Rosa Luxemburg e la rivoluzione impossibile

di Fabio Ciabatti In un periodo come quello attuale in cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo può essere utile riprendere le parole di Rosa Luxemburg a proposito della rivoluzione: “Non esiste nulla di più inverosimile, di più impossibile, di più fantasioso di una rivoluzione un’ora prima che […]

Gramsci dietro una pila di libri. E nacque la cultura socialista

di Massimo Novelli “Questo foglio esce per rispondere a un bisogno profondamente sentito dai gruppi socialisti di una palestra di discussioni, studi e ricerche intorno ai problemi della vita nazionale e internazionale”. Così comincia “Battute di preludio”, l’editoriale non firmato, ma redatto o ispirato da Antonio Gramsci, del primo numero del giornale L’Ordine Nuovo. La […]

Lunga vita alla Lega di Cultura Popolare di Piadena, lunga vita al Micio, lunga vita a Giuseppe

di Enrico Pugliese

Possedendo una piccola parte dei volumi che hanno registrato nel corso degli anni il lavoro politico e culturale della Lega mi sono fatto “un ripasso”. E – leggendo l’intervista introduttiva di Peter Kammer al Micio e a Giuseppe – mi sono venuti diversi pensieri non coordinati tra di loro tranne che per il nesso con l’esistenza e la storia della Lega.

Parto da alcune cose dette nell’intervista. La prima è l’affermazione del Micio da me profondamente condivisa: “dire e non dire non è la stessa cosa”. Naturalmente molto dipende da chi dice. Il diritto a dire è riconosciuto nelle società liberali. Una volta a Londra c’era un posto nel parco cittadino più importante l'”Hyde park corner” dove c’era sempre qualcuno che in piedi su di uno sgabello parlava mentre una piccola folla stava ad ascoltarlo. Spesso si trattava di gente un po’ matta, ma non sempre. Ma il Micio non appartiene a questa categoria: il diritto di parola, la sua legittimità gli deriva dalla sua storia – che, per altro, è alla base delle cose che dire. Dire non è inutile perché una traccia resta sempre, perché per dire bisogna riflettere, perché qualcuno ti ascolta. E se nessuno ti ascolta ti aiuta a riflettere sul perché non ascoltano.
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Il socialismo del XXI secolo: uno sguardo critico, ma non troppo

Il socialismo del XXI secolo: le rivoluzioni populiste in Sudamerica di Luca Lezzi e Andrea Muratore
Il socialismo del XXI secolo: le rivoluzioni populiste in Sudamerica di Luca Lezzi e Andrea Muratore
di Luca Mozzachiodi

Questa è a conti fatti una storia, una storia dell’America Latina nell’ultimo quarto di secolo, vale a dire più o meno dal disastro dei governi di destra, che si insediano e propugnano politiche liberiste in quasi tutto il continente all’inizio degli anni Novanta, attraverso la decade dorata 2003-2013 che vede affermarsi molti governi con posizioni progressiste quando non apertamente rivoluzionarie all’attuale prospettata rimonta dei liberali; le categorie chiave scelte dagli autori sono tra le più controverse oggi: il socialismo del XXI secolo e il populismo.

Si tratta in entrambi i casi di fenomeni di difficile definizione, il primo pare essere anche una conseguenza del secondo, si tratta cioè di un socialismo che ha spostato il suo nucleo fondamentale dalla collettivizzazione a seguito di un fisiologico conflitto tra classi, a una redistribuzione di mezzi e poteri a seguito di precedenti sperequazioni, tramite una lotta che spesso in quei paesi ha coloritura e respiro nazionalistico e che viene presentata e in parte condotta come “la lotta di tutti gli oppressi contro tutti gli oppressori”.

Naturale dunque che di conseguenza i socialisti del XXI secolo siano anche i populisti del XXI secolo, dove per populismo bisogna intendere non la demagogia ma uno schema interpretativo semplificatorio dei rapporti politici che pone da una parte il popolo, portatore di diritti, virtù e salute, dall’altra i suoi nemici esterni ed interni allo stato, generalmente portatori di interessi, sopraffazione, corruzione. Il populismo è, per eccellenza, la mistica politica dell’indistinto, una potente arma di rappresentazione mitica.
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Yours for the Revolution: “Il tallone di ferro” di Jack London

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di Valerio Evangelisti

La Nova Delphi Libri ha appena pubblicato, in una nuova traduzione di Andrea Aureli, Il tallone di ferro di Jack London (pp. 368, € 14,00). Questa è la mia introduzione al volume.

Ai partigiani italiani, durante la Resistenza, i comandi suggerivano una serie di letture da fare nei momenti di pausa, tra un’azione e l’altra. Tra i libri consigliati non mancava mai Il tallone di ferro di Jack London, spesso associato a La madre di Gorki. Una sorta di scuola quadri letteraria.

