Stefano Cucchi: storia di una normale famiglia italiana

di Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi

La storia della famiglia Cucchi è quella di una normale famiglia italiana. Giovanni, geometra, ha lavorato fino alla pensione. Rita, maestra, anche lei in pensione. Ilaria è amministratrice di condomini. Stefano, fratello più piccolo, pure lui geometra, è morto da nove anni. Una famiglia piccolo borghese cattolica e di sani principi. Si sono misurati tutti uniti con le difficoltà di Stefano dovute alla sua fragilità di carattere. Intelligente, spesso brillante, sempre allegro e canzonatorio. Ma doveva fare i conti con il suo aspetto di ragazzino piccolo di statura e minuto, tanto da farlo sembrare quasi un bambino. Non poteva accettare di essere visto così dal momento che lui, dentro, si sentiva, ed era, un gigante.

La droga era stata presto la facile via di fuga da una quotidianità che mal tollerava. Mentre papà, mamma e la sorella Ilaria vivevano una vita “perfettamente normale”, lui in quella vita proprio non riusciva a riconoscercisi, sempre alla ricerca di essere diverso e più grande di come si sentiva, afflitto da un insopportabile complesso di inferiorità che era la sua camicia di forza.

È stato così che la tranquillità di una normale famiglia italiana venne sconvolta dalla tossicodipendenza di Stefano. A momenti di serenità e tranquillità famigliare succedettero ciclicamente periodi difficili e bui dove la droga metteva di fronte a loro un altro Stefano che cadeva e, con il loro aiuto mai mancato, si rialzava per poi cadere di nuovo. Ma la famiglia Cucchi una certezza ce l’aveva e non l’avrebbe mai perduta: il rispetto per la legge e la fiducia nello Stato. Al di sopra di tutti la fede in Dio.
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Stefano Cucchi: nove anni per avere giustizia sono troppi

di Marcello Adriano Mazzola

Il caso Cucchi ci deve fare riflettere anche sui tempi irragionevoli della giustizia. A prescindere dalle responsabilità o meno anche di qualche magistrato. Perché sono trascorsi almeno 9 anni e passerà ancora del tempo prima di accertare con una sentenza (e forse anche definitiva) la responsabilità dei rei. Dei quali già oggi si sanno i nomi.

Ora è certamente il tempo del tributo a una grande e ostinata donna come Ilaria Cucchi, che contro ogni resistenza, ogni indicibile ostacolo, ogni spregevole omertà in divisa, ha insistito, ha sofferto. Ha destinato una parte importante della sua vita verso il traguardo della giustizia, della verità, della dignità di suo fratello.

Ora è certamente il tempo di riflettere sulla responsabilità di uno Stato incapace di individuare subito e in modo chiaro gravi responsabilità al proprio interno (di casi Cucchi ne abbiamo centinaia, alcuni noti come quello Uva e altri rimasti ignoti e di cui non si saprà nulla e in svariati campi; basti solo accennare al caso della contaminazione da pallottole all’uranio impoverito che ha coinvolto moltissimi soldati).

Ora è certamente il tempo della coscienza collettiva, di metabolizzare il fatto nella sua enorme gravità, di guardarsi dentro (quanti hanno taciuto o continuano a tacere, anche se non in divisa, dinanzi a fatti gravi, così rendendosi complici di episodi orribili o spregevoli?, quanti si voltano dall’altra parte perché è un problema che non li riguarda?) e di cogliere l’occasione per mutare con i fatti questa società.
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Perché il film su Stefano Cucchi è un piccolo capolavoro

di Giacomo Russo Spena

Sono 100 minuti di angoscia. Sulla mia pelle genera rabbia, dolore, frustrazione. Il film di Alessio Cremonini, presentato a Venezia e dal 12 settembre al cinema e su Netflix, narra senza sensazionalismo né voyeurismo – emblematica la scelta di non mostrare le immagini del pestaggio letale – una realtà cruda. E lo fa, con minuzia di particolari, riproducendo la vicenda tramite le testimonianze e gli atti giudiziari (oltre 10mila pagine di verbale). Una fedele ricostruzione, oggettivamente documentabile, in cui istantanea dopo istantanea si rivive con veridicità dei fatti l’ultima settimana di Cucchi, dal momento dell’arresto alla sua morte.

