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Lunga vita alla Lega di Cultura Popolare di Piadena, lunga vita al Micio, lunga vita a Giuseppe

di Enrico Pugliese

Possedendo una piccola parte dei volumi che hanno registrato nel corso degli anni il lavoro politico e culturale della Lega mi sono fatto “un ripasso”. E – leggendo l’intervista introduttiva di Peter Kammer al Micio e a Giuseppe – mi sono venuti diversi pensieri non coordinati tra di loro tranne che per il nesso con l’esistenza e la storia della Lega.

Parto da alcune cose dette nell’intervista. La prima è l’affermazione del Micio da me profondamente condivisa: “dire e non dire non è la stessa cosa”. Naturalmente molto dipende da chi dice. Il diritto a dire è riconosciuto nelle società liberali. Una volta a Londra c’era un posto nel parco cittadino più importante l'”Hyde park corner” dove c’era sempre qualcuno che in piedi su di uno sgabello parlava mentre una piccola folla stava ad ascoltarlo. Spesso si trattava di gente un po’ matta, ma non sempre. Ma il Micio non appartiene a questa categoria: il diritto di parola, la sua legittimità gli deriva dalla sua storia – che, per altro, è alla base delle cose che dire. Dire non è inutile perché una traccia resta sempre, perché per dire bisogna riflettere, perché qualcuno ti ascolta. E se nessuno ti ascolta ti aiuta a riflettere sul perché non ascoltano.

Servizio sanitario nazionale: no alla privatizzazione assicurativa e “mutualistica”

Sanità

del Forum per il diritto alla salute

Adesione all’appello di Ivan Cavicchi contro il Renzi-Care per il diritto alla salute in Italia. All’attenzione di Pierluigi Bersani, Pippo Civati, Luigi De Magistris, Michele Emiliano, Nicola Fratoianni, Giuliano Pisapia, Roberto Speranza, Susanna Camusso e Maurizio Landini

Il Forum per il diritto alla salute, con centinaia di movimenti di cittadinanza attiva, soggetti istituzionali e personalità scientifiche e professionali, si sta in queste ore mobilitando nelle maggiori città italiane per le iniziative a sostegno dell’appello Our health is not for sale (per aderire visita il sito Setteaprile.altervista.org) dell’European Network Against Privatization and Commercialization of Health and Social Protection”, per fare del 7 Aprile, proclamato dall’Oms nell’anniversario della sua costituzione nel 1948 giornata mondiale della salute quest’anno dedicata alla lotta alla depressione, una giornata di protesta in Europa contro la mercificazione della salute e la finanziarizzazione dei sistemi sanitari.

L’appello “La sinistra deve fermare il Renzi-Care” di Ivan Cavicchi sul Manifesto del 31.03.2017 dà una lucida contestualizzazione a tale giornata e costituisce stimolo ulteriore per i soggetti politici e le personalità della Sinistra a fare del 7 aprile un’occasione di raccordo tra opposizione di sinistra nelle istituzioni nazionali, regionali e comunali e movimenti di cittadinanza attiva e pensiero critico negli ambiti accademici e professionali, contro la privatizzazione mutualistica e assicurativa del Servizio Sanitario Nazionale. E, aggiungiamo noi, per un’altra politica economica e una riforma di tutto il sistema sanitario, sempre sostenuto dalla fiscalità generale, dove chi ha di meno mette di meno e chi ha di più dà di più.

L’anticapitalismo di Rossana Rossanda

Rossana Rossanda

di Gianmarco Martignoni

Seguendo il puntuale suggerimento di un compagno, mi sono precipitato in edicola per acquistare l’ultimo numero di «MicroMega» con una lunga intervista di Marco D’Eramo a Rossana Rossanda.

