Sovranità nazionale, pace e giustizia sociale

di Alessandro Somma Alcune recenti pubblicazioni indicano l’affiorare di un filone letterario in controtendenza rispetto alla vulgata per cui la sovranità costituisce un concetto “odioso perché presuppone uno stare sopra” e dunque implica “subordinazione” [1]. Non è ancora un filone dai tratti particolarmente definiti, e tuttavia l’indicazione che se ne ricava è sufficientemente univoca: nella […]

Ma che razza di gente

di Marco D’Eramo

È una tragedia che fa ridere e insieme una farsa che fa piangere l’Italia quale emerge dal libro di Leonardo Bianchi, La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento (Minimum Fax, Roma 2017, pp. 362, 18 €). Lo sguardo di Bianchi sulle rivolte, le imprecazioni, i furori che hanno scosso il nostro paese negli anni recenti è quello di un fotografo in modalità macro, che descrive i fenomeni con l’attenzione al dettaglio con cui si scatta a un petalo di margherita o a una zampa d’insetto.

Per Leonardo Bianchi i protagonisti della recente storia d’Italia non sono (o non sono tanto) i Berlusconi, i Grillo, i Renzi, ma i “capipopolo”, reali, virtuali o autodichiaratisi tali, che sprizzano fuori dall’anonimato, conquistano un seguito – sulla stampa ma molto più spesso in rete e sui social -, finché le luci della ribalta li abbandonano ripiombandoli nella loro grama quotidianità per illuminare un altro capopopolo.

I movimenti che Bianchi descrive e racconta sono quelli dei Forconi, degli anti-immigrati, dei crociati anti-gender, degli oltranzisti cristiani, dei fanatici del complottismo, degli anti-vaccini, della tolleranza zero vero i rapinatori, delle ronde di vigilantes volontari, dell’antipolitica.
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Il razzismo perverso della borghesia

di Giulia D’Agnolo Vallan

Nell’improbabile punto d’incontro tra Indovina chi viene a cena, The Stepford Wives e White Dog di Samuel Fuller, è nata una stella. Si chiama Jordan Peele, è un newyorkese di ventotto anni, cresciuto alla scuola della demenziale Mad TV e di Comedy Central e, finora, noto soprattutto per la serie comica Key and Peele in cui, tra gli altri personaggi, interpretava un Barack Obama in difficoltà quando doveva dire come si sentiva veramente. Fortunatamente, al suo fianco, ad aiutarlo ad esprimersi, c’era Keegan-Michael Key (il co-creatore della serie) nei panni di Luther, “traduttore ufficiale della rabbia” del presidente.

“Non hai niente di cui preoccuparti, caro”, risponde Rose di fronte all’inquietudine di Chris. “I miei sono magnifici. Apertissimi. Se fosse stato possibile papà avrebbe votato per Obama per la terza volta. Vedrai”.

Lui neurochirurgo, lei psichiatra, i coniugi Armitage (Bradley Whitford e Catherine Keener) sono in effetti molto gentili e apparentemente ansiosi di far sentire Chris il più a suo agio possibile. Persino troppo. La scelta geniale di Jordan Peele, infatti, è quella di non affondare i denti nella preda facile, scontata, del razzismo redneck, confezionato per la caricatura, ma nelle carni più insospettabili (e, si vedrà, molto più perverse) della borghesia colta e liberal.
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Ha vinto una nuova idea di società

a-no

di Francesco Gesualdi

Onore al popolo italiano che nonostante la propaganda martellante, fatta di bugie banalizzazioni, paure, ricatti, ha saputo respingere il tentativo di stravolgimento costituzionale tanto caro al mondo degli affari. Hanno cercato in tutti i modi di spingere gli italiani a barattare la Costituzione per un piatto di lenticchie, ma il voto espresso a così larga maggioranza è un messaggio chiaro che la sovranità popolare non è in vendita.

Ora le forze politiche dovranno tenerne conto e cambiare la legge elettorale affinché tutte le espressioni presenti nel paese possano essere rappresentate in Parlamento nella stessa proporzione. Ogni altra soluzione è una manipolazione della democrazia.

