Spagna, dalla destra xenofoba alla Chiesa: ecco i nemici del governo Sánchez-Iglesias

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena Fumata bianca. Dopo Portogallo e Finlandia, anche la Spagna svolta a sinistra. Seppur i numeri del neonato governo Psoe/Unidas Podemos siano veramente risicati, i 167 sì espressi nel Congreso di Madrid sono stati sufficienti per permettere la nascita del primo esecutivo di coalizione della storia spagnola dai tempi […]

L’azzardo di Pedro Sánchez

di Maurizio Matteuzzi “O le sinistre fanno un fronte ampio o vamos todos a la mierda”. Questo il sintetico pensiero affidato a Twitter da Ada Colau, la sindaca di Barcellona, dopo il voto del 10 novembre. Con una postilla altrettanto lapidaria: “Pedro, le tue elezioni sono state un fallimento”. Il “fronte amplio”, all’improvviso, forse ci […]

Catalogna: un problema nazionale che fa bruciare la Spagna

di Maurizio Matteuzzi La Catalogna brucia? La Spagna ancora alle prese con il “problema catalano”? No. È la Spagna che brucia. E il problema catalano è il “problema spagnolo”. Tutto secondo copione. Era annunciata la sentenza del 14 ottobre, a meno di un mese dalle nuove elezioni politiche del 10 novembre, con cui il Tribunale […]

Spagna: le incognite tra “secondo turno” elettorale e difficili alleanze

di Maurizio Matteuzzi La prima manche è stata (stra)vinta. Ma il difficile viene adesso. E non solo per il “secondo turno” del 26 maggio quando di nuovo gli spagnoli andranno alle urne per una triplice elezione – municipali, regionali, europee – che potrebbe confermare o correggere l’esito delle politiche del 28 aprile. Infatti è opinione […]

Elezioni Spagna, i nazionalisti entrano in Parlamento: cos’è Vox

di Andrea Lupi e Pierluigi Morena Proviamo a capire cos’è Vox, la formazione di ultradestra che pochi mesi fa entrava nelle istituzioni sfiorando l’11% nelle elezioni per il rinnovo del parlamento andaluso e oggi fa prepotente irruzione, con quasi identica percentuale, tra i banchi del Congresso nazionale di Madrid. Il primo punto del programma elettorale […]

La Catalogna, l’Europa e la democrazia: l’appello

A Madrid, nel cuore dell’Europa occidentale, dodici esponenti della politica e della società civile catalana sono in questi giorni sotto processo. Nove di essi si trovano in regime di detenzione preventiva, in molti casi da ben oltre un anno. I capi di imputazione sono gravissimi, con richieste di pena da parte della pubblica accusa che arrivano sino a 25 anni.

Tra i reati contestati vi è la “ribellione”: si tratta della figura criminosa utilizzata per chi, nel 1981, entrò con le armi in parlamento e portò in strada i carri armati. Il codice penale spagnolo, in effetti, richiede, nella tipizzazione del reato, l’elemento della “rivolta violenta”. L’unica violenza finora certa, per le innumerevoli immagini che la mostrano e che hanno fatto il giro del mondo, è però quella messa in atto dalle forze dell’ordine spagnole: che partono da ogni angolo del Paese per la Catalogna al grido minaccioso di “a por ellos!” (“a prenderli!”; “dategli addosso!”); che picchiano votanti e manifestanti – anche non indipendentisti – intenti a resistere pacificamente, con le braccia alzate, in difesa dei seggi; che sparano proiettili di gomma sui cittadini, nonostante il loro utilizzo sia vietato in Catalogna.

Ma la vicenda giudiziaria non si esaurisce a Madrid, innanzi al Tribunal Supremo. Altri imputati verranno giudicati (per disobbedienza e ulteriori reati) da Tribunali in Catalogna; centinaia i sindaci, gli attivisti sociali, gli artisti indagati (e in alcuni casi condannati) per aver contribuito in qualche modo alla preparazione del referendum o per aver semplicemente manifestato le loro idee (eloquente, in tal senso, l’Amnesty International Report 2017/18, pp. 339-341).
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Cosa sta succedendo a Podemos?

Podemos

di Elias Deliolanes

In Spagna Podemos, il principale partito emerso dal movimento degli Indignados, versa in uno stato di difficoltà dovuto alla rottura tra le due principali correnti interne, quella di Pablo Iglesias e quella di Íñigo Errejón. Ne parliamo con Victor Valdesco militante della prima ora di Podemos.

Íñigo Errejón ha destato stupore quando, con l’aprirsi del nuovo anno, ha annunciato la sua candidatura per le elezioni della Comunidad de Madrid non in Podemos, ma nella nuova piattaforma Más Madrid, fondata dalla popolarissima sindaca uscente Manuela Carmena. Errejón infatti era considerato tra le figure più importanti di Podemos, secondo solo a Pablo Iglesias.

