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La lista Grasso, una grande occasione perduta

di Tomaso Montanari

È successo qualcosa, a Sinistra. Finalmente. La nascita di “Liberi e uguali” è un sasso nello stagno. E davvero si deve guardare con enorme rispetto alla soddisfazione delle migliaia di compagne e compagni che hanno partecipato all’assemblea di Roma. E c’è un “però”. Non è possibile non chiedersi se i milioni che a quel processo non hanno partecipato ­- i cittadini di sinistra – saranno altrettanto soddisfatti di questa nascita. Al punto di votare in massa per la nuova lista.

Bisogna farlo con delicatezza, per quanto possibile. Perché in un momento così terribile nessuno ha il diritto di uccidere un entusiasmo, per quanto piccolo o magari mal fondato. E perché, è vero: non abbiamo più voglia di prendere atto di fallimenti e insuccessi. “Non facciamo troppo i difficili”, pensano in molti: “prendiamo quel che si può, e tiriamo avanti”. E poi, nell’Italia di Salvini, Berlusconi, Renzi, quale persona di buon senso e con un cuore normalmente a sinistra potrebbe dare la croce addosso a Civati, Fratoianni, Speranza, o all’ottimo Piero Grasso?

E però. E però non si può tacere. Perché se vogliamo che questa Italia non sia più appunto quella di Salvini, Berlusconi, Renzi, non possiamo continuare a fare quello che si è fatto ieri a Roma: continuare a perdere ogni occasione di svolta.

La sinistra, la comparsa e scomparsa di formazioni: a che limite si è arrivati?

di Sergio Caserta

Il ritiro dalla scena elettorale di Pisapia di “campo progressista”, tentennante fino dall’insorgere del suo “movimento” con le sembianze dell’anti leader che nel nostro paese non ha molta fortuna da una paio di decenni e più, segue quella altrettanto clamorosa dei due “costituenti” Anna Falcone e Tomaso Montanari, promotori “civici” della bella assemblea del Brancaccio, poi naufragata dopo incerta navigazione nell’arcipelago rosso della frammentata sinistra, irto di scogli e secche che metterebbe in difficoltà ben più esperti navigatori della politica nostrana.

Certo non è un bel vedere perché sappiamo che il venir meno di queste figure è la rappresentazione plastica della difficoltà dei partiti (o simil-partiti che dir si voglia) di dialogare con quella società civile che torna altresì molto utile quando occorre mobilitarsi per le battaglie fondamentali della nostra democrazia. Accadde con l’Ulivo prodiano, prima metamorfosi non riuscita delle due sinistre unificanti, dopo i primi entusiasmi fu presto soffocato da lotte intestine e dai tradimenti delle correnti di ogni genere in cui i notabilati si organizzarono per frenare ogni possibile cambiamento.

Liberi e uguali, la sinistra di Grasso e quella che non si rassegna

di Francesca Fornario

Ho seguito l’assemblea fondativa di quella che i giornali hanno definito per mesi la “lista unitaria”, anche se non sarà l’unica. Se non siete fan dei King Crimson faticherete a ricordare l’attuale formazione, poiché nei mesi sono stati sostituti diversi componenti: restano Sinistra italiana e Possibile, escono Rifondazione e i civici del Brancaccio riuniti da Tomaso Montanari e Anna Falcone, entrano Movimento democratico e progressista e Piero Grasso, resta in bilico Giuliano Pisapia, impegnato in un progetto solista, che sembrerebbe orientato a decidere con chi schierarsi dopo le elezioni, dato che prima non si sa chi vince.

In platea c’erano 1500 delegati dai territori a votare le proposte dell’assemblea ma non c’era niente da votare: né un programma – se ne parlerà a gennaio – né un nome, né un leader. Non c’erano mozioni, non ci saranno primarie. Roberto Speranza di Mdp, Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, Giuseppe Civati di Possibile hanno dato per scontato che il capo politico del “quarto polo alternativo al Pd” sarà Piero Grasso, che fino a ieri era nel Pd. Grasso, intervenuto in quanto capo politico a chiusura dell’assemblea, ha a sua volta dato per scontato e che il nome della lista sarà “Liberi e Uguali”, declinato al maschile, per una lista di quattro maschi: le delegate – immagino lo scoramento – e i delegati devono averlo intuito incrociando le indiscrezioni dei giornali e lo slogan che Grasso ha scandito per tre volte alla fine del suo intervento.

