Una petizione per dire no all’autonomia che divide

di Alfiero Grandi, Antonia Sani, Domenico Gallo, Eleonora Forenza, Francesco Sinopoli, Gianfranco Viesti, Gianni Ferrara, Giovanni Russo Spena, Guido Viale,Loredana De Petris, Loredana FraleoneLoredana Irene Marino, Marina Boscaino, Massimo Villone, Paolo Berdini, Piero Bernocchi, Piero Bevilacqua, Roberto Musacchio, Rosa Rinaldi, Silvia Manderino, Vincenzo Vita

Rivolgiamo un appello a donne e uomini liberi, alle soggettività politiche e sindacali, al mondo dell’associazionismo, ai movimenti che si riconoscono nei principi di uguaglianza e nell’universalità dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Un appello per incontrarci e costituirci in un Coordinamento nazionale in difesa della Repubblica, dell’universalità dei diritti e della solidarietà nazionale contro il federalismo differenziale.

Va avanti l’approvazione “dell’autonomia regionale differenziata”, nel silenzio generale mentre l’opinione pubblica viene distratta dall’assordante propaganda razzista e xenofoba. Senza discussione politica diffusa e all’insaputa di milioni di cittadine/i si sta per determinare nel giro di poche settimane la mutazione definitiva della nostra architettura istituzionale, la destrutturazione della nostra Repubblica.

La vicenda è partita con i referendum svolti in Veneto e Lombardia nel 2017, cui ora si vuole dare seguito senza tenere alcun conto dei principi di tutela dell’eguaglianza, dei diritti e dell’unità della Repubblica affermati dalla Corte Costituzionale.
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Nuova costituzione a Cuba

Cuba - Foto di Wanderlust

di Luigi Scalambrino

Da tre mesi c’è un gran dibattito a Cuba sulla nuova proposta di Costituzione, l’ottava dal 1865. La prima volta in cui è stata coinvolta tutta la popolazione in un dibattito acceso e una consultazione con significativi cambiamenti. Dal 13 agosto al 15 di novembre quasi 7.400.000 cubani hanno discusso in più di 120.000 assemblee in tutti i luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle università, nell’esercito, nelle organizzazioni professionali il nuovo progetto di Costituzione che il Parlamento ha proposto e che ora con tutti gli emendamenti e correzioni verrà ristampato e votato in un referendum nazionale a Febbraio 2019.

La nuova Costituzione è composta da 224 articoli, 87 in più della attuale, e si mantengono 11 articoli, se ne modificano 113 e si eliminano 13. Nei primi articoli dei principi fondamentali il progetto riafferma:

  • il carattere socialista del sistema politico, economico e sociale ed è incorporato il concetto di Stato socialista di diritto, per rinforzare la legge e la supremazia della Costituzione.
  • il Partito Comunista di Cuba, unico, martiano, fidelista e marxista-leninista è l’avanguardia della nazione e per il suo carattere democratico e il vincolo permanente con il popolo è la sua forza dirigente superiore (rimane il centralismo democratico).

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1 maggio 1947: la strage di Portella della Ginestra più di settant’anni dopo

di Claudio Cossu

1 maggio 2017: sono trascorsi settant’anni da quella tremenda e crudele strage, a Portella della Ginestra (Sicilia), ricorrenza che Macaluso giustamente ha ricordato “La Repubblica” definendola la “prima strage di Stato” del dopoguerra. Strage che segnò l’inizio, purtroppo, di quella serie di eccidi che vide il connubio tra Cosa nostra, servizi deviati dello Stato e forze oscure della reazione (monarchici e neo-fascisti nella fattispecie, in quei tempi lontani). Scopo: reprimere le giuste rivendicazioni dei contadini dell’epoca e delle forze progressiste tout court, del mondo del lavoro in genere, negli anni seguenti, contro il latifondo e i privilegi di pochi ricchi e potenti del nostro Paese.

Nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano e la mafia, in sintesi, servirono a reprimere nel sangue quelle rivendicazioni alle terre e in seguito l’intreccio gelatinoso e viscido tra le forze sopra menzionate servì a soffocare le aspirazioni operaie, studentesche e progressiste emergenti. Aspirazioni all’eguaglianza sociale e alla libertà, contro il potere di pochi e le pretese corporative e reazionarie di poteri oligarchici e retrivi giù giù, fino ai nostri giorni.

Ricordiamo, dunque, quelle vittime, questo 1 maggio 2017, giorno dei lavoratori e dedicato alla sacralità del lavoro, che dovrebbe realmente essere tutelato, come previsto – del resto – dalla nostra Costituzione, ma sempre minacciato da licenziamenti e revisioni inique, con la scusante dello sviluppo economico e di nuove, peraltro incerte, modalità di contratti di lavoro a tempo determinato, di natura incerta e vaga nonché insicure.
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Quando la storia è fatta dagli ignavi

di Antonio Caputo

La storia appare come una serie di eventi determinati dalle “azioni delli uomini grandi”, come scrive Machiavelli nel Principe. È tuttavia evidente come molti tornanti della storia siano determinati dall’assenza di azioni. Nulla di nuovo sotto il sole, Antonio Gramsci scrisse chiaramente che “l’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera”. Allora appare evidente che privilegiare l’azione rispetto alla non azione per la ricostruzione degli eventi storici costituisca non solo un necessario metodo di ricerca per evitare futili elucubrazioni su improbabili eventi mai realizzatisi, ma anche un modello morale che premia l’assunzione di responsabilità di ogni azione.

Virgilio sbaglia quando dice a Dante di non ragionare degli ignavi, forse non resta fama di loro ma lasciano tracce profonde nella storia del mondo, eccome se ne lasciano. Non è quindi futile immaginare che alla visione della storia fatta da grandi uomini faccia da contraltare, o potremmo dire da contrappasso, una visione della storia in cui il principale volano siano i piccoli uomini, gli ignavi.

«Mi creda, maestà, basterebbero quattro cannonate a farli scappare come lepri», con queste parole Luigi Facta, Primo Ministro già dimissionario, si rivolse a Vittorio Emanuele III di Savoia la mattina del 28 ottobre del 1922. Il re rifiutò di controfirmare lo stato d’assedio, approvato dal consiglio dei ministri all’alba del 28 ottobre. Seguirono la marcia su Roma, la consegna del governo a Mussolini e l’inizio della dittatura fascista. I motivi per cui il re si rifiutò controfirmare lo stato d’assedio sono molti e tutti oggetto di analisi storica.
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Fascismo - Foto di Ian M.

Aldo Tortorella: “Ecco perché crescono i neofascismi”

di Gianfranco Pagliarulo

Sembrerebbe che oggi, diversamente da quanto avveniva – per esempio – agli anni Settanta, alcune formazioni neofasciste godano di un consenso sociale non particolarmente elevato, ma in costante crescita, tant’è che riescono ad eleggere una rappresentanza in vari Comuni, da Bolzano a Todi, da Lucca ad Arezzo a tanti altri. E ad Ostia, com’è noto, CasaPound ha ottenuto un significativo risultato elettorale. C’è il rischio della formazione di una base sociale più o meno estesa a sostegno di queste formazioni politiche?

Certo. Il pericolo è più che evidente. La crisi economica unitamente alla perdita di competitività con la moneta unica (cioè con la fine delle ‘svalutazioni competitive’) ha generato molti danni sociali. È stata persa quasi il 30% della manifattura. Molte piccole e medie aziende sono state spazzate via. Ciò ha determinato direttamente e indirettamente la rovina di molti, l’impoverimento del ceto medio, l’aggravamento della disoccupazione già pesante per le nuove tecnologie sostitutive di lavoro umano.

