La tragica deriva della Bolivia

di Maurizio Matteuzzi 188 più 1. Dal 1825, indipendenza della Bolivia, i golpe erano stati 188, quasi uno all’anno. 189 con quello di adesso. Avviato dalle controverse elezioni del 20 ottobre (ma preparato da tempo come sta risultando evidente). Culminato nell’assalto violento della “Bolivia bianca” contro la Bolivia india e nell’ammutinamento di polizia ed esercito […]

Il grande inganno del liberalismo

di Angelo d’Orsi Il liberalismo è un grande inganno. Più i suoi teorici parlano di libertà, meno essa viene garantita alle masse popolari. Più i governanti dei Paesi “liberali” si riempiono la bocca di grandi parole, meno viene garantita la libertà di espressione a chi dissente. Più si finge trasparenza, nei sistemi liberali, più il […]

Nadia Urbinati: il populismo? Non è fascismo e poi le democrazie sono “elastiche”

di Stefano Vaccara e Giulia Pozzi La Columbia University di New York, si sa, vanta una illustre tradizione di politologia e studio della democrazia, che non ha mai disdegnato di analizzare, da oltreoceano, le vicende che caratterizzano la nostra bella Italia. Per anni, in proposito interveniva l’indimenticato professore Giovanni Sartori, autore di pamphlet che scuotevano […]

Venezuela: è vero, è tornata la dottrina Monroe

di Maurizio Matteuzzi Non è finita. Il secondo o terzo o quarto tentativo di golpe, il 30 aprile in Venezuela, si è risolto in un fallimento clamoroso, ai limiti del grottesco. Dopo la auto-etero-proclamazione del carneade Juan Guaidó in gennaio, il tentativo di “sfondamento umanitario” ai confini con la Colombia in febbraio, il micidiale blackout […]

Trump, la Cina e la globalizzazione

di Lorenzo Battisti, dipartimento esteri Pci e Pci di Parigi Trump viene accusato da tempo di aver posto fine alla “magica” globalizzazione. In realtà le sue politiche sono il risultato dei nuovi equilibri mondiali generati dall’emersione dei Brics e in particolare dallo sviluppo economico e politico della Cina. La globalizzazione e il neoliberismo: la fase […]

Venezuela: alla ricerca di una terza via per evitare la catastrofe

di Maurizio Matteuzzi

Quale sarà e di chi sarà la prossima mossa? A due mesi dalla auto-etero proclamazione del carneade Juan Guaidó, avventurosamente lanciato il 23 gennaio scorso alla “presidenza della repubblica” dall’amministrazione Trump, lo scenario in Venezuela sembra essere passato da una guerra di movimento, con tensione alle stelle e rischi continui di rottura irrimediabile, a una guerra di trincea, in cui né i due presidenti (meglio: i due Venezuela) né i rispettivi protagonisti e comprimari esterni sanno bene cosa fare.

Ma questa apparente inerzia non può durare a lungo. Ed è tutto da capire a chi gioverà. Forse a nessuno dei due e tutto finirà in una catastrofe. Forse a Nicolás Maduro, presidente pessimo ma costituzionale, che può dire, a ragione, di avere il pieno controllo del paese e di avere sventato due o tre tentativi di golpe (l’auto-etero proclamazione; la messinscena, smascherata dall’insospettabile New York Times, degli “aiuti umanitari” bloccati al confine con la Colombia; l’ “attacco cibernetico”, verosimile e probabile se non proprio certo, che ha provocato il drammatico black-out del paese per una settimana).

O forse a Juan Guaidó, “l’auto-proclamato” (che va in giro per il paese a vendere la sua “Operación Libertad” annunciando che “molto presto” dopo la cacciata “dell’usurpatore” andrà a occupare l’ ufficio presidenziale nel palazzo di Miraflores; che entra ed esce dal Venezuela senza che nessuno lo fermi o lo arresti, e chissà che un po’ non ci speri) in ansiosa attesa che il cappio delle sanzioni messo dagli USA intorno al collo di Maduro, prima l’embargo finanziario dal ‘17, poi l’embargo commerciale dal gennaio scorso, poi quello petrolifero (praticamente l’unica fonte di valuta) annunciato per le fine di aprile, possa essere la stretta finale per arrivare a un regime change come dio e la storia comandano.
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Venezuela: le ingerenze degli Stati Uniti e la voglia di un nuovo caso Panama

di Maurizio Matteuzzi

Lo storico Howard Zinn ha contato 103 interventi militari USA nel mondo fra il 1798 e il 1895, un calcolo che non tiene conto di tutti quelli – un’infinità – nel corso del ‘900 e neppure di quello auspicato dal futuro presidente Theodore Roosevelt, allora Assistente segretario alla Marina, che in una lettera del 1897 scriveva di “sperare in una qualsiasi guerra perché credo che questo paese ne abbia bisogno”. In effetti l’anno dopo, 1898, gli Stati uniti dichiararono guerra alla Spagna, naturalmente, parole di Roosevelt, sia in nome “dell’umanità e per il bene dei cubani” sia come “ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America dal dominio europeo”.

