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Il Pd, la sinistra e la responsabilità dinanzi al rischio dell’irrilevanza politica

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Alfiero Grandi

Continua un tormentone – purtroppo inconcludente – sulla sinistra, di cui fa parte a pieno titolo la recente posizione di Veltroni che in sostanza propone di tornare alle (sue) origini, cioè – guarda caso – alla radice della crisi del Pd. Ritenere di affrontare la crisi pienamente politica, perfino di significato, del Pd senza andare alla radice dei problemi è un’illusione che non può che peggiorare la crisi già in atto, già sufficientemente grave. Nella versione migliore il Pd delle origini avrebbe dovuto garantire al governo di centrosinistra (in particolare a Prodi) un’autonomia politica dalle tensioni tra i partiti che avevano dato vita all’Ulivo.

Nella versione peggiore avrebbe dovuto garantire una vera e propria autosufficienza (la vocazione maggioritaria) che infatti appena teorizzata, proprio da Veltroni all’epoca segretario del Pd, fece precipitare all’inizio del 2008 la crisi del secondo governo Prodi, non appena gli alleati minori capirono che per loro non poteva esserci futuro, al di là delle alleanze di volta in volta strumentali. Per questo è poco credibile che proprio chi ha dato origine a questa deriva del Pd possa risolvere la crisi attuale, visto che non c’è nel ragionamento la condizione indispensabile di un ripensamento politico, ma solo una critica a chi è venuto dopo, Renzi in particolare, quasi si trattasse solo di mettere sotto accusa le sue esagerazioni, degenerazioni, i suoi errori. Questi ci sono certamente per carità, ma non spiegano tutto.

L’interesse per quanto accade nel Pd è inevitabile

L’interesse per quanto accade nel PD è inevitabile anche da parte di chi non ne ha condiviso la scelta originale, né tanto meno ne ha mai fatto parte. Per la semplice ragione che, essendo tuttora il Pd la forza maggiore che potrebbe fare parte (tutto? in parte?) di uno schieramento di sinistra, è del tutto evidente che anche chi ne sta fuori non può non interessarsi all’esito della sua crisi.

La politica piegata a tutto

di Alfonso Gianni

Ci si potrebbe domandare come mai un provvedimento così blando, come il decreto sul lavoro, abbia potuto incontrare tale e tanta opposizione dalle forze padronali, da trasformarsi da «Waterloo del precariato» in «tripudio dei voucher».

La politica e tantomeno l’economia non spiegano tutto. È forse il caso di rivolgersi anche alla psicologia cognitiva. Recentemente la prestigiosa rivista Science ha pubblicato un originale studio partendo dalla seguente domanda: «come definireste un puntino blu?». Ai partecipanti all’esperimento sono stati mostrati centinaia di puntini il cui colore variava dalle tonalità del viola a quelle del blu scurissimo. Ognuno doveva riconoscere il puntino blu. Diminuendo il numero dei medesimi le stesse persone al contrario dichiaravano l’esistenza di un numero maggiore di puntini blu.

In sostanza tendevano a classificare come blu ciò che non lo era. Un fenomeno di concept creep, di estensione strisciante del concetto. Ovvero meno punti blu ci sono più se ne vedono. Il fenomeno pare tanto più evidente quando l’elemento che viene diminuito ha per gli osservatori una valenza negativa.

Se ora sostituissimo ai puntini blu i diritti dei lavoratori – e non è la sola analogia in campo sociale che si potrebbe fare, si pensi al tema dei migranti ad esempio – e scegliessimo tra i partecipanti all’esperimento prevalentemente datori di lavoro e loro sostenitori, otterremmo che più si diminuiscono i diritti e più quei pochi che sopravvivono diventano un problema insopportabile, ben al di là della loro reale consistenza. È esattamente il processo cui abbiamo assistito in queste settimane.

Potere al Popolo: intervista a Viola Carofalo dal Sudamerica

di Dario Clemente e Hernán Ouviña

Diversi sono i temi affrontati in questo corposo dialogo con Viola Carofalo, leader di Potere al Popolo (Pap)- Tra questi la svolta autoritaria in Italia, la politica europea, Gramsci, Fanon, il femminismo e le esperienze latinoamericane.

LA SVOLTA AUTORITARIA IN ITALIA

In Italia si è formato da poco un governo trainato da un partito “populista” e un partito di estrema destra che strizza l’occhio ai nuovi fascismi e nazionalismi europei, un governo anti-immigrati, ostile ai diritti LGBITQ. “Populismo” e “fascismo” sono elementi dicotomici o sono compatibili, arrivando persino a potersi articolare e fondere tra loro in uno stesso progetto politico reazionario?