Speranza, Civati, Fratoianni e Grasso sono entrati nel merito di alcuni specifici provvedimenti da adottare, citandone solamente due: la legge sul fine-vita e lo Ius soli. E nel merito di quelli da abolire, citandone solamente due: gli accordi Italia-Libia e la legge Bossi-Fini, la cui abolizione avevano già promesso nel 2013, quando erano coalizzati in “Italia Bene Comune”.

Per ricominciare serve un partito del lavoro

di Aldo Carra

Quindi col 5% di ore lavorate in meno si è ottenuto un Pil inferiore del 5% a conferma che la produttività oraria è rimasta invariata. Il ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi, perciò, è solo un effetto statistico della riduzione delle ore lavorate. Ovvero la quantità di lavoro necessaria si è distribuita su più teste.

Se tutto questo fosse accaduto per effetto di politiche di riduzione degli orari per redistribuire il lavoro e creare nuova occupazione saremmo di fronte ad un bel risultato e in procinto di realizzare il sogno di coloro che gridavano lavorare meno, lavorare tutti. Ma così non è stato e per capire cosa è accaduto dobbiamo esaminare un secondo aspetto, quello qualitativo.

Nel corso di questa crisi si sono accentuate alcune caratteristiche negative della nostra economia: si sono indebolite le grandi imprese manifatturiere e sono aumentate le piccole imprese nei servizi poveri. A questo processo di slittamento verso il basso della qualità del sistema produttivo si è accompagnato uno slittamento parallelo del lavoro: dal tempo pieno al part time (non a quello scelto, ma a quello imposto), dai contratti a tempo indeterminato a quelli a tempo determinato, dal lavoro stabile a quello precario. e così via.

Lavoratori, sindacato e sinistra in Italia oggi Roma: le conclusioni di Aldo Tortorella / 8

Concludiamo con la pubblicazione degli interventi dell’incontro promosso dall’ARS e da Critica Marxista sul futuro della politica italiana attraverso la sinistra e il sindacato. Dopo l’intervento di Aldo Tortorella, Alfiero Grandi, Stefano Fassina, Roberto Speranza, Anna Falcone, Maurizio Landini e Vincenzo Colla, ecco le conclusioni affidate di nuovo a Tortorella.

La sinistra deve fare una vera rivoluzione morale

di Naomi Klein

La situazione là fuori è desolante. Come descrivere un mondo capovolto? Capi di stato che twittano minacce di distruzione nucleare, intere regioni sconvolte dai cambiamenti climatici, migliaia di migranti che affogano lungo le coste dell’Europa e partiti apertamente razzisti che guadagnano terreno, nel caso più recente – e allarmante – in Germania.

Faccio solo un esempio, i Caraibi e gli Stati Uniti del Sud sono nel pieno di una stagione degli uragani senza precedenti. Porto Rico è completamente senza energia elettrica, e potrebbe restarlo per mesi, il suo sistema idrico e quello di comunicazione sono gravemente compromessi. Su quell’isola, tre milioni e mezzo di cittadini americani hanno un disperato bisogno dell’aiuto del loro governo. Ma, come durante l’uragano Katrina, la cavalleria stenta ad arrivare. Donald Trump è troppo impegnato a cercare di far licenziare atleti neri, colpevoli di aver osato attirare l’attenzione sulla violenza razzista.

Per quanto sia incredibile, non è ancora stato annunciato un pacchetto federale di aiuti per Porto Rico. Secondo alcune analisi, sono già stati spesi più soldi per rendere sicuri i viaggi presidenziali a Mar-a-Lago. E se tutto questo non fosse già abbastanza, hanno anche cominciato a spuntare gli avvoltoi: la stampa economica ribolle di articoli che spiegano come l’unico modo per far tornare la luce a Porto Rico sia vendere il loro sistema energetico nazionale. Magari anche le loro strade e i loro ponti.

Sinistra: il Brancaccio si ferma. Per ripartire

di Tomaso Montanari

L’assemblea generale del percorso del Brancaccio convocata a Roma per sabato prossimo, 18 novembre, è annullata. Mi scuso personalmente con tutti coloro che, non di rado con sacrificio, hanno già acquistato il biglietto del treno o dell’aereo. E mi scuso con tutti i cittadini che sarebbero venuti a discutere la redazione finale del progetto di Paese che è uscito dalle Cento Piazze per il Programma.