E sono stati 15 euro ben spesi. Nonostante la mia viscerale antipatia per Paolo Flores D’Arcais, l’intellettuale liberal che magistralmente – fra le tante perle dettate dall’assoluta mancanza di una bussola – qualche giorno fa ha scoperto che i 5stelle sono invotabili. Tornando all’intervista, nel disorientamento intellettuale che contraddistingue l’ex (nuova) sinistra, «la ragazza del secolo scorso» dimostra a quasi 93 anni di essere arzilla e lucida, non solo perché ribadisce di sentirsi ancora «una vecchia bolscevica» ma in quanto rimbrotta D’Eramo per il suo generico anticapitalismo.

La carrellata dei temi affrontati nell’intervista è più che esauriente, così come – soprattutto per le nuove generazioni – è buona l’idea di fornire un “Dizionario” delle persone citate dalla Rossanda, un centinaio circa: dalla A di Gianni Agnelli alla Z del regista cinese Zhang Yimou. Infine, liquidato Matteo Renzi come un «politico abile», non poteva mancare una stilettata al quotidiano comunista da cui se ne è andata quatto anni fa: «oggi il manifesto è il solo quotidiano autonomo che resta, ma dubito che riesca a dare un contributo politico e teorico che conti» avendo smarrito una solida analisi marxista.

Continuiamo: a sinistra pesa una divisione, ma la sua ricostruzione non si ferma

di Roberto Musacchio

Migliaia di persone in piazza in un corteo colorato, ricco di rappresentanze di movimenti sociali e politici, veramente europeo e mediterraneo. Trenta tra seminari, incontri, eventi, durante tre giorni intensi. Presenze politiche importanti, da Tsipras e Gysi a Varoufakis, per citare quelle non italiane. Poco o nulla a stare ai mass media. Molto per chi, come noi, ci ha lavorato e ha vissuto la Nostra Europa. Molto, perché non era facile riannodare fili che si erano in parte sfibrati dopo la grande stagione del social forum europeo. Perché era difficile in una situazione che si vorrebbe tutta riassunta nella “contesa tra establishment” e “populismi” (a proposito, le manifestazioni delle destre sono state ben poca cosa).

Perché a sinistra pesa una divisione, che alcuni hanno scelto di marcare, sulla moneta e sulla Ue. Perché, ed è il fatto più significativo alla fine, c’è un disincanto popolare che ha svuotato la città e ridotta la partecipazione. Su cui ha pesato per altro la prima prova sul campo della filosofia del decreto Minniti. Come se il disfacimento di questa Europa fosse un problema di ordine pubblico. Dunque, un lavoro importante è stato fatto e rimane. Anzi, continua. Perché i componenti di quel vero e proprio embrione di coalizione che è la Nostra Europa vogliono andare avanti. Guardando in primo luogo alle persone in carne ed ossa, così come si è fatto nei mesi in cui si è preparato l’evento.

Lorenzo Marsili: “Coraggio, visione e ambizione. DiEM25 scende in campo”

di Giacomo Russo Spena

“In questi anni abbiamo assistito a troppi fallimenti, andiamo oltre e per farlo ci vuole ambizione”. Lorenzo Marsili, 32 anni, molto vicino a Varoufakis, si è formato all’estero, tra Londra e l’Estremo Oriente. Estraneo ai partiti, ora, con la sua Diem25, sogna il grande passo nella politica che conta. Conoscitore delle esperienze virtuose in giro per l’Europa – e con mille contatti personali – punta a ricalcare il modello di Podemos: “Abbiamo l’ambizione di aprire un varco e costruire un progetto politico europeo in cui potere finalmente credere – dice – E che abbia la folle convinzione di riuscire a creare una maggioranza sociale dal Portogallo alla Polonia”.

Il scorso 25 marzo DiEM ha presentato il suo programma economico – il New Deal per l’Europa – e ha lanciato un appello a lavorare insieme verso le elezioni europee del 2019 rivolto a tutte quelle forze sociali e politiche che ne condividono i principi e che condividono l’urgenza di aprire un terzo spazio oltre l’establishment e oltre i nazionalismi xenofobi. Tanti i nomi importanti che hanno aderito: da Ken Loach a Noam Chomsky, dall’europarlamentare verde Ska Keller al politologo spagnolo Juan Carlos Monedero. “DiEM vuole fare la sua parte affinché, in Italia come in Europa, nasca una forza capace di restituire speranza nel cambiamento”, spiega Marsili.

