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Nuovo governo, la sinistra spaccata muore aspettando Godot

di Sergio Caserta

La crisi politica politica in atto, conseguenza del terremoto elettorale che ha determinato un radicale rovesciamento delle gerarchie precedenti, non ha ancora prodotto un’ipotesi concreta di maggioranza di governo.

Forse in settimana Sergio Mattarella batterà un colpo e affiderà un pre-incarico ad un esponente di una delle due compagini che hanno avuto i migliori risultati, ovvero ai Cinque Stelle o alla Lega. Intanto la situazione internazionale, dopo l’attacco alla Siria, da parte del trinomio Usa, Regno Unito e Francia, può subire un’ulteriore drammatica evoluzione verso un conflitto ancora più ampio; c’è da sperare che questo non accada ma lo sblocco dell’empasse è davvero indifferibile.

Le due formule più accreditate, finora puramente ipotetiche, sono un governo di centrodestra a guida leghista che raccolga voti sparsi in Parlamento secondo l’indicazione data da Silvio Berlusconi, la seconda è quella di un accordo M5S-Lega senza Berlusconi che allo stato sembra avere poche chance perché Salvini non può sganciarsi dalla sua coalizione. Tertium non datur, ovvero un accordo tra M5S e Pd-Leu avrebbe i numeri in Parlamento ma al momento il Pd a trazione renziana non lo vuole, soprattutto se la guida del governo fosse ancora “pretesa” da Luigi Di Maio.

Le cucine popolari di Bologna: qui si trovano le parole smarrite dalla politica

di Bruno Giorgini, ha collaborato Amalia Tiano De Vivo

Mia nonna Lisetta irriducibile comunista ebbe a dirmi una volta quand’ero bimbetto: a Bologne sono rosse anche le pietre. Lei viveva a Ravenna, suo marito era anarchico, le sue figlie e il primogenito tutti comunisti al tempo del fascismo, che facile non era. Facile non fu nemmeno dopo la Liberazione, quando una delle figlie finì incarcerata da Scelba, odiato ministro degli interni di fede democristiana, e tutti ebbero difficoltà economiche e di lavoro, se non fosse che nacquero anche le cooperative rosse, eredi delle antiche cooperative socialiste che le squadracce avevano incendiato e bruciato. Cooperative che oggi chiameremmo eque e solidali, di produzione, agricole, di consumo, culturali.

Per Lisetta Bologna era la capitale di tutto questo fermento per rendere migliori le condizioni di vita, di lavoro e di libertà dei braccianti come lei e suo marito Potastila, delle figlie operaie e sarte, del figlio fornaio. Quando poi una delle figlie si sposò bene, trasferendosi a Bologna a fare la signora, Lisetta prese spesso la corriera per andare a trovarla, scoprendo che a Bologna rosse erano le pietre non soltanto in senso politico e figurato, ma rosse erano proprio le pietre con cui si costruivano le case.

Se non solo i cuori ma anche le mura a Bologna erano comuniste, secondo lei per sradicare da lì la bandiera rossa i padroni, i capitalisti, i democristiani avrebbero dovuto materialmente radere al suolo la città. Il che le pareva del tutto impossibile, “a meno non venga un’altra guerra”. Si trattava di un sentimento condiviso nella cerchia dei comunisti dove sono nato e cresciuto tra un raduno dell’ANPI e una festa dell’Unità. Cerchia che racchiudeva larga parte del popolo, coi socialisti spesso la maggioranza.

Rossana Rossanda: “Non dobbiamo semplificare il nuovo caso italiano”

Rossana Rossanda

di Tommaso Di Francesco

«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali». Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda.

Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi?

Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione. In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti.

Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese. Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente.

Napoli, Je so’ pazzo: una storia esemplare

delle attiviste e degli attivisti dell’ex-Opg “Je so’ Pazzo”

Che cos’è, oggi, l’ex-OPG “Je so’ pazzo”? Per capirlo fino in fondo non si può prescindere dal racconto di ciò che è stato ieri, il riscatto e la trasformazione attuali hanno infatti radici molto profonde, sono la risposta a tante vite negate e storie mai raccontate che si sono consumate tra le mura dell’imponente struttura di via Imbriani, a Materdei, nel cuore di Napoli.

Se oggi possiamo raccontare questa storia è grazie al lavoro di tanti volontari, prima di tutto degli psichiatri, degli psicologi, degli storici, dei sofferenti psichici e delle loro famiglie, che ci aiutano quotidianamente a ricostruire la memoria di questo luogo – e a trasmetterla anche attraverso le tante visite organizzate con le scuole della città e iniziative sulla storia delle istituzioni totali che ospitiamo al suo interno – e che animano il nostro sportello di ascolto, una delle tantissime attività gratuite che si svolgono presso l’ex-OPG.