Il fatto è che sono sparite una ad una, nelle ultime ore, le condizioni minime per tenere un’assemblea democratica e per pensare che l’itinerario del Brancaccio possa arrivare a raggiungere il suo scopo.

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Ricordo quale fosse il progetto del Brancaccio, nelle parole della relazione di apertura che ho pronunciato nell’assemblea del 18 giugno: «Se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile. C’è forte l’esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande.

Urne e astensionismo: votanti cercansi

di Silvia R. Lolli

Non comprendiamo perché nel dibattito pubblico quello che fa rumore sui giornali e sulle televisioni non si parli mai del problema principale che ci dovrebbe interessare in vista delle prossime elezioni: la disaffezione alla politica da parte dei cittadini. È questo il primo problema della democrazia, perché quando è solo una minoranza sempre più grande che va a votare non si può pensare di essere ancora in un paese democratico, ma compare l’oligarchia oggi vissuta in termini di plutocrazia. Le recenti mine istituzionali, riforma costituzionale e le varie leggi elettorali sempre uguali a loro stesse nonostante le osservazioni della Corte Costituzionale, ci confermano le nostre osservazioni.

Nella nostra democrazia parlamentare dovrebbe essere solo di secondaria importanza sapere subito chi “vince”, cioè andrà ad occupare posti di Governo per sé ed i suoi accoliti e andrà a decidere le sorti della maggioranza italiana. Alle prossime elezioni ci ritroveremo ancora una volta di fronte ad una legge elettorale che non tiene conto delle osservazioni della Corte Costituzionale sulla legge elettorale passata, osservazioni pubblicate appunto nella sentenza di incostituzionalità (n.1/14), in cui si riafferma l’importanza del principio della rappresentanza e dell’esercizio del voto, richiamando gli artt. 48, 56 e 58 Cost.

Nell’attuale perseveranza di un Parlamento eletto con legge incostituzionale, rimane il fatto della disaffezione al voto ormai della maggioranza degli aventi diritto. Per capire a che punto siamo, facciamo un semplice ragionamento partendo dall’art. 1 della nostra Costituzione che recita:

Lavoratori, sindacato e sinistra in Italia oggi Roma: Vincenzo Colla / 7

Nuovo video degli interventi dell’incontro promosso dall’ARS e da Critica Marxista sul futuro della politica italiana attraverso la sinistra e il sindacato. Dopo l’intervento di Aldo Tortorella, Alfiero Grandi, Stefano Fassina, Roberto Speranza, Anna Falcone e Maurizio Landini, ecco Vincenzo Colla.

E-lezioni siciliane: meno di un elettore su 2 alle urne, un’altra occasione per riflettere

di Sergio Caserta

In Sicilia ha votato il 47%, una chiara minoranza. Questo è il primo rilevante dato su cui riflettere. Colin Crouch preconizzava in Postdemocrazia l’avvento di minoranze al comando senza consenso e José Saramago aveva descritto nel capolavoro Saggio sulla lucidità la rivolta silenziosa di un popolo astensionista che metteva alle corde il potere. Ora in epoca di seconda globalizzazione, l’astensionismo dei siciliani si somma a quello nella stessa giornata degli ostiensi e dei diversi popoli elettorali che quando possono dimostrare la propria ostile estraneità alle diverse offerte del mercato elettorale, soprattutto locale, lo fanno senza esitazioni, restando a casa. Così la rappresentanza dell’elettorato è ridotta a meno della metà.

Se valessero in questo caso le semplici regole democratiche, le elezioni sarebbero nulle e occorrerebbe tornare a votare con proposte più convincenti, invece tant’è, alla fine chi arriva primo vince e governa anche se rappresenta meno del 15% del corpo elettorale. Ha vinto la destra di Nello Musumeci che ha rimesso insieme il suo cartello elettorale tradizionalmente forte, aiutato da impresentabili candidati occulti e noti, come registrano le cronache; i Cinquestelle hanno avuto un notevole successo, essendo da soli il primo partito a notevole distanza dagli altri ma sono arrivati secondi; il Partito democratico esce con le ossa rotte, terzo a distanza con la sua coalizione che non raggiunge il venti per cento; infine la lista di sinistra, guidata da Claudio Fava che prende il sei per cento, un risultato troppo modesto per sentirsi soddisfatti.