Rodotà, il maestro del diritto che ci ha indicato la via

di Gaetano Azzariti

Stefano Rodotà era un maestro del diritto ma soprattutto un maestro di vita, non solo un raffinato intellettuale anche il protagonista di trent’anni di battaglie civili. Egli era convinto che la scienza giuridica non si potesse ridurre ad un puro specialismo. Il “diritto” era da lui considerato un mezzo per garantire i “diritti” concreti delle persone (il diritto di avere diritti, recita il titolo di uno dei suoi libri). Questo l’ha indotto a ingaggiare una battaglia contro il formalismo vuoto di molti giuristi di ieri e di oggi, ad impegnarsi per la realizzazione di una effettività dei diritti.

È l’impegno civile che deve sorreggere la vocazione del giurista, che deve indirizzare le sue riflessioni. Tra i compiti dello studioso c’è quello di guardare oltre l’astrattezza delle norme per riconoscere la materialità degli interessi sottostanti, non ci si può trincerare solo dietro il “baluardo” della forma, bisogna considerare anzitutto la persona in carne ed ossa, i suoi bisogni. Oltre il diritto c’è la vita, ha scritto Stefano Rodotà.

Una buona dose di “moralismo” – di cui egli ha fatto l’elogio – ha contrassegnato il suo modo di operare e l’ha indotto a concepire il suo ruolo come protagonista attivo dell’eterna lotta del diritto per dare dignità alle persone concrete, per migliorare le istituzioni democratiche. Un giurista della società civile che ha promosso il cambiamento sempre nel senso dell’estensione dei diritti al fine di “assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (com’è scritto all’articolo 36 della nostra costituzione, una formulazione particolarmente amata da Rodotà).
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Internet secondo il censo: è solo l’inizio

di Vincenzo Vita

La potente e trumpianissima Federal Communications Commission (Fcc), vale a dire l’autorità mediale degli Stati uniti, ha deciso a maggioranza di eliminare il vincolo della Net neutralità, deciso nel 2015. Attenzione, non è affare per pochi specialisti. La “neutralità della rete”, infatti, è l’architrave dell’assetto democratico e non classista dell’infosfera. Si tratta, per dirla in breve, del principio giuridico in base al quale non possono essere determinate restrizioni ad accesso e connessione alle reti.

Ciò riguarda i dispositivi tecnici come la stessa libera fruizione degli utenti. È un punto cruciale, fortemente voluto dall’amministrazione di Obama e oggetto di discussione anche in Europa. Pure in Italia, ma con scarso successo, essendo da due legislature che si trascina senza esito il tema, pur con buone proposte (nell’attuale quinquennio a prima firma Quintarelli).

Lo stop incandescente (con la riunione persino sospesa ed aggiornata, per le evidenti tensioni) voluto dall’organismo americano suona, così, da fischio d’inizio della lotta finale tra vecchi e nuovi media. Il potere antico delle aziende delle reti fisiche di telecomunicazione (le telco, che fecero affari colossali con il telefono), oggi assediato dalla capillarità veloce dei vari Google Facebook Twitter e – in generale – degli aggregatori dei dati, reagisce. Meglio tornare alla comoda divisione di censo.
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Stefano Rodotà: tutti a fingere di non ricordare quando stringeva lo striscione della Fiom

di Loris Campetti

Della terna regalataci dalla Rivoluzione francese il nostro tempo salva ben poco. Certamente la libertà, ma solo quella intesa come il diritto delle merci e dei capitali di viaggiare liberamente; quanto agli umani, meglio che se ne restino a casa loro. Della fraternità resta ben poco, solo un accenno nella versione caritatevole, con il ricco buono che aiuta il povero, ma a condizione che anche lui sia buono.

Via la solidarietà di classe perché il conflitto non deve più essere tra il basso e l’alto, bensì tra coloro che soffrono giù in basso. Te la do io, allora, la fraternità. E che vogliamo dire dell’uguaglianza? Meglio tacere, al massimo possiamo prendercela con i politici che sono tutti uguali in quanto tutti ladri (salvo i politici che ci attizzano contro i politici che son tutti ladri). È normale, invece, che Marchionne guadagni 500 volte più di un operaio della Fiat. L’uguaglianza è stata sepolta dalla competizione che dev’essere praticata con cattiveria (guai al buonismo, o alla bontà che dir si voglia) al piano terra.