Il Settantasette e poi… secondo Oreste Scalzone

di Giovanni Iozzoli

’77, e poi… è uno dei libri di riflessione sul movimento del Settantasette che riscuoterà più attenzioni, anche in ragione della grana umana e politica dell’autore: a Oreste Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa e si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalla schiera paludata dei “testimoni” o dei tromboni da commemorazione.

La scrittura di Scalzone non è sempre agevole: procede rapsodica, tra rimandi, domande, parentesi che non si chiudono mai – come se l’autore cercasse continuamente di forzare il linguaggio editoriale tradizionale, troppo povero (rispetto alla ricchezza della narrazione orale) e inadeguato a raccontare quell’esplosione di vita e potenza che fu il ’77 italiano.

La biografia dell’autore è il filo d’Arianna che attraversa un’intera stagione della nostra storia. Scalzone compie giovanissimo il viaggio che fu di molti, dalla sinistra tradizionale verso nuovi sconosciuti approdi: dalla Fgci ternana a Valle Giulia lo spazio geografico è poco ma il salto è epocale e generazionale. Il suo imprinting “ortodosso” non lascia molto spazio alle suggestioni dell’epoca: poco Foucault, poco Lacan, poco Reich, molta attenzione alla scoperta del comunismo critico, del consiliarismo tedesco e olandese, di tutti i marxismi eretici, così minoritari nella togliattiana provincia italiana – fino all’incontro decisivo con lo straordinario laboratorio operaista, nel pieno del suo fulgore teorico.

Il rifacimento della sinistra, a partire dalle fondamenta

di Aldo Tortorella

Fino a poco tempo fa l’esigenza posta anche, ma non solo, da questa rivista e cioè quella di rifare i fondamenti anche teorici di una possibile sinistra era parsa a chi si occupa di queste cose una sollecitazione puramente astratta. Una sinistra maggioritaria c’è già in Italia e in Europa, si diceva, e fuori di quella sono possibili solo i rissosi gruppetti che si conoscono. Ma di fronte alle progressive disfatte delle destre socialdemocratiche qualcosa è cambiato anche in coloro che hanno fin qui sostenuto come vangelo la conversione al liberismo delle tendenze di sinistra.

Diversi dei più noti editorialisti dei maggiori quotidiani italiani, infatti, si sono venuti accorgendo del volgere verso l’irrilevanza delle attuali socialdemocrazie in tutta l’Europa e, dunque, vengono alludendo a un bisogno di rifacimento. D’altronde era divenuto difficile non vedere : il crollo di Hollande, i tedeschi al servizio della Merkel, gli spagnoli spaccati e in maggioranza per il governo centrista, le molteplici sconfitte nei paesi minori, l’avanzare ovunque nell’elettorato popolare, a loro danno, di movimenti di protesta o, peggio, delle destre nazionaliste.

L’ultimo tassello di questa catena di disastri è stato il crollo – nel referendum costituzionale – del corso politico e istituzionale seguito da quell’ex sindaco di Firenze presentato, sin qui, come una sorta di ragazzo prodigio del moderno riformismo e in realtà ultimo ciarliero protagonista televisivo della compiuta metamorfosi della maggiore sinistra italiana (PDS,DS,PD) in qualcosa di lontanissimo dalla sinistra.

Riflettere sulla sinistra: un’Europa spaventata, un po’ con l’acqua alla gola

di Rossana Rossanda

La curiosità non invecchia mai. È vero. Ci penso quando, tornando dall’Assemblea Cittadina di Podemos che ha visto Iglesias trionfare, arrivo a Parigi per chiacchierarne con Rossana Rossanda. Mi accoglie nella sua casa, vuole sapere dei risultati, ha mille domande su tutto, sui militanti, sulle modalità con cui si è svolto quello che lei si ostina a chiamare congresso, sulle sensibilità che si sono confrontate. Per Rossanda «è importante che ci sia un Podemos agguerrito e pronto allo scontro politico». In poche battute riassume quello che vede intorno in Europa.

