazione delle vittime, il deputato Pd Paolo Bolognesi, si è detto pronto a “trattare a pesci in faccia” il governo per le promesse non mantenute nei confronti dei familiari delle vittime, a partire dagli indennizzi. “Che vuole che le dica? Gli do perfettamente ragione – commenta Alleva – la storia delle stragi in Italia è sempre la stessa: alla fine le indagini finiscono in niente e ai familiari non resta nulla. E non è la prima volta che accade”.

Del resto, ragiona Alleva, “è logico. Se non c’è un esito soddisfacente dal punto di vista giudiziario, anche il risarcimento diventa una pratica di poca pregnanza”. La strage alla stazione di Bologna non fa eccezione. Anche sul 2 agosto, sottolinea il consigliere regionale, “i misteri della Repubblica restano fitti”. Anche per questo, l’Altra Emilia-Romagna con ogni probabilità sarà in piazza Medaglie d’oro, davanti alla stazione, pronta a fischiare il governo.
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Strage 2 agosto: meno depistaggi, più giustizia

di Riccardo Lenzi, presidente dell’Associazione Piantiamolamemoria

La procura di Bologna, titolare delle indagini sulla strage alla stazione, ha finalmente archiviato l’infondata “pista palestinese”, pervicacemente sostenuta in tutti questi anni da vari depistatori, di professione e occasionali. In attesa che, dopo quasi 35 anni, anche i mandanti vengano individuati e puniti (meglio tardi che mai, come per i nazisti novantenni o gli aguzzini dei regimi sudamericani), quale migliore occasione per riepilogare ciò che è stato accertato dalla magistratura in sentenze spesso citate, ma quasi mai lette.

Novembre 1995: la Corte Suprema di Cassazione a Sezioni Unite Penali conferma definitivamente la condanna all’ergastolo Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Se la cava il neofascista Sergio Picciafuoco: assolto dalla magistratura fiorentina per non aver commesso il fatto. Per aver depistato le indagini, vengono invece condannati il capo della loggia massonica P2 Licio Gelli (10 anni), il “faccendiere” massone Francesco Pazienza (8 anni), il generale piduista del SISMI Pietro Musumeci (8 anni e 5 mesi) e il colonnello del SISMI Giuseppe Belmonte (7 anni e 11 mesi). Non sarà possibile giudicare il capo del SISMI: il generale Giuseppe Santovito, anch’egli iscritto alla P2, morì nel 1984.
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P2: le contestate luminarie di Luca Vitone

Bologna e la P2, una storia sbagliata

di Riccardo Lenzi

Nel 1980 Fabrizio De André cantava così la deriva italiana: “È una storia vestita di nero, è una storia da basso impero, è una storia mica male insabbiata, è una storia sbagliata”. In seguito al fallimento artistico dell’installazione massonico-natalizia apparsa a dicembre nei pressi della stazione di Bologna, l’autore Luca Vitone è intervenuto pubblicamente, rispondendo così alle critiche di molti cittadini e della Curia bolognese: “Ma quale ambiguità, volevo solo stimolare una maggiore consapevolezza sulle responsabilità della P2 nella strage di Bologna. Per capire bisogna discutere e studiare”.

Ecco, proviamo a seguire il suo consiglio e ripercorriamo brevemente la storia degli incroci tra il capoluogo emiliano, la loggia di Gelli e le altre logge bolognesi scoperte negli anni 80. Ovvero le responabilità della P2 nello stragismo e nella progressiva attuazione del suo programma politico: quel “Piano di rinascita democratica” scritto a sei mani dal toscano Licio Gelli, dal romano Umberto Ortolani e dal palermitano Francesco Cosentino (segretario generale di Montecitorio fino al ’76, fu immortalato nella foto in cui il presidente De Nicola firma la Costituzione). Non aspettiamo, dunque, il prossimo 2 agosto per ricordare che il capo della loggia P2, il suo sodale Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte – allora entrambi ai vertici dei servizi segreti militari – sono stati condannati per aver depistato le indagini sulla strage alla stazione.

E già che ci siamo ricordiamoci anche che la commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi dimostrò che la P2 è “gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale”. Un’altra vicenda connessa, che molti non sanno o non ricordano, è quella scaturita dalla scoperta dei nomi degli affiliati bolognesi alla P2.
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Strage Bologna – La falsa pista tedesco-palestinese: documentazione, inedita in Italia, su Kram e le Cellule rivoluzionarie

di Guido Ambrosino

Berlino – Devo al lettore una premessa personale. Ho seguito sin dagli anni ’70 le vicende tedesche, prima occasionalmente, poi per professione, dal 1985 al 2012 come corrispondente dalla Germania del quotidiano “il manifesto”. Proprio per questo lunga frequentazione con le tedescherie, scoppiai in una gran risata quando venni a sapere che i segugi centrodestri della commissione Mitrokhin (la commissione d’inchiesta berlusconiana che ribollì rimasugli di guerra fredda, sulla scorta di materiali forniti da un ex agente del Kgb, con annessi provenienti da altri servizi dell’est) proponevano proprio una pista tedesca, o meglio tedesco-palestinese, per la strage del 1980 alla stazione di Bologna. In quel costrutto interamente traballante il versante tedesco era il più farlocco.

