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Stefano Rodotà: l’uomo della crescita civile della democrazia e dei diritti

di Sergio Caserta

Stefano Rodotà ci ha lasciati, da tempo malato aveva combattuto l’ultima vittoriosa battaglia per la Costituzione lo scorso 4 dicembre, quando una valanga di No, ricacciò indietro il progetto renziano (e dei poteri forti) di sovvertimento dell’equilibrio tra i poteri dello Stato per instaurare il regime di un partito ed un uomo solo al comando.

Aveva purtroppo perso la penultima, quando c’illudemmo che uno scatto d’orgoglio repubblicano e l’entusiasmo popolare lo potessero condurre alla più alta carica dello Stato, di cui resta per milioni d’italiani il candidato ideale. La foto del 1976 che lo ritrae ad un comizio del Pci con alle spalle Enrico Berlinguer (ma di fianco Giorgio Napolitano) richiama alla memoria il periodo forse più alto della vicenda politica italiana dal dopoguerra: gli anni della crescita civile impetuosa della democrazia e dei diritti nel nostro arretrato Paese.

Rodotà era esponente di primo piano del movimento dei cosiddetti indipendenti di sinistra, personalità insigni del mondo della cultura, delle scienze, della ricerca che s’impegnarono, oggi si direbbe cacofonicamente “scesero” in politica, al fianco del Pci, per sostenere i programmi, quelli si, di riforme che il piu’ grande partito della sinistra all’opposizione propugnava in Parlamento e nel Paese.

“Una nuova sinistra a due cifre o avremo fallito”

Sinistra

dell’Agenzia Dire

“Non siamo qui per rifare una lista arcobaleno, ma qualcosa di nuovo e più grande. Una vasta unione che sorga fuori dai partiti tradizionali. Una grande coalizione civica di sinistra per l’attuazione della Costituzione”. È Tomaso Montanari ad aprire l’assemblea di ‘Democrazia e uguaglianza’ convocata al teatro Brancaccio: una assise nata da un appello per l’unità della sinistra che lui e Anna Falcone hanno firmato qualche settimana fa.

“Il nostro obiettivo finale rimane la costruzione di una sola lista a sinistra- spiega- Oggi siamo piccoli, ma Davide può rovesciare Golia, come è successo il 4 dicembre. Di fronte a un leader senza popolo, noi siamo un popolo che non cerca leader”. Non è l’unico attacco a Matteo Renzi.

Nei 40 minuti di discorso, Montanari riserva numerose stoccate al segretario del Pd, raccogliendo sempre le ovazioni della platea: “Pensiamo che il Pd sia ormai un pezzo della destra. Una destra non sempre moderata – attacca a un certo punto tra i boati di approvazione del pubblico – con cui nessuna alleanza è possibile. Noi siamo una forza radicalmente alternativa al Pd”.

Una nuova sinistra per l’eguaglianza

di Anna Falcone e Tomaso Montanari

Siamo di fronte a una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame.

La grande questione del nostro tempo è questa: la diseguaglianza. L’infelicità collettiva generata dal fatto che pochi lucrano su risorse e beni comuni in modo da rendere infelici tutti gli altri. La scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: “È pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo?” Noi pensiamo che non ci sia altra scelta.

E pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità. Per far questo è necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare. Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito democratico – purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista – e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale.

La rivoluzione di Macron: il mare degli astenuti, il disastro della sinistra

di Bruno Giorgini

La rivoluzione di Macron. Dal punto di vista della presa del potere con le recenti elezioni politiche si è compiuta. Dopo il potere presidenziale, Macron ha ottenuto anche il potere legislativo assicurandosi una ampia maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale, il parlamento. Le forze che potevano prefigurare una opposizione significativa giacciono sbaragliate ai lati della strada che segna il percorso trionfale del neo Presidente della Republique.

Il FN s’arrovella con un pugno di deputati possibili; i Repubblicani, che si volevano gli eredi di De Gaulle, sono ridotti ben sotto il centinaio e paiono in piena depressione politico psicologica coi loro leader screditati che palesemente non contano nulla; i socialisti ripongono le gloriose bandiere negli armadi, apprestandosi a licenziare i loro funzionari e a cambiare sede, insomma smobilitano con qualche decina di deputati se va bene. Infine la sinistra sinistra di Mélenchon, la France Insoumise, dal 19% delle presidenziali è tornata all’11%, il numero di consensi che l’estrema sinistra raccoglie ormai da un paio di decenni, punto più punto meno. Mentre il Parlamento viene invaso da oltre quattrocento giovani leoni e leonesse dei REM, la Republique En Marche, il nuovo partito che fino a un anno fa non esisteva.