Inizia dalla Francia, dove è nel vivo la campagna per le presidenziali. «Su Marine Le Pen mantengo un dubbio, perché in Francia ci sono stati 30 anni di pregiudiziale antifascista e non penso possa dissolversi di colpo, annullarsi con un voto così a destra». Senza mezzi termini aggiunge: «Fillon è travolto dagli scandali e quindi politicamente morto. Hamon sono gli stessi socialisti a non volerlo. Peccato perché la sua proposta di reddito di cittadinanza mi sembra molto buona. Proprio Mélenchon, del Fronte de gauche, gli fa la guerra, rifiutando l’idea di una maggioranza composita».

Un rifiuto che a lei che vive qui, che segue il dibattito, sembra solo un gran pasticcio. «E poi c’è Macron, l’outsider che il partito socialista ha lanciato. Non certo come socialista, ma come uomo dell’Unione europea».

Berlinguer, partiti e nuovi leader: come ricostruire la sinistra

di Sergio Caserta

Oggi non ci sono più partiti in senso proprio, esistono ormai solo partiti dei leader: la politica si è personificata, dominata dal bisogno dell’immagine vincente del capo senza il quale il partito appare un guscio vuoto, una nave senza timoniere. La legge inesorabile dell’onnipotenza mediatica impone che la leadership sia incarnata dall’uomo (ancora da noi la donna non c’è arrivata) vincente a tutto campo.

I partiti non erano così appena trent’anni fa: vale la pena ricordare che, fino ad allora, con tutto il negativo che la cosiddetta Prima Repubblica ha proiettato di sé all’indomani di Tangentopoli, i partiti intesi come organismi collettivi avevano goduto di un certo rispetto. Oggi non ci sono più collettivi, al massimo moltitudini, sempre plaudenti, a volte perfino osannanti. Non è necessario formarsi un’opinione comune: ci si schiera per questo o per quel personaggio, per poi magari constatare amaramente che la propria “stella” si è spenta velocemente passando dal firmamento della notorietà al silenzio dell’oscuramento. Così le masse si ritrovano in men che non si dica senza riferimento, cieche nella disperata attesa del prossimo leader.

I partiti sono stati di fatto soppressi, ridotti ad agglomerati di gruppi, sottogruppi, apparati, reti di interessi, notabilati di ogni genere, senz’anima e senza identità precisa che non sia la gestione di una piccola o grande porzione di potere.

La crisi dell’Europa e il futuro della sinistra: una risposta a Varoufakis

Yanis Varoufakis

Yanis Varoufakis

di Antonia Battaglia

Ho letto con grande interesse l’intervista di Alessandro Gilioli a Yanis Varoufakis, pubblicata di recente su L’Espresso. Parole che fanno riflettere non solo sullo stato della sinistra in Europa, ma che naturalmente rimettono la palla al centro anche in Italia, dove il dibattito politico appare dominato da poca, pochissima sostanza e da tanta, troppa demagogia.

L’intervista di Varoufakis può essere quindi un’occasione per riflettere sui temi fondamentali con i quali la sinistra italiana dovrà confrontarsi prima delle prossime elezioni politiche, per rispondere all’onda d’urto di un populismo che domina nettamente la scena, sotto le false spoglie della democrazia diretta.

Diem 25, il movimento lanciato da Varoufakis, viene presentato quasi come l’ultima chance per salvare l’Europa. Brexit, la crisi profonda dell’Unione, la rivolta dei ceti medi contro l’establishment, l’avanzata dei nuovi fascismi sono il sintomo dello stato di profondo malessere europeo. L’Europa, concepita ab origine come ideale, è diventata oggi proprietà monopolistica oltreché simbolo di negazione dei diritti degli “altri”., luogo fisico e morale in cui lo sforzo per separare, espellere, chiudere sembra essere l’unica ragione d’azione.