E’ solo uno dei segni della straordinaria fortuna del romanzo, fin dal momento della sua pubblicazione, nel 1907. Nel giro di pochi anni era già tradotto in una quantità di lingue, e conosceva ristampe che si sarebbero moltiplicate fino ai giorni nostri. Eppure non è l’opera migliore di London: ha parti fortemente didascaliche, le psicologie sono appena abbozzate, a eccessi di dialoghi dal ritmo di un catechismo incalzante succedono capitoli di frettolosa narrazione dei fatti.

Cosa fa, dunque, de Il tallone di ferro un libro formidabile, capace di passare da generazione a generazione? London lo scrisse, secondo la testimonianza della figlia Joan, dopo la sconfitta della rivoluzione russa del 1905, e perché allarmato dal moderatismo crescente che stava impregnando il Partito socialista americano, cui apparteneva. Intendeva divulgare in forme accessibili i principi fondamentali del marxismo, e specialmente della sua variante rivoluzionaria. Quella a cui aveva aderito nel 1896, quando si era iscritto all’intransigente Socialist Labor Party di Daniel De Leon.
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Socialismo e imprese cooperative: un connubio ancora possibile?

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di Gianfranco Sabattini

In un articolo apparso sul n. 116/2015 di “Studi Economici”, Gaetano Cuomo (“Imprese cooperative e democrazia economica”), recensendo un saggio di Bruno Jossa (“Un socialismo possibile. Una nuova visione del marxismo”), afferma che la tesi di quest’ultimo “sul socialismo possibile può apparire a prima vista come un contributo tutto interno al dibattito marxista sull’attualità del socialismo e sulle forme che esso dovrebbe assumere alla luce di quanto è accaduto a partire dalla caduta del muro di Berlino”. Ciò, però, a parere di Cuomo, sarebbe solo un aspetto del contenuto del saggio di Jossa, in quanto ad esso sotteso vi sarebbe una “parte del dibattito teorico che, nell’ultimo secolo, ha impegnato gli economisti sulla compatibilità tra mercato e socialismo e sulla teoria economica dell’impresa autogestita o cooperativa”.

Su questo tema si sono impegnato molti economisti, tra i quali risalta il nome del premio Nobel James Meade; questo economista, nella sua “opera summa” sull’argomento (“Agathotopia: l’economia di compartecipazione”), a differenza di molti altri economisti che, impegnati nel dibattito marxista, sostengono la realizzabilità di istituzioni perfette per cittadini perfetti, propone, la realizzazione di un “buon posto in cui è conveniente vivere” (traduzione etimologica di Agathotopia), all’interno del quale risolvere “al meglio” il problema distributivo del prodotto sociale che il socialismo burocratico ed accentratore, ma anche il libero mercato del capitalismo, non sono riusciti a risolvere.
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Il “socialismo realizzato” e la sua degenerazione: successi e fallimenti della transizione verso una società più giusta

Sinistra

di Valerio Romitelli

Dall'”utopia” alla “scienza”. Questa, la arcinota formula di Engels a proposito di ciò che egli nel 1880 riteneva fosse l’avvenire del socialismo, inteso come militanza politica dedita a rendere possibile la transizione verso il comunismo. O comunque verso una società più giusta. Da allora in poi due sono state le esperienze storiche maggiori che si sono compiute in nome del socialismo.

Una è stata quella della socialdemocrazia originariamente a modello tedesco, la quale si è diffusa nel mondo tramite la Seconda Internazionale: un’esperienza, questa, che si è praticamente estinta con la prima guerra mondiale, ma che è poi risorta in seguito, per avere infine il suo momento di successo maggiore nel secondo guerra, segnatamente nell’Europa di quelli che si sono chiamati i “trent’anni gloriosi”o l'”età d’oro” del capitalismo. Ciò che ha reso così singolare questa epoca tra il ’45 e il ’75 sono state infatti anzitutto le politiche di welfare aventi tra i primi promotori i partiti socialdemocratici all’interno della maggior parte dei paesi capitalisti, dentro e fuori il vecchio continente.

Allora in effetti fin dalla bocca di un ministro inglese potevano uscire motti, oggi inimmaginabili, come “dalla culla alla bara”: tale era infatti il livello al quale, secondo il laburista Beveridge, dovevano spingersi le politiche sociali dello Stato britannico all’uscita dalla seconda guerra mondiale. Salari alti, scolarizzazione e assistenza sociale di tipo universalistico, infoltimento del ceto medio sono stati notoriamente alcuni dei maggiori effetti positivi di questa straordinaria stagione tra il ’45 e il ’75, foriera a livello globale di un grado di giustizia sociale senza precedenti, né seguiti.
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Il Sole dell'Avvenire

Il sole dell’avvenire, attraverso il fascismo e la Resistenza

di Luca Cangianti

È uscito Nella notte ci guidano le stelle, il terzo e ultimo volume del Sole dell’Avvenire (Mondadori Strade Blu), l’imponente trilogia inaugurata da Valerio Evangelisti con la pubblicazione del primo volume nel 2013 (“Vivere lavorando o morire combattendo”), al quale è seguito nel 2014 il secondo (“Chi ha del ferro ha del pane”). La saga narra le vicende di alcune famiglie romagnole e costituisce un unico romanzo, anche se ogni singolo volume può esser letto autonomamente. La narrazione parte con l’Italia post-risorgimentale e arriva fino al secondo dopoguerra.