Alla lettera democrazia significa comando di popolo, ma nella nostra Costituzione assume il significato più vasto di difesa del popolo. Lo dice così bene nell’articolo tre quando recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
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Il “socialismo realizzato” e la sua degenerazione: successi e fallimenti della transizione verso una società più giusta

Sinistra

di Valerio Romitelli

Dall'”utopia” alla “scienza”. Questa, la arcinota formula di Engels a proposito di ciò che egli nel 1880 riteneva fosse l’avvenire del socialismo, inteso come militanza politica dedita a rendere possibile la transizione verso il comunismo. O comunque verso una società più giusta. Da allora in poi due sono state le esperienze storiche maggiori che si sono compiute in nome del socialismo.

Una è stata quella della socialdemocrazia originariamente a modello tedesco, la quale si è diffusa nel mondo tramite la Seconda Internazionale: un’esperienza, questa, che si è praticamente estinta con la prima guerra mondiale, ma che è poi risorta in seguito, per avere infine il suo momento di successo maggiore nel secondo guerra, segnatamente nell’Europa di quelli che si sono chiamati i “trent’anni gloriosi”o l'”età d’oro” del capitalismo. Ciò che ha reso così singolare questa epoca tra il ’45 e il ’75 sono state infatti anzitutto le politiche di welfare aventi tra i primi promotori i partiti socialdemocratici all’interno della maggior parte dei paesi capitalisti, dentro e fuori il vecchio continente.

Allora in effetti fin dalla bocca di un ministro inglese potevano uscire motti, oggi inimmaginabili, come “dalla culla alla bara”: tale era infatti il livello al quale, secondo il laburista Beveridge, dovevano spingersi le politiche sociali dello Stato britannico all’uscita dalla seconda guerra mondiale. Salari alti, scolarizzazione e assistenza sociale di tipo universalistico, infoltimento del ceto medio sono stati notoriamente alcuni dei maggiori effetti positivi di questa straordinaria stagione tra il ’45 e il ’75, foriera a livello globale di un grado di giustizia sociale senza precedenti, né seguiti.
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Sinistra

Bologna: il 9 e il 10 gennaio un “world cafè” per la sinistra

di Guido Viale

Dopo il ventennio berlusconiano e tre governi nominati, un parlamento eletto con una legge illegittima vara riforme che stravolgono l’ordinamento dello Stato, colpiscono i diritti dei lavoratori, la scuola, la gestione del territorio, i beni comuni, i diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione a partire dal ripudio della guerra. Si stanno chiudendo le finestre della democrazia sia formale che sostanziale, non c’è più tempo per tergiversare. L’autoritarismo non è più strisciante, ma è ormai conclamato.

Mentre la politica si avvita praticando, in varie versioni, il cosiddetto «pensiero unico» neoliberista, che coincide con la privatizzazione di tutto l’esistente, un mondo operoso e attento ignorato dall’informazione e dalle istituzioni, se non apertamente combattuto, lavora da tempo sottotraccia per cercare di cambiare le proprie vite e il Paese.

Che fare?

La gravità della situazione in cui la politica, in tutte le sue versioni, risulta incapace di una visione rivolta all’interesse collettivo anziché a quello delle solite lobby con cui è irrimediabilmente compromessa, ci induce a cercare insieme risposte creative ed originali, in grado di avviare, attraverso un dialogo concreto con quelle parti della società in cui ciascuno di noi è immerso, un percorso virtuoso e onesto per ricostituire condizioni di vita accettabili per tutti. È un proposito molto ambizioso, ma realistico: milioni di persone in Italia, in Europa e nel mondo stanno operando con lo stesso intento e il nostro non sarà che un contributo a un disegno comune.
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Ossa rotte, eppur bisogna andare: i video della presentazione del libro di Rossana Rossanda / 1


Introduzione di Mauro Chiodarelli e Doriana Ricci legge l’intervento di Rossana Rossanda