Siccome questo insegna il nostro tempo, è logico che di un personaggio straordinario come Stefano Rodotà si ricordi soltanto ciò che non è troppo incoerente con tale scenario. Rodotà? Un collaboratore prestigioso di Repubblica. L’uomo dei diritti civili, il garante della privacy. Al massimo, il tutore della Carta costituzionale, ma questo aspetto del suo impegno un po’ infastidisce il più grande giornale italiano: anche i migliori, a volte, sbagliano.
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Stefano Rodotà: l’uomo della crescita civile della democrazia e dei diritti

di Sergio Caserta

Stefano Rodotà ci ha lasciati, da tempo malato aveva combattuto l’ultima vittoriosa battaglia per la Costituzione lo scorso 4 dicembre, quando una valanga di No, ricacciò indietro il progetto renziano (e dei poteri forti) di sovvertimento dell’equilibrio tra i poteri dello Stato per instaurare il regime di un partito ed un uomo solo al comando.

Aveva purtroppo perso la penultima, quando c’illudemmo che uno scatto d’orgoglio repubblicano e l’entusiasmo popolare lo potessero condurre alla più alta carica dello Stato, di cui resta per milioni d’italiani il candidato ideale. La foto del 1976 che lo ritrae ad un comizio del Pci con alle spalle Enrico Berlinguer (ma di fianco Giorgio Napolitano) richiama alla memoria il periodo forse più alto della vicenda politica italiana dal dopoguerra: gli anni della crescita civile impetuosa della democrazia e dei diritti nel nostro arretrato Paese.

Rodotà era esponente di primo piano del movimento dei cosiddetti indipendenti di sinistra, personalità insigni del mondo della cultura, delle scienze, della ricerca che s’impegnarono, oggi si direbbe cacofonicamente “scesero” in politica, al fianco del Pci, per sostenere i programmi, quelli si, di riforme che il piu’ grande partito della sinistra all’opposizione propugnava in Parlamento e nel Paese.
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“Ed ora cancellare le leggi neoliberiste di Renzi”: intervista a Stefano Rodotà

Stefano Rodotà - Foto di Alessio Jacona
Stefano Rodotà – Foto di Alessio Jacona

di Silvia Truzzi

Venerdì, Stefano Rodotà si è alzato per intervenire alla festa del No organizzata dal Fatto a chiusura della campagna elettorale: è stato accolto da un interminabile applauso del pubblico che lo ha acclamato “Presidente”. Archiviato il risultato, gli abbiamo chiesto una lettura del voto, non solo per la nettissima prevalenza del No ma anche per l’alta affluenza.

Professore, il risultato è stato solo una sconfitta politica di Renzi o anche una risposta al minaccioso sottotesto, “o me o la Costituzione”?

“Che questa sia una sconfitta di Renzi è del tutto evidente: lo confermano le parole del presidente del Consiglio di domenica notte. La mia impressione è che l’oggetto del conflitto, alla fine, fosse impadronirsi della Costituzione sottraendola alla possibilità di continuare a essere luogo di principi e di confronto. E facendola diventare uno dei tanti strumenti di un’azione politica tutta rivolta alla chiusura. La Costituzione invece è diventata la strada per uscire da questa impasse: il che dimostra una diffusa consapevolezza culturale. Si sono confrontate diverse visioni: una certa cultura costituzionale contro una visione dei rapporti politici e istituzionali che alla Carta negava di essere ciò che invece è. Ovvero il patto che lega i cittadini e li rende una comunità.”

L’affluenza non ha permesso tentennamenti, anche per il risultato nettissimo.

“Perché ai cittadini interessava e molto! Il modo di presentare il Sì e il No è stato indicativo. Il no non è stato soltanto un rifiuto, ma anche un’indicazione di recupero della cultura costituzionale di cui parlavo poco fa.”
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Stefano Rodotà: “Una falsa democrazia anticipa il nuovo regime”

Stefano Rodotà
Stefano Rodotà
di Andrea Fabozzi

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza». L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna. «In entrambi i casi il bipolarismo va in crisi. Ma in Francia il fenomeno assume tinte regressive. Lì il Front National coltivava da tempo il disegno di sostituirsi ai due grandi partiti in crisi, ed è stato facilitato dalla rincorsa a destra di Sarkozy e Hollande, che hanno finito per legittimare Le Pen. In Spagna Podemos ha interpretato un movimento reale, quello degli Indignados, e ha predisposto uno strumento di tipo partitico per raccogliere il fenomeno. Il risultato pare essere un’uscita in avanti dal bipolarismo».

Renzi benedice la nuova legge elettorale italiana e sostiene che da noi non potrà succedere. Non coglie il senso di quello che sta succedendo e con la sua risposta non fa che aumentare la distanza tra il partito e la società. Sostanzialmente dice: «A me della rappresentanza non importa nulla, a me interessa la stabilità». Ma con un governo che rappresenta appena un terzo degli elettori ci sono enormi problemi di legittimazione, di coesione sociale e al limite anche di tenuta democratica.