I protagonisti del nuovo volume sono tre e a ognuno di essi è dedicata una parte specifica del libro. Spartaco, “Tito”, Verardi è un ex legionario fiumano, un fascista della prima ora. È un villain drammaticamente scisso: ama i genitori che sono socialisti, ma ne è respinto; è progressivamente deluso dal fascismo – che da strumento della “rivoluzione” dei produttori contro il “parassitismo” si evolve in braccio armato dei grandi proprietari terrieri – ma non riesce a separarsene; odia i socialisti e la “plebaglia rossa interessata solo ai problemi alimentari”, ma ha una segreta ammirazione per Lenin.

Grazie alla psicologia profonda e oscura di questo personaggio riviviamo contropelo la tragedia degli anni venti, con un partito socialista prima forza parlamentare, ma completamente imbelle di fronte alla distruzione delle istituzioni proletarie (camere del lavoro, leghe di resistenza, cooperative, case del popolo). I dirigenti socialisti assistono ai pestaggi e agli omicidi che umiliano operai e contadini ridando forza ai ceti benestanti, ma sostengono la tesi dell’ondata che passa, del “coraggio della viltà”.
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Bulgaria e Bosnia-Erzegovina - Foto di Amisnet

Tra proteste e conservazione: il caso di Bulgaria e Bosnia-Erzegovina

di Jacopo Custodi

Nel mese di febbraio la Bosnia-Erzegovina fu improvvisamente attraversata da numerose e partecipate proteste che arrivarono sugli schermi di tutto il mondo e sembrarono segnare un punto di svolta nella storia del paese. L’evento appariva ancora più interessante in quanto avveniva in un paese post-socialista, rompendo la tradizionale diffidenza della popolazione verso le manifestazioni di piazza. Le proteste furono diffuse e prolungate, mosse da un’ostilità verso la corruzione, la mala politica e i disastrosi programmi di privatizzazione messi in campo dagli ultimi governi, e assunsero una chiara dinamica di classe, in quanto composte prevalentemente da lavoratori, disoccupati e studenti.

In varie città nacquero assemblee spontanee basate sulla democrazia diretta, chiamate plenum, con dinamiche che portarono alcuni analisti a paragonarle ai Soviet della Russia prerivoluzionaria. Inoltre le mobilitazioni, anche se concentrate più nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina e meno nella Repubblica Srpska (le due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina), furono indipendenti dalle tensioni etniche che attanagliano il paese fin dalla sua nascita.

Otto mesi dopo, esattamente il 12 ottobre 2014, si sono tenute le elezioni politiche e, senza nessuno stravolgimento politico che le proteste di febbraio avevano fatto ipotizzare, ha prevalso l’istinto di conservazione: sia i grandi partiti nazionalisti delle rispettive comunità etniche sia i gruppi di potere che hanno governato il paese negli ultimi 20 anni sono rimasti al loro posto, lasciando un paese diviso e immobile, come spiega Matteo Tacconi analizzando dettagliatamente i risultati elettorali.
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Cgil - Foto di Gianfranco Goria

Il congresso della Cgil e gli interrogativi di difficile soluzione

di Riccardo Terzi

Sul congresso della Cgil si addensano molteplici e complessi interrogativi, di difficile soluzione, e sarebbe del tutto illusorio sperare in una loro definitiva chiarificazione. Il congresso non può che essere un momento di passaggio, di assestamento provvisorio, e non si vedono all’orizzonte decisioni strategiche che siano davvero innovative.

Ma ciò non significa affatto che sia solo un congresso di routine, perché è assai importante capire se si vuole aprire una riflessione critica, a tutto campo, o se all’inverso ci si chiude in una logica di autoconservazione. Tutto dipende, quindi, dalla soggettività e dall’intenzionalità dei gruppi dirigenti, ai vari livelli, e l’esito non è affatto scontato. Può essere l’avvio di un nuovo cammino di ricerca, o può essere solo il rituale di una vuota autocelebrazione. Non so dire, allo stato attuale, quale sarà l’impronta conclusiva, e comunque non mi pare affatto scongiurato il pericolo di un arroccamento burocratico.

Il fatto positivo è che nel corpo vivo dell’organizzazione, a giudicare almeno dai numerosi congressi territoriali dello Spi a cui ho partecipato, c’è una forte tensione politica e una domanda di chiarezza strategica, senza che la discussione collettiva venga imbrigliata secondo vecchie logiche di schieramento. Le domande ci sono tutte, anche quelle più scomode e impegnative, e le risposte sono affidate ad una libera discussione democratica.
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