Purtroppo nella declinazione italiana del termine si, infatti una difficoltà che abbiamo avuto, anche nel parlare con compagni è spiegare cosa noi intendiamo per populismo. E abbiamo appunto dovuto richiamarci al modello sudamericano, perché in Italia e in Europa la parola populismo richiama più facilmente la destra che la sinistra, quindi in realtà si, questa conciliazione è possibile.

Io credo che bisogna fare un ragionamento sulla questione dell’avanzata delle destre e del populismo di destra in Italia che vada oltre alla figura di Salvini. Salvini è un leader molto pericoloso perché a differenza della rappresentazione che spesso se ne dà, lui è riuscito ad attuare una strategia, che è una strategia tipica dei movimenti di estrema destra in Italia. Si tratta di un doppio livello, quindi un livello molto violento, le ronde contro gli immigrati e per controllare “l’ordine e la pulizia” nelle loro città e poi un livello istituzionale. Io credo che la parola giusta per definire questa situazione in Italia sia il ritorno ad un forte autoritarismo.

Il regresso è stato pauroso: nuove strade per difendere la democrazia e il lavoro

di Aldo Tortorella

Ecco il testo dell’intervento pronunciato da Aldo Tortorella il 7 luglio alla celebrazione dei caduti nella strage di Reggio Emilia del 1960, tenutasi anche quest’anno per iniziativa della Camera del Lavoro, del Comune e della Provincia di Reggio.

Noi celebriamo oggi il sacrificio dei caduti di Reggio Emilia del 7 Luglio del 1960. Dobbiamo farlo certamente per essere vicini ai familiari per cui la perdita non cessa di dolere. Ma credo che sia giusto chiedere a noi stessi se noi stiamo svolgendo solo un rito privato ricordando la tragedia di un tempo perduto e dimenticato per sempre. Di quel 7 luglio non ci sono quasi più testimoni se non i vecchi come me che allora dirigevo l’Unità di Milano e mi precipitai qui a Reggio in quel pomeriggio d’angoscia per scrivere della strage.

Ho visto che la Camera del Lavoro ha voluto ristampare la mia testimonianza e ho rivissuto la stessa angoscia di allora quando mi portarono all’ospedale a salutare i caduti e c’erano ancora le grida di Tondelli che fu l’ultimo a morire. Inermi assassinati, mirati come in un tiro al bersaglio, mi dicevano tutti. E nessuno, poi, verrà condannato per quella strage. Ma ci sono molti che dicono – e forse molti di più lo pensano senza dirlo – che non ha senso riaprire quelle vecchie ferite dopo tanto tempo, ora che di quella realtà di allora non c’è più niente. Qui da noi sono scomparsi tutti i vecchi partiti e anche una parte di quelli nuovi, l’Italia, l’Europa, il mondo sono radicalmente cambiati nei mezzi di produzione e di comunicazione, nei costumi e nelle culture, vecchie potenze sono cadute e altre sono sorte.

Cercare la sinistra dentro la società

di Alfiero Grandi

Dopo l’ennesimo disastro elettorale Pietro Spataro giustamente invoca una riflessione di fondo sulla sinistra. Purtroppo parte importante del gruppo dirigente del Pd continua a rispondere a questa crisi ricordando l’età dell’oro del 40% alle europee. Il punto da cui partirei è un poco diverso dal titolo dell’articolo di Spataro. Non è scomparsa la sinistra ma la sua rappresentanza politica.

Certo se proseguisse questa situazione il risultato finale potrebbe essere la coincidenza delle due crisi, cioè della rappresentanza politica e della sinistra diffusa, nella cultura, nella società, nelle persone. Per ora mi sembra ci sia una differenza importante, che lascia una speranza a patto di iniziare finalmente ad affrontare i problemi.

L’esistenza di una sinistra nella società è un punto da cui partire e che potrebbe consentire di individuare e mettere in campo energie e forze importanti per tentare di superare questa crisi. Del resto è del tutto evidente che in situazioni molto diverse tra loro, socialmente e culturalmente la scelta degli elettori di scegliere l’astensione o di cercare altri interlocutori da votare è partita proprio dalla sfiducia nei referenti politici attuali della sinistra, non più vissuti come i propri rappresentanti.

Sulla sinistra “rossobruna”

di Carlo Galli

Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare.

La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.

Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori.

Nadia Urbinati: “Non c’è il fascismo, il Fronte è un’idea studiata a tavolino”

di Wanda Marra

“A sinistra c’è desiderio di vita, più che vita. C’è un voler essere, più che un essere. Non si sa cosa fare e come procedere”. Nadia Urbinati, vicepresidente di Libertà e Giustizia e docente di Teoria politica alla Columbia University, parte da questo assunto per riflettere sui problemi e i destini della sinistra italiana: “La caduta della sinistra ha significato anche un’opposizione in Parlamento senza denti, senza l’incisività che dovrebbe avere”.