Le forze maggioritarie della sinistra non hanno capito quello che succedeva e hanno riposto tutte le loro speranze nella linea economica neoliberista gestendola dal governo o non combattendola dall’opposizione. L’esempio fu Blair in Inghilterra e Clinton negli stati Uniti con i loro imitatori italiani e di altri paesi. In tutto il mondo sviluppato ciò ha generato zone di comprensibile rancore di quanti erano (e sono) a disagio o alla disperazione. Un rancore che si è rivolto contro l’establishment moderato (cioè contro i gruppi politici dirigenti) entro cui la sinistra maggioritaria si era venuta collocando.
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Il paradosso turco: una democrazia senza liberalismo

Colpo di Stato in Turchia
Colpo di Stato in Turchia
di Nadia Urbinati

I turchi che vivono nei paesi occidentali seguono con giustificata ansia le vicende del loro paese. Seyla Benhabib [1] si dice profondamente scossa dagli eventi che si succedono veloci e gravidi di implicazioni. Ebrea, nata e cresciuta in Turchia, Benhabib è una delle più note e apprezzate teoriche politiche, allieva di Jürgen Habermas e docente prima ad Harvard e ora a Yale e a Columbia, animatrice del progetto Reset Dialogue on Civilizations che organizza ogni anno una settimana di seminari di studio alla Bilgi University di Istanbul.

La conversazione che abbiamo avuto in queste ore è una testimonianza del sentimento di incertezza e di ambiguità che lontano dal Bosforo si avverte, soprattutto nella comunità turca. Come sono state recepite le immagini, le notizie che si sono accavallate confuse in queste ore tragiche a partire dal tentativo di golpe, poi fallito, di venerdì notte?

È difficile per chi vive in Occidente ed è cresciuto con i valori della democrazia e del pluralismo, della libertà religiosa e della tolleranza, far quadrare il cerchio quando deve commentare le vicende drammatiche che sta attraversando questo grande paese, giunto a definire la sua identità nazionale dopo la fine rovinosa dell’Impero Ottomano multietnico, grazie a un leader militare rivoluzionario, Mustafa Kemal Atatürk (letteralmente “padre dei turchi”) che ha, in uno stile hobbesiano, costruito lo Stato mediante l’assoggettamento della religione e del clero islamici.
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Contro ogni tortura: l’Italia approvi la legge entro il 2016

di Ilaria Cucchi

Mi chiamo Ilaria, ho 42 anni e 2 figli. Vivo a Roma e di Roma è tutta la mia famiglia. È qui che sono cresciuta: non da sola, ma insieme a mio fratello Stefano, quello “famoso”. Stefano Cucchi, “famoso” perché morto tra sofferenze disumane quando era nelle mani dello Stato e, soprattutto, per mano dello Stato.

Mio malgrado, sono molte le persone che mi conoscono in questo Paese. Sanno come sono fatta. Sanno – perché da sette anni ormai non mi stanco di ripeterlo – che sono in ottima forma fisica e che sono viva. Al contrario di mio fratello, che pesava quanto me ma che vivo non è più.

Nell’ottobre del 2009 non sono stata picchiata. Non mi hanno pestato, non mi hanno rotto a calci la schiena, non ho avuto per questo bisogno di cure mediche. Non mi hanno torturato. Sono viva. Sono viva e combatto con una giustizia che ha dimenticato i diritti umani.

Sono viva e da allora mi batto per non smettere di credere. Ecco perché chiedo che Parlamento e Governo approvino finalmente, ed entro quest’anno, il reato di tortura in Italia. Stiamo chiedendo all’Egitto verità per Giulio Regeni. Dobbiamo farlo. Ma ricordiamoci che lo facciamo dall’alto del fatto di essere l’unico Paese d’Europa a non avere una legge contro le brutalità di Stato. La Corte di Strasburgo ha già condannato l’Italia per gli orrori del G8 di Genova nel 2001. E ci ha imposto l’introduzione nel nostro codice penale del reato di tortura. Che aspettiamo?
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La domanda rimane sempre quella: scuola pubblica o privata?

