Salvatore Settis: “Dire no al Tav è dire sì a molto altro”

di Maurizio Pagliasotti e Mauro Ravarino

Dire no al Tav significa dire molti sì. «Dalla urgente messa in sicurezza di un territorio fragilissimo alla visione, mancante, dell’Italia del futuro, come grande protagonista europea». Lo sostiene Salvatore Settis, storico dell’arte, già direttore della Scuola Normale di Pisa, autore di alcuni capisaldi sulla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, già enunciata dall’articolo 9 della Costituzione. Da Italia S.p.A.: l’assalto al patrimonio culturale (Einaudi, 2002) a Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile (Einaudi, 2012).

Professor Settis, in un intervento del 2012, descrisse l’Italia come vittima e ostaggio, da decenni, di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile. È ancora così?

Per il solo fatto che non sia cambiata è peggiorata, non vedo indizi del cambiamento di cui si parla tanto. Non dico e mai ho detto che non si debbano fare grandi opere ma bisogna controllarle una a una. E, ripeto, che l’opera cruciale e prioritaria è la messa in sicurezza del territorio, iniziativa che darebbe molto lavoro a imprese e a singoli cittadini.
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Il palcoscenico vuoto della politica

La politica sta morendo di parole inutili?

di Carlo Bernardini

Stampa quotidiana, radiotelevisione e libretti (instant books): il palcoscenico della politica, oggi, è questo. Tutto ciò che si dice al riguardo sembra straordinariamente effimero e, perciò, anche noioso. Quanto potrà durare? E in cosa si trasformerà se non spunteranno colpi di coda popolari con effetti drammatici? Una crisi economica evidente che colpisce quasi tutti non potrà durare in eterno; ma ha trovato forme di adattamento che non sembrano ancora decisive: forse è meglio così.

È già finita male tante volte (guerre mondiali o locali rivoluzioni cruente) e la gente invece vuole vivere e partecipare, possibilmente agli “utili” onestamente prodotti. Ma l’interesse privato è l’ultima cosa che si riesce a rendere onestamente pubblica. E qui nasce la sfida: non sembra che ci sia più alcuno al mondo che possa promuoverlo con tecniche dialettiche condivisibili e accettabili.

A questo dovrebbero anche servire le tasse come finanziamento collettivo concordato per finalità precise, ma quelle onestamente pagate vanno spesso a finire in canali di scarsa rilevanza per la collettività, se non addirittura truffaldini. Bisogna decidersi a fare una lista di priorità e regole perché venga rispettato un programma degno di definire un vero welfare: recuperare le parole che descrivono le cose concrete importanti (quante ne trovate in un obiettivo politico attuale?). Ognuno di noi può provare a fare la sua lista e, se riuscissimo a farne una che ha un forte “indice di accettazione” per certe necessità pubbliche (primarie, dunque?), dovrebbe per forza essere quella che trascina la politica centrale.
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Roma Manifestazione Acqua Pubblica - Foto di Dario BornAgain

Servizi e società pubbliche: quando l’attacco ideologico manipola i dati

di Marco Bersani

Interessante la lettura de “L’inchiesta” pubblicata nei giorni scorsi da Repubblica, con richiamo in prima pagina dal titolo “Quei 2 miliardi persi dalle società pubbliche” e ripresa con pagina intera all’interno con il titolo “La giungla delle società in mano pubblica: oltre 7.000 SpA, perdono 2,2 miliardi”.

Si basa su un’indagine del ministero del Tesoro su tutte le società partecipate a qualsiasi titolo da comuni, province, regioni ed enti di diritto pubblico. L’indagine è lo spunto per l’ennesimo attacco al pubblico in generale “(…) se una holding privata vedesse che un terzo delle società di cui essa è azionista viaggia in rosso e che quelle perdite sono così pesanti da portare in rosso il saldo totale, le opzioni sarebbero chiare: vendere, oppure ristrutturare al più presto le imprese in perdita per arrestare l’emorragia; la terza ipotesi, fingere di non vedere perché così conviene a quache manager corrotto, non atterrerebbe neppure sul tavolo” sibila con “viva e vibrante indignazione” l’autore dell’articolo Federico Fubini.

Già tutto chiaro: il pubblico è un disastro mentre il metafisico privato sì che sarebbe in grado di garantire l’efficienza. Premesso che sono per la riappropriazione sociale di tutti i servizi pubblici, che vanno sottratti ai profitti privati e al clientelismo politico-manageriale attraverso la partecipazione diretta dei cittadini e dei lavoratori alla loro gestione, una domanda sorge spontanea: ma se l’indagine riguarda le società partecipate dagli enti pubblici (dunque non le aziende speciali nè le SpA a totale capitale pubblico), da chi altro sono partecipate queste società, oltre agli enti pubblici?
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