Per capire cosa abbia portato a questa decisione, abbiamo sentito Victor Valdesco, militante del partito. “Potremmo parlare di un primo fenomeno che ha a che vedere con la stessa struttura del partito che ha toccato il fondo – spiega Valdesco ai nostri microfoni – Dagli inizi nel 2014 ad oggi il partito si è costruito secondo presupposti di una macchina da guerra elettorale in modo da avere per unico obiettivo vincere le elezioni per poi trasformare istituzionalmente la realtà spagnola”.
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Podemos verso la scissione, la destra gioisce

di Steven Forti, ricercatore presso l’Instituto de História Contemporânea dell’Universidade Nova de Lisboa e professore presso l’Universitat Autònoma de Barcelona – @StevenForti

Podemos è sul punto di spaccarsi. O quasi. Proprio a cinque anni dalla fondazione del partito che ha rivoluzionato la sinistra in Spagna. Era la metà di gennaio del 2014 quando nel teatro del Barrio di Lavapiés si lanciava il manifesto Mover ficha. Alle Europee del maggio successivo Podemos otteneva oltre un milione di voti e mandava a Bruxelles cinque deputati. La politica spagnola cambiava di colpo, il bipartitismo scricchiolava e la speranza di un cambiamento con la vittoria delle sinistre era reale in quei mesi.

Poi venivano le comunali del maggio 2015 con la conquista delle grandi città, le elezioni generali del successivo mese di dicembre, la ripetizione dell’estate 2016… Podemos otteneva oltre cinque milioni di voti. Molti, anche se le speranze erano maggiori. Infine, l’arrivo del socialista Pedro Sánchez al governo, dopo la mozione di sfiducia a Rajoy dello scorso mese di giugno, e il ruolo cruciale di Podemos in tutta l’operazione, con un occhio rivolto a Lisbona.
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Il processo ai politici catalani: il caso speciale 20907/2017

di Fulvio Capitanio

Tra pochi giorni si avvierà a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017: non un caso qualunque, bensì un processo probabilmente destinato a segnare la storia europea contemporanea. Si tratta infatti del processo contro i prigionieri politici catalani. Perché sono in prigione preventiva da oltre un anno sei membri del deposto governo della Catalogna, la Presidente del Parlamento e due presidenti di associazioni civiche?

Per costoro il pubblico ministero ha formulato richieste di pena che vanno dagli 11 ai 25 anni di carcere. Come si spiega una richiesta di pene corrispondenti a quella di un omicidio? È giustificata una prigione preventiva così lunga e in che misura vengono lesi diritti umani, civili e politici delle persone imprigionate?

Inoltre vi sono altri sette politici catalani in esilio in Belgio, Svizzera e Regno Unito, spesso impropriamente definiti come “fuggitivi”, mentre invece hanno una residenza nota e sono liberi di circolare ovunque fuorché in Spagna, per i quali il giudice istruttore ha emesso ben due ordini di cattura internazionali. Entrambe le volte lo stesso giudice ha ritenuto opportuno annullare l’ordine di cattura.
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Barcellona, il consiglio dei ministri in trasferta e le proteste del movimento per la Repubblica

di Stefano Portelli

Con la giornata di venerdì, 21 dicembre, il movimento indipendentista catalano ha dimostrato di avere ancora una grande forza di mobilitazione di base, e soprattutto di non essere facilmente manovrabile dalla sua stessa élite. Per la prima volta in quarant’anni, il consiglio dei ministri spagnolo ha deciso di riunirsi a Barcellona: ufficialmente, come segno di distensione del nuovo governo socialista verso la questione catalana; in pratica, trasmettendo un messaggio autoritario molto simile a quelli del governo precedente.

La città militarizzata, con l’invio di migliaia di agenti da altre parti della Spagna, ricordava il referendum del 1° ottobre 2017. Tutta la parte di litorale intorno al palazzo della Llotja, dove si svolgeva l’incontro, era una “zona rossa”, come nei vertici degli anni Novanta. Il governo socialista ha portato a Barcellona le stesse brigate antisommossa responsabili delle peggiori violenze del 1° ottobre. Strano modo di dimostrare distensione.

Esattamente un anno prima, il 21 dicembre 2017, il governo spagnolo aveva costretto i catalani a votare di nuovo, dopo aver sciolto il parlamento eletto. La scelta di questa data per il nuovo vertice, quindi, non poteva che rappresentare una provocazione per il movimento catalano: dopo la pesante repressione al referendum, dopo l’arresto dei deputati, le minacce al presidente Puigdemont (anche di morte) che lo spinsero all’esilio, che bisogno c’era di celebrare questo incontro in Catalogna, proprio ora? Soprattutto con i prigionieri politici catalani ancora in attesa di processo, alcuni dei quali in sciopero della fame.
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