Punto di partenza dei mitrokhisti l’accertata presenza del tedesco Thomas Kram a Bologna il 1. e il 2 agosto 1980. Poco importava che Kram fosse stato controllato e perquisito al suo ingresso in Italia (su segnalazione della polizia tedesca), e che viaggiasse con documenti autentici: circostanze poco propizie a un suo impiego come corriere di bombe. Di più sembrava pesare che Thomas Kram:

  • militasse nelle Cellule rivoluzionarie (Revolutionäre Zellen, in sigla Rz), un’organizzazione “terroristica” secondo il codice penale tedesco, anche se nel 1980 praticava solo una “guerriglia diffusa” fatta di sabotaggi dimostrativi, senza voler uccidere nessuno.
  • avesse mantenuto contatti, per due-tre anni a cavallo del 1980, con Johannes Weinrich, militante delle Rz passato al gruppo Carlos.
  • avesse incontrato tre-quattro volte lo stesso Carlos, che di tanto in tanto accompagnava Weinrich negli appuntamenti a Berlino est o a Budapest.

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Strage di Bologna: tra “misteri” frutto di ignoranza e spiegazioni che si preferisce non vedere

Strage di Bolognadi Tommaso Fabbri

Sul piano della conoscenza storica, i “misteri” sono epifenomeni dell’ignoranza. Tutto ha invece una spiegazione possibile. Anche il soggiorno che il palestinese Saleh, allora militante del FPLP di George Habash, fece a Roma fra il novembre e il dicembre 1981 mentre si trovava nella condizione degli arresti domiciliari a Bologna.

Facciamo un passo indietro nel tempo e poi, senza cadere nelle trappole della dietrologia, cerchiamo di ragionare col cervello. Il generale Spiazzi, personaggio del Sisde parecchio attivo soprattutto al tempo della strage di Bologna, nella prima metà del giugno 1981 aveva iniziato a indagare sulla sparizione dei giornalisti Toni e De Palo avvenuta a Beirut il 2 settembre 1980:

«Il mio punto di riferimento nel Sisde – il nome in codice era Francesco Barone – mi disse: “Dovremmo stabilire un contatto con i libanesi, Lei avrebbe qualche possibilità?”.lo conoscevo un certo Camille Tawil, rappresentante dei cristiano-maroniti in Italia. Era venuto ad alcune riunioni del nostro Fronte popolare di riscossa monarchica, di cui ero vicepresidente. Ho telefonato a Tawil, residente a Milano, per organizzare un incontro tra lui e i nostri servizi. Ma poi sparì perché venne messo in galera, forse in seguito alla mia telefonata, non lo so. E vi rimase per un mese».
(Pag. 171 di Fratelli d’Italia, di Ferruccio Pinotti, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli).

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Lotta Continua - Agosto 1980

La vera storia di Mauro Di Vittorio, vittima della strage di Bologna e dell’«ultimo depistaggio»

di Giaime Garzia

Aveva 24 anni e la sua vita finì alle 10.25 del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, insieme a quella di altre 84 persone. Si chiamava Mauro Di Vittorio e da alcuni mesi a questa parte il suo nome è stato ripescato perché, ha sostenuto il parlamentare di Fli Enzo Raisi, avrebbe potuto essere stato involontariamente coinvolto nel trasporto dell’esplosivo deflagrato alla stazione di Bologna. Perché? Secondo il politico finiano, perché da presunto militante dell’Autonomia di Roma sud avrebbe collaborato con il Fplp e con Carlos alla preparazione di un attentato. Oggi il Manifesto in edicola invece ristabilisce il reale andamento dei fatti con un articolo di Paolo Persichetti intitolato L’ultimo depistaggio (qui l’anticipazione sul sito del giornale). Scrive Persichetti:

Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città.

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Strage di Bologna

L’uomo che depistò le indagini sulla strage di Bologna: il nuovo arresto, l’estradizione e un passato all’ombra della P2

di Giaime Garzia

È stato estradato a tempo di record. Elio Ciolini, nato 66 anni fa a Firenze e divenuto celebre per aver depistato le indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, era stato arrestato all’inizio di settembre in Romania. Oltre ai documenti falsi presentati all’aeroporto di Otopeni, era ricercato perché contro di lui era stata emessa a inizio 2011 un’ordinanza di custodia cautelare per manipolazione del mercato dopo che di recente era finito nei guai anche per una storia di titoli di Stato americani falsi.

In Italia Ciolini è arrivato la settimana scorsa su un aereo della linea di bandiera romena Tarom partito da Bucarest e atterrato a Fiumicino. Al Leonardo Da Vinci è stato preso in consegna dagli agenti italiani, che lo hanno fotosegnalato e gli hanno notificato l’arresto. Dopodiché, mentre raggiungeva un furgone della polizia penitenziaria che lo ha trasferito nel carcere di Regina Coeli, ha tentato di nascondere il viso con un foglio di carta dietro il quale si è riparato da giornalisti e operatori che lo attendevano.
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