Intervento di Nadia Urbinati – Prima parte


Intervento di Nadia Urbinati – Prima parte

di Roberto Bonezzi

Bologna, 13 Gennaio. Entrando alla Feltrinelli di Via Rizzoli, tutto sembra come al solito, ma vengono voci dal sottoscala: la sala sotteranea è piena di gente. Con l’associazione il Manifesto in rete stiamo presentando il libro di Rossana Rossanda “Quando si pensava in grande”, edito da Einaudi. Il libro è una collezione di venti interviste fatte da Rossanda, nell’arco di più di un trentennio, ai maggiori dirigenti e intellettuali della sinistra mondiale. Il fatto che si parta da Sartre, Althusser e Allende e si finisca con D’Alema e Bertinotti dà già l’idea che qualcosa, nella storia della sinistra, sia andato terribilmente storto.
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Piazza Tienanmen - Foto del Fatto Quotidiano

Potere e società in Cina: la questione uigura tra l’attentato di Pechino e la storia del Paese / 2

di Angela Pascucci

(Per leggere la prima parte dell’articolo)

Il conflitto è storia antica eppure Pechino non ha lesinato i finanziamenti per lo sviluppo della Regione autonoma uigura del Xinjiang (questo il nome ufficiale) soprattutto dalla fine degli anni ’90, quando viene lanciato il programma di sviluppo del “Grande Ovest”. La Regione ha sempre più per la Rpc un enorme valore strategico, ricca com’è di risorse energetiche e collocata in una posizione, nel cuore dell’Asia centrale, che la rende imprescindibile per tutte le rotte di comunicazione e di trasporto di gas e petrolio dal Medioriente e dalle regioni circostanti.

Per non parlare degli ambiziosi progetti di farne una punta di diamante dell’innovazione e dell’eccellenza tecnologica rivolta verso un’area economica e geopolitica che oggi più che mai costituisce una cerniera fondamentale fra Europa ed Asia. In questo teatro, anche solo l’ombra di una rivendicazione di indipendentismo manda in bestia Pechino che, sull’onda dell’11 settembre e della conseguente lotta al terrorismo, ha chiesto e ottenuto la messa al bando internazionale delle organizzazioni uigure che più minacciavano la sua presa sulla Regione all’estremo confine occidentale. Incluso il Movimento islamico per il Turkestan orientale oggi sotto accusa.

La questione del Xinjiang non gode della simpatia occidentale quanto, ad esempio, quella tibetana. L’abbattimento delle due torri, l’acuirsi della questione islamica non ne hanno migliorato l’attrazione ed è su questo terreno che Pechino pretende il sostegno internazionale, infuriandosi quando, come è accaduto nei giorni scorsi, invece di ricevere solidarietà i media internazionali mettono in dubbio la sua politica nella regione occidentale. (Ed effettivamente se le logiche che guidano la cosiddetta comunità internazionale sono quelle che oggi prevalgono, scardinando ulteriormente il mondo, dal suo punto di vista ha ragione a farlo).
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Piazza Tienanmen - Foto del Fatto Quotidiano

Potere e società in Cina: la questione uigura tra l’attentato di Pechino e la storia del Paese / 1

di Angela Pascucci

Non si erano ancora spenti gli echi dell’attentato a piazza Tiananmen quando, mercoledì 7 novembre nell’ora di punta mattutina, una serie di ordigni è esplosa a distanza ravvicinata nei pressi della sede del Partito comunista provinciale di Taiyuan, la città più popolosa della provincia settentrionale dello Shanxi (250 miglia a sud ovest di Pechino). Un morto e otto feriti il primo, forse approssimativo, bilancio delle vittime. Pare che le bombe fossero collocate dentro alcune fioriere ai lati della via su cui si trova l’edificio governativo e fossero di fattura rudimentale, a giudicare delle sfere di metallo e dai chiodi proiettati tutt’intorno dalle deflagrazioni.