La storia del complesso edilizio

Se “OPG” sta per Ospedale Psichiatrico Giudiziario, se lo chiamiamo “ex” perché da tempo non è più un luogo di prigionia e di libertà negata, la storia racchiusa in queste mura è molto più antica e complessa di così: è nella seconda metà del Cinquecento, infatti, in particolare nel 1566, che le prime tracce di una struttura simile a una masseria vengono documentate nell’opera cartografica di Antoine Lafrery.

Luciana Castellina: “La democrazia ormai ha le ossa rotte”

Luciana Castellina

di Maurizio Di Fazio

Che avesse una grinta fuori dalla norma risultò evidente già in quel lontano 1943, lei aveva appena 14 anni, subito dopo l’8 settembre, prese di petto due ufficiali della Wehrmacht e sibilò loro: “Ve ne dovete andare”. Lei, ragazza dei Parioli, dove vive tuttora, che era andata a scuola con Anna Maria, la figlia del duce, con cui giocava a Villa Torlonia. E poi l’incontro fatale col comunismo, un amore a prima vista, destinato a divampare per sempre. L’iscrizione al partito nel 1947 e l’apprendistato proletario nelle borgate. Botteghe Oscure e il Liceo Tasso, la Fgci e la laurea in legge alla Sapienza. Le fabbriche, la classe operaia, la lotta di classe, la libertà che “o è sostanziale, condivisa, di tutti o è una roba meschina”.

La sua bellezza stentorea, naturale, smagliante, che mandava in estasi i compagni più del migliore discorso del Migliore Togliatti e che dura ancora oggi, che di anni ne ha quasi 89 ma spande fascino ed energia come se ne avesse 30 o 40. Il matrimonio con Alfredo Reichlin e i viaggi senza requie nell’Unione Sovietica, nella Germania dell’Est, nelle nazioni in effervescenza rivoluzionaria o sotto tiro di un colpo di Stato.

La politica e il giornalismo caparbiamente in prima linea. La fondazione, insieme a Lucio Magri, Valentino Parlato, Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, del Manifesto. Le critiche da sinistra al Pci a tinte troppo brezneviane e la loro radiazione dal partito nel 1969. I libri, le esperienze da parlamentare ed eurodeputata nel Pdup e nella nascente Rifondazione comunista, i 37 voti presi nella prima elezione del presidente della Repubblica nel 2015.

Ricomincio da trecentomila: il piano A di Potere al popolo

di Adriana Pollice

«Indietro non si torna» aveva detto Viola Carofalo, portavoce (ma formalmente per la legge elettorale «capo politico») di Potere al popolo, dal palco di piazza Dante a Napoli, alla festa di chiusura della campagna elettorale per le politiche. A livello nazionale il 4 marzo Potere al popolo ha ottenuto l’1,13%, 370.320 alla camera.

A Napoli, città da cui è partita la lista grazie agli attivisti dell’Ex Opg Je so’ pazzo, ha sfiorato la soglia di sbarramento con il 2,9%. Siccome indietro non si torna, stamattina a Roma al Teatro Italia la lista riunisce associazioni, comitati e organizzazioni politiche per «festeggiare il risultato e programmare le mosse dei prossimi mesi».

Nelle due settimane post voto ci sono state circa un centinaio di incontri da Nord a Sud e altrettanti sono programmati fino a fine mese, lo scopo è darsi un’organizzazione sui territori che agisca in modo coordinato: «Le assemblee sono sovrane ma stiamo lavorando al sito di Pap per trasformarlo in uno strumento operativo – spiega Chiara Capretti -. Chi non può partecipare di persona alle riunioni potrà informarsi e dare contributi attraverso il portale. Dobbiamo ragionare su temi di interesse generale creando gruppi di lavoro che sviluppino pratiche comuni e campagne nazionali».

E ora uno spazio per discutere: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà

di Valerio Romitelli

Il “terremoto” dalle ultime elezioni, come tutti oramai lo chiamano, non è ancora finito. Ci attendono infatti non poche scosse di assestamento. Questa situazione crea ansia sopratutto tra molti commentatori politologici, avvezzi a ragionare di politica come se essa dovesse necessariamente funzionare secondo la coerenza logica di certe regole (più o meno giuridiche), come se si trattasse sempre di un sistema (di partiti), di un regime (costituzionale), quasi di un gioco come un gioco a dama nel quale almeno la scacchiera è sempre la stessa.