In Spagna e Francia si è votato con sistemi elettorali non proporzionali. Di più, lo «spagnolo» è stato a lungo un modello per i tifosi del maggioritario spinto. I risultati dimostrano però che l’ingegneria elettorale da sola non basta a salvare il bipolarismo. Può fallire anche l’Italicum?
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

“Ilva connection”: un libro per un’inchiesta su capitalismo predatorio e dignità del lavoro

“Ilva connection”, Manni Editori, è il titolo del libro reportage che racconta il sistema di potere costruito da Riva, diventato padrone della siderurgia italiana grazie alla magnanimità dello Stato. Il modello Riva, un impasto di autoritarismo, paternalismo e corruzione, si è avvalso della complicità di tanta parte della politica, anche di centrosinistra, delle istituzioni, della Curia di Taranto, dell’informazione e degli stessi sindacati, dalla cui azione subalterna alla proprietà e ostile alla magistratura si è dissociata la Fiom.

I protagonisti del racconto sono gli operai, i magistrati, gli ambientalisti, gli scenziati e i tecnici, i sindacalisti, i pastori e i coltivatori di cozze del Mar Piccolo, le vittime e i partenti delle vittime di un’associazione per delinquere che ha trasformato la città dei due mari in uno degli insediamenti civili e industriali più avvelenati d’Italia. Incalzato dalla cronaca, ho provato a spiegare quel che finalmente, dopo le ultime mosse della magistratura e i maxi-sequestri dei capitali sfilati dall’Ilva da Emilio Riva ed esportati in accoglienti paradisi fiscali, non fa più scandalo: l’unico modo per salvare il lavoro di decine di migliaia di dipendenti, la salute dei tarantini e la siderurgia italiana è liberarsi dal bubbone Riva, utilizzando i capitali accumulati sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini per bonificare il territorio intossicato da diossine, fumi e ogni tipo di inquinanti e per ristrutturare lo stabilimento tarantino, nel pieno rispetto dei diritti sociali e ambientali. Anticipiamo da “Ilva connection” un dialogo con il Stefano Rodotà.

di Loris Campetti

Stefano Rodotà, giurista e politico di vaglia, non ha bisogno di presentazioni. Una delle sue principali fonti, attraverso cui il professore interpreta e commenta i fenomeni e i processi sociali, è la vecchia, cara Costituzione, “un capitale culturale inutilizzato”. Invece di passare il tempo a mitigarne, o peggio snaturarne, le caratteristiche rivoluzionarie bisognerebbe impegnarsi ad applicarla, facendola finalmente diventare patrimonio collettivo. Pur nel vortice mediatico dei giorni successivi alla sua candidatura a presidente della Repubblica, a cui il Partito democratico non ha voluto dare il suo sostegno preferendo la strada dell’abbraccio con Berlusconi, Rodotà è disponibile a esprimere il suo punto di vista sul conflitto che contrappone insensatamente due diritti fondamentali, al lavoro e alla salute. Ed è un punto di vista netto, di sinistra e, soprattutto, fedele alla Carta costituzionale.
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Scuola pubblica, salute e lavoro, tre ragioni di lotta unitaria: 18 e 26 maggio, due date fondamentali

di Sergio Caserta

La maestra di scuola materna comunale Emy Pacilli, con la spontaneità e la timidezza che può provare una neofita a parlare sul palco di una sala strapiena, descrive la sua difficoltà a comprendere gli stravolgimenti che stanno avvenendo nella scuola pubblica bolognese, il senso d’imbarazzo e insicurezza del suo lavoro, che considera a rischio nel processo di mutazione contrattuale innescato della scelta del Comune di trasferire tutta la gestione del proprio personale alla ASP (ovviamente per risparmiare sul costo del lavoro).

Emy lavora con orgoglio da tredici anni nella scuola comunale, pur se con un contratto a termine rinnovato a ogni scadenza, e proprio non riesce a comprendere perché sia indispensabile da parte del Comune rinunciare alla gestione di un servizio così importante per la comunità, onore e vanto della Bologna d’avanguardia in tutt’Italia.