Alcune scene sono strazianti: lo spettatore è assalito da un groppo in gola tanto da sognare un’utopica fine, una fine diversa da quel che si conosce, una vana speranza che Cucchi si salvi e resti in vita. Perché tanto accanimento su quel corpo? E possibile che sia avvenuto nella “civile” Italia? Ebbene sì. La storia di Stefano Cucchi è terribile ma italianissima. Non certo un episodio isolato se guardiamo le cronache degli ultimi anni e la lunga lista di vittime per abusi delle forze dell’ordine: Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, per citare i casi più noti.

Evitando buonismi, Sulla mia pelle non fa sconti a nessuno. Neanche a Stefanino né alla sorella Ilaria né ai genitori e neppure ad uno Stato che sta facendo carte false per autoassolversi. Cucchi viene raccontato per quel che era, senza alcuna enfasi salvifica: un ragazzo trentenne – ex tossicodipendente, con piccoli precedenti penali, diventato un problema per la famiglia – che stava provando a risalire la china con un lavoro stabile, una casa propria e allontanando il vizio dell’eroina.
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Stefano Cucchi, chiedete scusa alla famiglia e alla sua memoria

di Beppe Giulietti

“Una morte per epilessia causata dalle botte ricevute…”, parole chiare ed inequivocabili scritte e firmate dal collegio dei periti che ha nuovamente esaminato tutto il materiale relativo a Stefano Cucchi. Di fronte a queste parole alcuni sindacati di polizia e rappresentanze dei carabinieri hanno esultato e, addirittura, hanno chiesto a Ilaria, sorella di Stefano, di chiedere pubblicamente scusa per le sue accuse contro i picchiatori in divisa. Non sono neppure mancati giornali e giornalisti che hanno amplificato le loro esultanze titolando “Cucchi morto per epilessia”, escludendo così ogni responsabilità umana.

Il decesso di Stefano, come nella peggiore tradizione degli anni Sessanta e non solo, sarebbe dovuto ad una tragica fatalità, alle conseguenze della sua epilessia.

Peccato che la perizia non dica esattamente questo, anzi, per la prima volta, si parla esplicitamente del pestaggio subito, delle lesioni alla spinta dorsale, e si collega l’eventuale attacco di epilessia proprio alle possibili conseguenze del trattamento subito.

La famiglia Cucchi ed i legali, per anni, hanno sostenuto queste tesi e per questo hanno dovuto subite insulti, depistaggi, singolari perizie, negazioni dell’evidenza, rimpallo di accuse tra medici e poliziotti indagati. Chiedere le loro scuse significa fingere di non capire e voler oltraggiare Stefano anche da morto, dopo averlo oltraggiato da vivo.
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Contro ogni tortura: l’Italia approvi la legge entro il 2016

di Ilaria Cucchi

Mi chiamo Ilaria, ho 42 anni e 2 figli. Vivo a Roma e di Roma è tutta la mia famiglia. È qui che sono cresciuta: non da sola, ma insieme a mio fratello Stefano, quello “famoso”. Stefano Cucchi, “famoso” perché morto tra sofferenze disumane quando era nelle mani dello Stato e, soprattutto, per mano dello Stato.

Mio malgrado, sono molte le persone che mi conoscono in questo Paese. Sanno come sono fatta. Sanno – perché da sette anni ormai non mi stanco di ripeterlo – che sono in ottima forma fisica e che sono viva. Al contrario di mio fratello, che pesava quanto me ma che vivo non è più.

Nell’ottobre del 2009 non sono stata picchiata. Non mi hanno pestato, non mi hanno rotto a calci la schiena, non ho avuto per questo bisogno di cure mediche. Non mi hanno torturato. Sono viva. Sono viva e combatto con una giustizia che ha dimenticato i diritti umani.