Korsch e Marx: oggi la sinistra rinasce se si riparte dalle origini

di Aldo Tortorella

Sergio Sabattini ha scritto Da un altro tempo. Marx e Engels, la rivoluzione, la Russia (Edizioni Punto Rosso), un libro che è, come dice, il libro di una vita. Una vita spesa bene per i compiti rilevanti e difficili cui ha assolto come militante politico e dirigente comunista, ma anche, come qui possiamo leggere, per questa sua ininterrotta riflessione che ora rende pubblica. Spesso, quando si volge verso l’età più avanzata, si indulge al racconto delle proprie personali memorie. Si tratta di documenti sempre utili sia per i lettori che desiderano informarsi sul tempo passato, sia per gli storici professionali che hanno così modo di paragonare vari punti di vista interni a un medesimo tempo, a medesimi eventi, a medesime esperienze umane. Ma il testo di Sabattini è ben altra e più impegnativa impresa.

È un testo di riflessione storica e teorica, un itinerario dentro la storia e dentro il pensiero di coloro che insoddisfatti del loro presente e del futuro che esso prometteva – come furono gli iniziatori del movimento socialista – si sono sforzati di leggere la intima costituzione della società e dello stato al fine di prospettare un futuro migliore. Le autobiografie hanno bisogno di aprire solo i propri ricordi, per un lavoro come questo bisogna aprire e studiare molti libri per porsi le domande e ancor di più per cercare le risposte.

Un tale faticoso e ininterrotto lavoro, compiuto da chi è stato per tutta la sua vita un politico di professione, è un dato rilevante in se stesso in tempi in cui i politici per primeggiare studiano essenzialmente per farsi attori televisivi e che, qui da noi, acquistano tanto più potere se sono volontari o involontari attori comici.

Se Corbyn sancisce la (definitiva) morte del blairismo

di Giacomo Russo Spena

Come dimenticarsi delle reazioni Pd dopo la vittoria di Jeremy Corbyn alle primarie del Labour Party. Una rassegna che lascia pochi dubbi: «Corbyn? La sua elezione a capo del Labour ha reso felici i conservatori», dichiarava Matteo Renzi. «Corbyn rappresenta la certezza che i laburisti non dovranno battersi per il governo almeno fino al 2020, è l’autolesionismo di ritorno di un grande partito che potrà dedicarsi a coltivare in solitudine le fantasiose ricette di Corbyn», rincarava la dose il deputato Andrea Romano. Ma anche molti illustri colleghi si fecero prendere dall’abbaglio politico: «Corbyn è stato eletto da chi si illude nel sogno di un Labour selvaggio e invece perderà a manetta» twittava ad esempio Gianni Riotta. Nel mondo liberal liberista era pensiero comune: Corbyn era un vecchio trombone socialista.

E invece le cose sono andate diversamente. Theresa May forse riuscirà a formare un governo, che più instabile non si può, con una maggioranza risicata e soprattutto dilapidando un vantaggio di 20 punti percentuali. Aveva anticipato il voto convinta del plebiscito popolare non considerando la variabile Jeremy Corbyn. È lui il vero protagonista di questa tornata elettorale in UK con quasi 13 milioni di voti ottenuti. “For the many, not the few”, con un programma radicale nei contenuti che puntava alla lotta alle diseguaglianze è riuscito a rivolgersi agli esclusi della società. Ha ottenuto alti consensi soprattutto tra i giovani e nei quartieri meno abbienti. Ha rappresentato un voto credibile e di rottura dallo status quo sfatando quel mantra che le elezioni si vincono guardando al centro. Anche la sua decennale biografia politica ha sicuramente contato: Corbyn conquista la fiducia della classe lavoratrice perché per trent’anni è stato coerentemente schierato dalla parte giusta.

Facciamo una lista a sinistra del Pd. E non più di una

di Vincenzo Vita

Una lista, non più di una. A sinistra del partito democratico – nelle ormai imminenti elezioni politiche – spazio per avventurose duplicazioni (o peggio) non c’è. Il rischio che numerose aree del disagio e del bisogno siano escluse dalla rappresentanza è altissimo. Al di là dei ceti politici. Il corpo a corpo sembra essersi ristretto, infatti, alla polarità dialettica costituita dal Pd centrista e moderato, nonché dall’eclettico e contraddittorio Mov5Stelle. Interi pezzi di società non si riconoscono in quei poli e ingrossano la vera maggioranza relativa: l’astensionismo.

A parte la destra tuttora divisa tra aziendalisti berlusconiani e sovranisti xenofobi di Salvini, cui però è difficile affidare future magnifiche sorti, la contesa sembra essersi ristretta e rinsecchita. E questo è il problema principale, visto che ampi settori di tradizionale simpatia per la gauche sono già andati a finire nell’imbuto del non-voto o – limitatamente – nel consenso pentastellato. Per mancanza di attendibili alternative. All’origine delle difficoltà sta proprio il forte ridimensionamento di un credibile progetto di e per una sinistra moderna: capace di rilanciare i valori fondamentali della libertà, dell’etica, dell’uguaglianza, del lavoro e della conoscenza: riscritti nella sintassi digitale.