Per stigmatizzare le recentemente sempre più frequenti manifestazioni contrarie a questo modo di ragionare si è ricorsi alla parola “populismo”, come se si trattasse di eccezioni perverse e temporanee alla via maestra polito-logica e senza capire che è proprio questa via ad essere ampiamente immaginaria: una fantasia che ha dalla sua una lunga tradizione risalente alla notte dei tempi, ma che dal secolo scorso ha cominciato a perdere pezzi e oggi pare non tenere più da nessuna parte.

Se c’è qualcosa di positivo in queste elezioni, cosa del tutto dubbia, è proprio che costringono a pensare la politica diversamente – o se no a rinunciarvi “per lo schifo che fa”. Cosa vuol dire diversamente? Vuol dire quanto meno ammettere (diciamo con Machiavelli – solo per fare un grande nome di casa nostra -) che le regole in politica (di qualsiasi tipo siano o pretendano di essere: etiche, economiche, costituzionali, logiche, sistemiche, e persino biologiche e così via) ci sono e funzionano finché le passioni collettive (le quali ne sono e ne restano sempre come motore) sono almeno in parte soddisfatte, ma che queste regole si rivelano del tutto transitorie ed inefficaci quando le passioni collettive riprendono ad agitarsi.

Big Bang 4 marzo: niente sarà come prima

di Giacomo Russo Spena

Il Rosatellum ha vinto. L’Italia è un Paese ingovernabile. In fondo, la legge elettorale – ideata da Renzi, Berlusconi e Verdini – era stata partorita per questo. Pensata ad hoc per impedire la vittoria del M5S e giustificare l’ennesimo inciucio.

Ma si era sottovalutata la rabbia popolare. Queste elezioni aprono una fase nuova, niente sarà come prima. Qualcosa è sfuggito o andato storto, secondo i calcoli del Pd e di Forza Italia. Un accordicchio di Sistema non ha (più) i numeri sufficienti per governare il Paese. Il Gentiloni bis torna in soffitta. Il M5S è, infatti, andato oltre le aspettative attestandosi al 32 per cento facendo quasi il pieno nei collegi uninominali del Sud. È un successo inequivocabile. Un voto storico: finisce la Seconda Repubblica. Per Di Maio inizia “la Terza Repubblica dei cittadini”. I partiti tradizionali vengono spazzati via.

Il M5S intercetta il voto del ceto medio impoverito, dei working poor e dei giovani senza futuro. Un segnale di discontinuità contro un establishment ormai screditato agli occhi dei cittadini. Ha trionfato il “mandiamoli a casa”. Anche se il MoVimento, nelle ultime settimane, sta avendo una metamorfosi. Una forza non soltanto del “vaffanculo” ma responsabile e con un progetto credibile. Una sorta di normalizzazione all’interno del Sistema dei vari Di Maio & Co.

Crollo Pd: Renzi è stato il becchino della sinistra

Governo

di Stefano Feltri

In Italia la sinistra non c’è più. L’ha distrutta Matteo Renzi, certo, ma anche i vari Massimo D’Alema e tutta la cricca di Liberi e Uguali che è uscita dal Pd perché non condivideva la visione monarchica del renzismo che metteva ai margini la loro oligarchia polverosa. E non c’è una sinistra radicale competitiva, non c’è un Jeremy Corbyn che scali il partito e non c’è un Jean-Luc Melénchon che incarni, da sinistra, la novità populista.

Il Pd non è più stato un partito di sinistra. Renzi e i renziani cercavano la compagnia della Confindustria, non dei precari ai quali veniva spiegato, anzi, che l’abolizione dell’articolo 18 era una buona notizia anche per loro che sognavano un contratto a tempo indeterminato. Il Pd non ha neppure provato a vincere queste elezioni perché non aveva un messaggio da dare se non “siamo dei buoni amministratori dello status quo”.

Eppure, ha detto Walter Veltroni in un bel discorso al teatro Eliseo di Roma il 25 febbraio, “sinistra è una bellissima espressione, rimanda alla condivisione del dolore sociale, alle lotte per la libertà, alla tensione verso l’uguaglianza. La sinistra moderna è riformista, è liberale, deve essere radicale nelle sue scelte e nei suoi programmi”. Ecco questa sinistra, quella del Pd ma anche quella di LeU non è stata liberale, non è stata radicale, non ha teso all’uguaglianza.