Sono viva e da allora mi batto per non smettere di credere. Ecco perché chiedo che Parlamento e Governo approvino finalmente, ed entro quest’anno, il reato di tortura in Italia. Stiamo chiedendo all’Egitto verità per Giulio Regeni. Dobbiamo farlo. Ma ricordiamoci che lo facciamo dall’alto del fatto di essere l’unico Paese d’Europa a non avere una legge contro le brutalità di Stato. La Corte di Strasburgo ha già condannato l’Italia per gli orrori del G8 di Genova nel 2001. E ci ha imposto l’introduzione nel nostro codice penale del reato di tortura. Che aspettiamo?
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Mi cercarono l’anima, storia di Stefano Cucchi

Mi cercarono l'anima
Mi cercarono l'anima
di Altreconomia

Un libro imparziale – ma non neutrale – che ha bisogno del sostegno di chi crede nell’informazione indipendente e dal basso. Altreconomia, cooperativa d’informazione senza padroni politici o commerciali, è un editore tanto forte negli ideali quanto minuto nelle risorse: perciò non si vergogna di chiedere aiuto alle persone e ai gruppi sensibili a questo tema.

Ci piacerebbe che questo libro vedesse la luce proprio entro il 22 ottobre 2013, quarto anniversario della morte di Stefano Cucchi. Prenotate un numero libero di copie (o quote) che volete e diffondete il progetto a tutti i vostri contatti. La scommessa è garantire la minima sostenibilità economica dell’investimento. Ecco il link: http://www.produzionidalbasso.com/pdb_2803.html

Stefano Cucchi, geometra trentunenne con la passione per la boxe, muore a Roma il 22 ottobre 2009, nel letto del presidio ospedaliero protetto Sandro Pertini per “presunta morte naturale”. Una settimana prima era stato arrestato per possesso di sostanze stupefacenti. Per 7 giorni resterà nelle mani dello Stato: dai Carabinieri alla Polizia penitenziaria, dai funzionari del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria al magistrato che ne convalida il fermo per direttissima, dai medici del carcere di Regina Coeli e dell’ospedale Fatebenefratelli al personale del presidio Pertini. In 7 giorni, prima di morire, perderà quasi 10 kg. La famiglia lo rivedrà solo dopo la morte, dietro a una teca di vetro: sul suo corpo, inequivocabili segni di percosse. Dopo tre anni e mezzo di processo, la recente sentenza commina condanne lievi ai medici, assoluzione per tutti gli altri, compresi i tre agenti di Polizia penitenziaria accusati di aver pestato Cucchi nelle celle di sicurezza del tribunale di piazzale Clodio, in attesa dell’udienza.
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Stefano Cucchi e i suoi fratelli: quando la morte arriva in circostanze sospette. E orribili

Stefano Cucchi - Foto di cordatesa.noblogs.org
Stefano Cucchi - Foto di cordatesa.noblogs.org
di Giornalettismo

Sta facendo molto discutere la sentenza di primo grado per il processo Stefano Cucchi. Infatti, per la morte del giovane, deceduto dopo un fermo di polizia, sono stati incolpati solo i medici che gli avevano somministrato i farmaci, mentre i poliziotti che l’avrebbero menato fino alla morte sono stati assolti. Quella di Stefano Cucchi non è però l’unica storia del genere accaduta nel belpaese, oltre a lui ricordiamo Federico Aldrovandi, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri e Giuseppe Uva.

FEDERICO ALDROVANDI – La sua è forse la storia più nota. Era la mattina del 25 settembre 2005, quando Federico stava rientrando a casa passeggiando per Ferrara di ritorno a una serata con gli amici al link di Bologna. Alle 5.47 Federico incontra i poliziotti, che alle 6.10 chiamano il 118. Otto minuti dopo arriverà l’ambulanza, ma per Federico è già troppo tardi.

MARCELLO LONZI – È il 29 giugno 2003 quando Marcello Lonzi muore nel carcere di Livorno. Nonostante in seguito compariranno delle foto che ritraggono il corpo del ragazzo martoriato, pieno di ecchimosi e striature viola, secondo l’autopsia la morte del giovane sarebbe avvenuta per cause naturali.
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