Legge di bilancio, la manovra del “vorrei ma non posso”

di Andrea Baranes

La manovra del “vorrei ma non posso”. È questa l’impressione che si ha leggendo la Legge di Bilancio 2018 trasmessa lo scorso 31 ottobre al Parlamento, in notevole ritardo rispetto alla scadenza del 20 ottobre prevista dalla normativa. Un ritardo che evidenzia la difficoltà nel chiudere i conti, ma anche l’ulteriore riduzione di spazio di dibattito per un Parlamento che ha sempre meno voce in capitolo sui conti dello Stato.

La sostanza della Legge di Bilancio viene discussa e decisa altrove e in primo luogo viene pesantemente ingabbiata nei limiti e vincoli degli accordi europei siglati dal nostro Paese. In questo senso, se l’approvazione finale della manovra in Parlamento è ormai un atto poco più che formale, entro fine anno lo stesso Parlamento dovrà decidere se ratificare il Fiscal Compact, trattato che ci obbligherebbe a riportare entro venti anni il rapporto debito/Pil al 60%.

Come dire che, indipendentemente dai governi in carica, ci vincoliamo a venti anni di alta imposizione fiscale, tagli alla spesa e rinuncia a qualsiasi seria politica pubblica di investimento nel nome di un parametro economico deciso oltre due decenni fa. Quella del 2018 è l’ennesima manovra figlia di questa visione e dell’austerità, di politiche economiche sbagliate che non hanno fatto altro che aggravare e allungare la crisi e aumentare ulteriormente le diseguaglianze.
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Per riconquistare autonomia monetaria

Europa Cafe - Foto di Thomas Hawk
Europa Cafe – Foto di Thomas Hawk

di Guido Viale

Non viviamo più da tempo in un’economia di sussistenza, dove ogni comunità si sostenta con beni prodotti al proprio interno. Oggi cibo, energia, casa e altri fattori essenziali alla vita civilecome salute, istruzione, assistenza, mobilità si comprano; oppurepossono essere forniti dallo Stato, che a sua volta li paga con il ricavato delle nostre imposte. Senza denaro anche la cosiddetta “nuda vita” si ferma.

Quando il denaro era costituito esclusivamente da monete metalliche, le emetteva lo Stato, che poteva anche truccarle (e lo faceva) alterandone il contenuto. Ma nessuno se non chi le possedeva poteva poi controllare come, quante e quando spenderle. Ma oggi monete e carta moneta non sono più del tre-quattro per cento della circolazione monetaria. Tutte le altre transazioni avvengono tramite banca. Bloccare le banche vuol dire bloccare tutta la vita economica.

Poi, finché è rimasta in vigore la separazione tra banche commerciali e di investimento introdotta dal New Deal, l’attività delle prime, cioè la circolazione monetaria, era sì regolata dallo Stato o dalla Banca centrale attraverso il tasso di sconto e l’obbligo della riserva, ma bloccarla era molto difficile. Infine, finché l’attività della Banca centrale è stata regolata dallo Stato e ne era di fatto una branca – prima, cioè, del “divorzio” tra Governo e Banca centrale, poi esteso anche alla BCE – lo Stato che spendeva in deficit più di quanto incassava con le imposte si indebitava di fatto con se stesso; o solo con chi accettava di prestargli del denaro alle condizioni decise dal Governo.
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