Innanzitutto, dunque, è essenziale ricostruire il filo di culture politiche adeguate, immaginando con creatività contenuti e forme nuovi di organizzazione tra piazze e social, leggendo l’attualità dei conflitti cui non va dato il nome di comodo di “populismi”.

Verso una nuova sinistra: appello per uno schieramento unitario e di cambiamento

Questo appello è stato pubblicato su Change.org. Per firmare, il link è questo.

dell’Associazione il manifesto in rete

Manca meno di un anno (forse pochi mesi) alla scadenza elettorale, il Paese resta in una situazione di stagnazione economica e le condizioni di vita della parte più debole della società peggiorano, soprattutto per i giovani. Dopo il referendum che ha bocciato senza appello il progetto di stravolgimento costituzionale di un uomo solo al comando, il partito democratico totalmente egemonizzato da Renzi, ha assunto definitivamente i connotati liberisti ed uno spiccato orientamento ad allearsi con la destra.

Perdura l’assenza di una forza all’altezza del compito di costruire una prospettiva diversa per il Paese, che non può essere il M5S con le sue incongrue contraddizioni e la sua fisionomia ondivaga che lo rendono, al di là delle intenzioni, non in grado di assicurare un reale cambiamento secondo le attese che ha pur saputo generare.

Solo una forza ancorata al mondo del lavoro, portatrice dei valori costituzionali di democrazia e giustizia sociale, che si ponga l’obiettivo di un riequilibrio delle diseguaglianze, di una rifondazione della comunità europea delle donne e degli uomini e non dei poteri economici e finanziari, che cancelli i vincoli determinati dai trattati in vigore, può rappresentare la vera novità e riaccendere le speranze di un paese più giusto e più prospero.

Cari Civati, Speranza, Pisapia, Acerbo: ricostruiamo la sinistra. Insieme

di Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana

La questione per la sinistra italiana è più semplice di quanto la racconti il dibattito quotidiano. Basterebbe guardare alla realtà piuttosto che affannarsi tra la ricerca di un “federatore”, gli appelli a Matteo Renzi e al PD perché recuperi lo spirito del centrosinistra (basta che sia nuovo) o dell’Ulivo (purché sia almeno 2.0) e il richiamo continuo e quasi salvifico alla mitica cultura di governo da opporre a un fantomatico radicalismo minoritario.

Guardare alla realtà e fare quello che la Politica dovrebbe fare: scegliere da che parte stare. Gli anni che abbiamo alle spalle hanno visto crescere a dismisura la diseguaglianza fino a livelli che solo qualche tempo fa non avremmo nemmeno immaginato. È aumentata la precarietà e il lavoro, anche quello che c’è, per la grande maggioranza è sempre più povero, sottopagato, sfruttato e deprivato di diritti e tutele.

Il sistema formativo, dalla scuola primaria all’università e al comparto della ricerca, ha subito un pesante definanziamento con conseguenze molto concrete: diminuzione degli immatricolati, dei laureati, aumento dell’abbandono scolastico, impoverimento generale della capacità competitiva del Paese. Sono crollati gli investimenti pubblici in nome di austerità e liberismo, lo smantellamento del welfare e l’attacco ai servizi pubblici ha ridotto sensibilmente le possibilità di fette sempre più larghe di popolazione di accedere a diritti fondamentali come sanità e casa. In breve, negli anni della crisi in pochi si sono arricchiti e moltissimi si sono drammaticamente impoveriti.

1917, l’anno in cui tutto è cambiato


di Emanuela Miniati

Si tratta di un’opera storica di notevole valore interpretativo, poiché fissa temi e problemi centrali per la storia occidentale del XX secolo arricchendo e approfondendo la storiografia contemporanea sul rapporto fra Grande guerra e avvento della modernità, avviata dagli studi degli anni Novanta di Paul Fussell ed Eric J. Leed.

Il libro è dedicato al 1917 come anno della “rivoluzione”, intesa come cambiamento radicale, strutturale, e non soltanto nella sua accezione politica. In tal senso il 1917 viene posto dall’autore come anno cruciale nell’ambito di quell’evento-cesura che fu la Grande guerra, come svolta per la transizione dell’Occidente dall’Ancien Régime al “Secolo breve” e alla “Seconda guerra dei Trent’anni”.

Secondo d’Orsi, infatti, con la Seconda guerra non si avvertì più lo stesso senso di discontinuità che caratterizzò invece il 1914-18. La tesi dell’ingresso violento e irreversibile dell’Occidente nella società di massa domina la narrazione, seppure non argomentata esplicitamente: il senso lato di “rivoluzione” è il fil rouge che tiene insieme le tante vicende, gli immaginari e i pensieri che compongono il quadro rivoluzionario dipinto nel volume.