Nella società, invece, esiste un’opposizione?

Nella società un’opposizione c’è, anche se sconcertata e senza bussola. Serpeggia un po’ ovunque, ma non ha una rappresentanza politica.

Da dove si riparte? Carlo Calenda insiste con l’idea di un “Fronte repubblicano”.

Il Fronte repubblicano sembra un’idea a tavolino, molto astratta. E poi, non siamo in guerra e non mi pare che l’Italia sia fascista – condizioni che giustificherebbero un “fronte”. Siamo dentro una dinamica costituzionale e repubblicana. Se si chiamano i compatrioti al “fronte” è perché si presume che ci troviamo in uno stato di emergenza: questo è davvero poco credibile.

Zingaretti, invece, che vuole ripartire dal centrosinistra e dai sindaci?

Zingaretti vuole ricostruire il Pd dall’interno, anzi partire dal Pd per ricompattare tutte le schegge della sinistra. Idea legittima, ma non so se può funzionare. Uno dei problemi seri del Pd è l’insopportabilità della sua classe politica. Ci sono nomi e facce così disprezzati e vilipesi (poco importa se a torto o a ragione) che questa operazione – nonostante la buona volontà – può non avere buon esito.

L’importanza del leader: senza non si vince

di Samuele Mazzolini e Giacomo Russo Spena

Nel giugno 2014, nei seggi elettorali iberici, qualcuno domandava: “Scusi, come si chiama il partito del coleta?”. Il coleta, letteralmente il “codino”, è il soprannome di Pablo Iglesias, il leader indiscusso di Podemos. I cittadini si recavano all’urna senza ricordarsi il nome del movimento, ma bastava l’effige di Pablo, stilizzata e resa simbolo elettorale per l’occasione, a orientarne la matita, catturati com’erano dalla parlantina di quel politologo e giornalista col codino ai capelli che per mesi aveva invaso le televisioni pubbliche, come opinionista, a parlare di redistribuzione delle ricchezze, giustizia sociale e di rottura del sistema.

Podemos era nata 5 mesi prima delle elezioni Europee, in una libreria nel quartiere Lavapiés di Madrid, e in pochissimi nel momento della genesi avrebbero ipotizzato quel repentino sviluppo che porterà i viola ad ottenere un sorprendente 8 per cento equivalente a ben 5 europarlamentari e preludio della futura ascesa ai vertici della politica nazionale ed europea.

Il ruolo del coleta è stato decisivo, almeno fino al primo congresso di VistaAlegre, ottobre 2014, in cui si è iniziato a parlare di gestione più collettiva e di radicamento sociale. Come dicono i critici con una punta di disprezzo, Podemos è stato un disegno a tavolino di un gruppo di professori che ha messo insieme populismo e tecnopolitica, come fosse un prodotto di laboratorio. La realtà è più semplice. Podemos occupa lo spazio giusto, al momento giusto.

Un’agora sullo spazio politico europeo

di Caterina di Fazio

Perché scegliere l’Europa come spazio politico decisivo per la sinistra? Mentre l’Aquarius naviga nelle acque del Mediterraneo verso il porto sicuro (certo non il primo) di Valencia, l’Europa è scossa da due venti contrastanti. Da un lato, quello liberista ed europeista, dall’altro, quello delle destre antieuropeiste e antimmigrazione. La decisione di Matteo Salvini, infatti, si inscrive nella vasta panoramica che si estende dai paesi del patto di Visegrad ai ministeri degli Interni tedesco ed austriaco, e che punta a rafforzare le frontiere esterne e a bloccare quelle interne.

Un vero e proprio blocco, a cui si contrappone quello della Francia di Macron, il quale accusa l’Italia di irresponsabilità dopo aver perseguito politiche di chiusura e di smantellamento dei campi di rifugiati, e di En Marche, la cui portavoce parla addirittura di «atteggiamento vomitevole», della Germania di Angela Merkel, insomma, dell’Europa di Bruxelles, che si trova ora ad accogliere al proprio interno la nuova Spagna socialista e solidale di Pedro Sánchez e della sua ministra della Giustizia, la quale minaccia di denunciare l’Italia per violazione dei trattati internazionali. Questi i due blocchi.

In mezzo, la vita di seicento persone lasciate a attendere nel Mediterraneo di fronte a una serie di porti sicuri che chiudono loro le porte (la Sicilia, Malta, la Corsica…). L’Aquarius, già ribattezzata la nave dell’Odissea, è costretta a cambiare rotta verso la traversata infinita. Ma la legge del mare parla chiaro, così come i numeri: l’Aquarius avrebbe dovuto approdare nel primo porto sicuro, quando si trovava a 35 miglia nautiche dalla costa italiana e 27 da quella maltese, contro le 750 che la separano da Valencia.