Una ventina di auto parcheggiate davanti alla sede del Pcc sono rimaste seriamente danneggiate dagli ordigni che secondo alcune testimonianze sarebbero stati almeno sette. Nulla si sa ancora, né degli autori né delle motivazioni. Ma un articolo del quotidiano inglese The Telegraph riportava giovedì le testimonianze anonime di alcuni abitanti che parlano di continue proteste, piccole e grandi, davanti al simbolico edificio. A Taiyuan si registra una diseguaglianza dei redditi fra le più alte del paese e il quotidiano britannico parla dell'”oscena ricchezza” esibita dai tycoon del carbone della zona, mentre pare abbiano suscitato enorme rabbia le demolizioni ordinate dal nuovo sindaco per costruire un’autostrada.

Se questo è il combustibile che ha acceso la rabbia probabilmente poco altro si saprà ancora di questo nuovo, inquietante attacco diretto con tutta evidenza a un simbolo del potere. Invece l’attentato che il 28 ottobre scorso ha sconvolto Tiananmen, la piazza più simbolica e sorvegliata della Cina, provocando la morte di 5 persone e ferendone una quarantina, non ha più misteri per le autorità cinesi, arrivate in meno di una settimana a queste conclusioni: sul suv Mercedes andato a schiantarsi e incendiarsi contro le transenne della via pedonale sotto il ritratto di Mao, all’ingresso della Città proibita, c’erano tre attentatori uiguri in singolare formazione familiare, un uomo, sua moglie e sua madre, tutti morti nello schianto, tutti originari della provincia in ebollizione del Xinjiang; il commando arrivato da alcuni giorni a Pechino dalla lontana regione ai confini nord occidentali del paese era in realtà composto da otto persone, cinque delle quali hanno lasciato la capitale prima dell’attentato, ma sono state in seguito arrestate nel loro luogo di origine, la città di Hotan, nel sud a maggioranza uigura della provincia; il Movimento islamico del Turkestan orientale è l’organizzazione terroristica maggiormente sospettata di aver istigato l’attacco ai luoghi simbolo del potere cinese (a fianco della città proibita si trova Zhongnanhai, la cittadella dove vivono i vertici del partito e dello stato, e sulla piazza, che ha al suo centro il mausoleo di Mao, si affaccia anche la sede dell’Assemblea nazionale del popolo).
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Filosofia - Foto di Sam Moorhouse

Il bisogno umano di fare filosofia

di Ermelinda Valentina Di Lascio

La soluzione del problema che vedi nella vita è
un modo di vivere che fa scomparire ciò che è problematico.

L. Wittgenstein, MS 118, 17r-17v (27.8.1937)

Di mestiere faccio la filosofa o, più precisamente, la storica della filosofia antica greca e romana. Come tale, anche quando mi ritrovo in compagnia di amici che non appartengono alla cerchia accademica parlo spesso di filosofia. La reazione della maggior parte di essi tradisce la loro percezione della filosofia come di una disciplina esclusivamente accademica; se ne dicono affascinati e ricordano, con un briciolo di malinconia, i tempi della scuola quando si potevano permettere di dedicare parte del proprio tempo a vane speculazioni metafisiche o ontologiche, ma giudicano la segregazione della filosofia dalla società odierna e la sua esclusiva relegazione all’accademia come giustificata essendo la filosofia priva, a loro avviso, di qualsiasi risvolto pratico attuale.

In tali occasioni, ad un certo punto, vengo invitata a porre fine ai discorsi di stampo filosofico, e si passa a parlare di altro, di temi cari a tutti i presenti. Parliamo, tra altre cose, della nostre frustrazioni, insoddisfazioni, conflitti interiori, di traguardi di vita che vorremmo raggiungere o che ci rammarichiamo di non aver raggiunto. Parliamo di arte, di religione, di politica. Abbiamo spesso opinioni divergenti e l’esito della conversazione lascia ognuno della propria idea, ma capita anche che ci sia chi si dica persuaso dell’idea di qualcun altro.

Ebbene, ciò che i miei amici ignorano è che su tutti gli argomenti oggetto delle nostre chiacchierate i filosofi antichi hanno riflettuto, avanzato risposte; difatti ciò di cui non si accorgono è che non siamo passati a parlare di ‘altro’, che io–pur non chiamando in causa nomi celebri–non ho smesso di parlare di filosofia e che loro stessi si sono cimentati in una sorta di esercizio filosofico.
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