Il teatro Testoni è gremito, 450 posti a sedere ma ci sono almeno il doppio delle persone, viene letto in apertura il messaggio di Stefano Rodotà che, pur non potendo partecipare all’incontro per sopravvenuti impedimenti, conferma tutto il suo convinto sostegno al referendum del 26 maggio. All’inizio viene proiettato uno spezzone della “Febbre del fare”, il bellissimo film di Mellara e Rossi che rievoca con grande pathos la Bologna di Dozza e Fanti: in quegli anni furono gettate le basi della città “civile e produttiva” che, tra le tante realizzazioni, in primo luogo si distinse proprio per la dotazione di scuole materne a servizio della famiglie di lavoratrici e lavoratori, col risultato che a Bologna ed in Emilia il tasso d’occupazione femminile fu da allora e per lungo tempo il più alto d’Italia.
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Pd - Foto di Francesca Minonne

Post-comunisti e (non) post-democristiani del Pd: tutto da prendere e niente da dare

di Loris Campetti

Chissà che idea hanno delle sfogline bolognesi o dei robusti responsabili del servizio d’ordine torinese, i dirigenti post-comunisti che insieme ai (non)post democristiani hanno dato origine al partito che non c’è. Devono pensare che sono nient’altro che utili idioti, quei compagni e quelle compagne, che da oltre settant’anni, generazione dopo generazione, nome dopo nome (Pci, Pds, Ds, Pd) offrono gratuitamente e con passione identitaria i loro servigi al partito per rendere possibili le feste, o per difendere i loro dirigenti e i cortei.

Gente a cui puoi chiedere tutto senza dare nulla, puoi chiedere loro di votare per il Partito democratico per mandare a casa Berlusconi una volta per tutte e poi fare, anzi rifare, il governo insieme a Berlusconi. Avevi garantito a sfogline e servizi d’ordine che non sarebbero morti democristiani, e poi consegni alla migliore e soprattutto alla peggiore Dc le speranze di milioni di persone perché ne facciano carne di porco. Ai giovani preferisci le famiglie, così come già da tempo alla scuola pubblica preferisci quella privata, e pensi che in fondo il nucleare…

L’esito della crisi politica esplosa dopo un voto che chiedeva cambiamento e ha ottenuto restaurazione ci interroga tutti (“chiedete giustizia e sarete giustiziati”, scriveva magistralmente Stefano Benni un secolo fa). Interroga la sinistra delle ammucchiate che non ha convinto neanche la pletora di partitini che l’ha promossa, la sinistra entrista che avrebbe voluto trasformare il brutto anatroccolo in cigno ed è rimasta impantanata nello stagno, la sinistra che ha smesso di votare, chi è in movimento e chi si è fermato, chi sogna la democrazia in rete e chi la democrazia in carne e ossa.
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Stefano Rodotà - Foto di Alessio Jacona

Giustizia: le carceri e Stefano Rodotà, il candidato ideale alla presidenza della Repubblica

di Sandro Padula

Tranne nel caso di un piccolo miracolo, è improbabile che il prossimo presidente della Repubblica sia una persona esterna alla classe politica degli ultimi decenni. Figure come il responsabile di Emergency Gino Strada e il premio Nobel per la letteratura Dario Fo sono conosciute sul piano internazionale e benvolute da milioni di cittadini italiani, ma difficilmente rientrerebbero nella cerchia delle candidature accettabili per il Pd e il Pdl, due partiti che sembrano voler scegliere insieme un candidato per il Quirinale.

Nella situazione di stallo emersa dopo le elezioni politiche di febbraio, sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica sembra fuori dai giochi solo il Movimento 5 Stelle. D’altra parte, un buon Presidente della Repubblica dovrebbe essere ben visto da ogni grande forza politica e da ogni aggregazione sociale. Il dibattito sulla scelta da fare merita di essere diffuso, partecipato, davvero democratico, capace quindi di coinvolgere l’intera società, compresa quella dei cittadini reclusi che non hanno mai avuto accesso a Internet e non possono neppure partecipare ai sondaggi online nella “rete delle reti”.

In questo senso, pensando a un candidato accettabile dalla classe politica e dalla società, c’è solo un nome che si erge come un punto di riferimento rispettato da tutti: quello di Stefano Rodotà. Ex parlamentare, giurista, professore universitario, studioso dei beni comuni, difensore dei valori fondamentali della Costituzione, autore di proposte giuridiche per la difesa e lo sviluppo del diritto di accesso a Internet per tutti, firmatario di un recente appello per l’abolizione dell’ergastolo, rispettoso delle diversità culturali e dei diritti civili, tenace critico verso ogni forma di tortura, favorevole a regole severe sulla moralità pubblica e sostenitore del reddito di cittadinanza, Rodotà esprime oggi quella saggezza e quei saperi indispensabili per assumere la più alta carica dello Stato in modo utile a livello socio-politico e senza mai cadere nell’arbitrio del presidenzialismo e nelle trappole ricattatorie dei governi di altri paesi.
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