Sono passati 120 anni e lo scenario è ancora lo stesso. Perfino le parole – la narrazione, come si usa dire adesso – sono praticamente le stesse.Venezuela, gennaio-febbraio 2019. Il paese deve essere liberato dal giogo chavista, con qualsiasi mezzo, sia in nome dei diritti umani e per il bene dei venezuelani, sia come ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America latina dalla macchia rossa del quindicennio di governi di sinistra o quantomeno progressisti , e dalla crescente interferenza di Cina e Russia.
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Tra piazza Fontana (1969) e la strage di Natale (1984): ciò che Pasolini aveva previsto, anzi sapeva

Questo testo è stato pubblicato in vista dell’anniversario della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Si lega al famoso articolo di Pier Paolo Pasolini “Io so” e lo riproponiamo qui, a cavallo tra il ricordo della bomba esplosa a Milano alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e la strage di Natale, avvenuta a San Benedetto Val di Sambro, a poca distanza da Bologna, il 23 dicembre 1984.

di Daniele Barbieri

È di nuovo 12 dicembre: dal 1969 a oggi la strage di piazza Fontana – e non è l’unica – rimane impunita. Questo articolo di Pasolini uscì il 14 novembre 1974 sul «Corriere della sera». Fu uno choc. Ma anche a rileggerlo dopo tanti anni lo choc resta e per certi versi è persino più grande. Dal 1974 a oggi moltissimo in Italia è cambiato: per esempio anche i giudici non compromessi oggi sanno (perché hanno cercato e trovato le prove) chi ha messo le bombe in piazza Fontana e i nomi degli esecutori e di alcuni dei “capi” dietro le altre stragi e i tentativi di golpe; eppure non sono riusciti a condannarne uno.

Altre notizie – sulla mano “americana” dietro lo stragismo, come Pasolini ripeteva più volte in quell’articolo – sono uscite confermate dai documenti statunitensi decodificati (cioè non più segreti): ma i media e la “classe dirigente” fingono di non averli letti. Due clamorose conferme all’«io so» di Pasolini dunque ma anche a un passaggio decisivo (che viene spesso omesso quando lo si cita) di questo articolo: «Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia».
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Vince Trump: un G20 da dimenticare

di Alfredo Somoza

Si è chiuso a Buenos Aires il tredicesimo vertice del G20 senza concludere, come previsto, praticamente nulla. Un successo quindi per Donald Trump, che riesce a evitare condanne per i dazi che sta introducendo dall’inizio dell’anno per colpire i concorrenti dell’industria statunitense. Anche sul cambio climatico Trump fa inserire una specifica sul fatto che gli USA confermano l’uscita dall’Accordo per il clima, pur impegnandosi a fare bene da soli (!).

Su migranti e profughi aria fritta. Anche la Cina canta, più modestamente vittoria, per avere strappato a Trump 3 mesi di moratoria per l’avvio dei dazi che dovrebbero colpire il loro export negli USA in attesa “di svolgere negoziati”. Negoziato, quella parola che irrita tanto l’inquilino della Casa Bianca, come si evince dal suo volto (rispetto a quello di Xi Jinping) nella cena che hanno condiviso a Buenos Aires

A Buenos Aires si sono anche misurate le distanze e le vicinanze tra i capi di Stato. Trump che ha evitato di incrociare Putin, ma ha sorriso apertamente al principe saudita Bin Salman. La signora May che per la prima volta dopo la guerra delle Falklands ha incontrato un presidente argentino. Emanuel Macron che per un disguido del protocollo viene ricevuto all’aeroporto soltanto da un impiegato aeroportuale che indossa un gillet giallo.
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Il midterm fotografa un’America spaccata e polarizzata

di Marina Catucci

Il risultato delle elezioni di midterm 2018 ha confermato le aspettative: i repubblicani si sono rafforzati al Senato, ed i democratici hanno conquistato la Camera con un ampio margine. Alcune perdite, per entrambe le parti, sono state brucianti; i democratici hanno dovuto incassare le sconfitte dei candidati governatori in Ohio ma sopratutto in Florida, dove sembrava cosa fatta, ed in Georgia, mentre in Illinois, Kansas, Maine, New Mexico e Michigan, i candidati repubblicani hanno perso contro i democratici.

I democratici hanno vinto anche le sfide elettorali del Senato e del governatore in Wisconsin e in Pennsylvania, Stati che erano stati decisivi per Trump nel 2016. Diversa la votazione in Texas, dove una vittoria di Beto O’Rourke non era mai sembrata davvero probabile, e il fatto che il sindaco di El Paso abbia insidiato così da vicino il regno di Ted Cruz già sembra una notizia sorprendente. “I’m so fucking proud of you” sono così fottutamente fiero di voi, ha detto in diretta nazionale O’Rourke ai suoi sostenitori, durante un discorso di concessione della vittoria che già risuonava di presidenziali 2020.

Che comunque qualcosa in Texas si stia muovendo lo dimostrano le vittorie di Veronica Escobar e Sylvia Garcia, prime donne di origine latinoamericana a rappresentare il Texas nella Camera dei rappresentanti, in uno Stato con una popolazione ispanica vicina al 40%. Non ha fatto il discorso di concessione, invece, Stacy Abrams in Georgia, ed ha suggerito che la corsa sarebbe stata inquinata, visto che migliaia di elettori hanno denunciato che il malfunzionamento delle macchine per il voto. “Bisogna dico fare i voti – ha detto Abrams – Crediamo che la nostra possibilità per una Georgia forte sia a portata di mano, ma non possiamo saperlo fino a quando tutte le voci saranno state sentite”.
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