Referendum sulla scuola a Bolognadi Silvia R. Lolli

A Bologna, ma non solo, si discute ancora sul finanziamento alle scuole private. Ci sembra un conflitto molto più forte di quello che la calura estiva e la sorniona città semi vuota e a tratti abbandonata possono far vedere. Dopo il referendum comunale, vinto dal Comitato art. 33, dovrebbe per lo meno essere ridiscussa l’idea di finanziare scuole non pubbliche, anche se sussidiariamente rendono un servizio pubblico. La distinzione dell’art. 34 della nostra Costituzione si è subito incrinata nella storia della Repubblica, se già nel 1950 Calamandrei, laico costituente, nel suo discorso al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), si permetteva di mettere in guardia dai pericoli di un’interpretazione di parte dei principi costituzionali.

L’esprimere concetti fondamentali attraverso metafore con un linguaggio sobrio e diretto che oggi troviamo sempre meno comunicato da chi fa politica era la sua caratteristica. La lungimiranza ed il coraggio per le proprie opinioni sono doti ormai desuete nel rumore assordante mediatico di oggi che ci fa smarrire i fondamenti, i principi.
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Diritti acquisiti: l’importanza di continuare a porsi interrogativi

Lo Stato siamo noi
Lo Stato siamo noi
di Silvia R. Lolli

A pagina 70 del libro “Lo Stato siamo noi”, ripubblicazione recente di discorsi e scritti di Piero Calamandrei leggiamo: Il governo dei fantasmi: “La Repubblica italiana, uscita dalla Liberazione, è stata governata in questo decennio, e lo è tuttora in gran parte, anche per procura, da vecchi uomini politici che per età e per formazione mentale appartengono al tempo anteriore al fascismo. Nonostante che il fascismo sia stato travolto dalla Resistenza, il potere non è passato agli uomini usciti dalla resistenza”.

La lungimiranza dei costituenti è nota, ma constatare che fin dai primi anni della neo Repubblica si sia riprodotta la solita politica, si siano ripresentate le stesse classi dirigenti precedenti, ci fa certamente capire che oggi siamo ancora, nonostante false convinzioni, in questa situazione.

Osserviamo la cronaca di questi giorni di agosto, neppure alcune informazioni giornalistiche aiutano la politica al potere a cambiare: “Ecco la top ten delle pensioni d’oro…” di M. lo Conte da Il Sole 24 ore del 7 agosto. Rimaniamo, anzi i nostri rappresentanti in Parlamento rimangono impantanati nelle solite querelles e discorsi da fantasmi e i giornalisti sono i ghostes di contorno dei vecchi palazzi, che perdono anche i loro tratti artistici e più estetici. Oltre al nulla di fatto sulla legge più importante, cioè prioritaria per la nostra democrazia, la legge elettorale, si continua a verificare l’incapacità della politica di fare cose importanti per i cittadini. Solo populismo, demagogie, da parte di chi siede là, le facce nuove rispecchiano sempre le vecchie consuetudini.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, il punto di non ritorno. Storia di un disastro annunciato e dell’inevitabile ricorso al pubblico

di Vincenzo Comito

Le notizie degli ultimi giorni riaprono anche drammaticamente l’interesse dell’opinione pubblica per un caso che sembrava per il momento messo in sordina. È ancora una volta la magistratura da sola che cerca di portare avanti un dossier per molti aspetti cruciale per il paese.

Dopo che la procura di Milano ha ordinato nei giorni scorsi il sequestro di un miliardo e 200 milioni al gruppo Riva per frode fiscale e truffa allo stato, ora la gip Patrizia Todisco, accogliendo una richiesta della procura di Taranto, ha emesso un secondo ordine di sequestro, questa volta per ben 8 miliardi e 100 milioni. Il magistrato ha cioè deciso di bloccare la somma corrispondente a quello che appare come l’illecito profitto ottenuto dai Riva nel tempo con il mancato rispetto delle leggi per la tutela dell’ambiente, della popolazione, nonché della salute dei lavoratori. Il magistrato si riserva anche di intervenire in futuro per quanto riguarda i danni inflitti all’ambiente.

Ricordiamo peraltro che il valore di mercato dell’intero gruppo Riva Fire non raggiunge probabilmente la cifra sopra indicata. Per valutare meglio la situazione attuale e le prospettive dello stabilimento di Taranto e dell’intero gruppo Riva Fire ricordiamo alcuni dei punti salienti della questione.
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