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Emilia Romagna, il boccone più ghiotto per la Lega

di Sergio Caserta

Manca meno di un anno alle elezioni regionali in Emilia Romagna, se l’attuale maggioranza riesce a rinviare la data ai primi di gennaio 2020, mancano undici mesi. Di mezzo ci sono altre elezioni regionali il 10 febbraio in Abruzzo e il 24 febbraio in Sardegna, poi il 26 maggio ci saranno le europee con annesse le elezioni in Piemonte e in Basilicata, infine toccherà alla Calabria e all’Emilia Romagna.

I sondaggi elettorali danno da mesi e in modo pressoché univoco la Lega di Salvini in crescita costante, i M5S in arretramento progressivo e altrettanto costante, il partito democratico ben che vada inchiodato ai risultati del 4 marzo, cioè il livello più basso della sua decennale esistenza.

Questi dati riguardano anche la regione guidata da Stefano Bonaccini, almeno secondo il recente sondaggio dell’IPSOS commissionato e pubblicato dal Corriere della sera edizione bolognese, e sono nefasti per il partito oggi al governo, in parentesi quelli delle precedenti regionali: Lega al 23% primo partito (19,42%), Pd crollo al 17%( 44,53%), M5S in arretramento al 15% (13,27%), Forza Italia si dilegua al 3%(8,36%) , altri al 4%, incerti 38% una quota alta ma non tanto da far pensare ad un ribaltamento, nel 2014 infatti voto solo il 38% con un’astensione inimmaginabile. Consideriamo inoltre che a sinistra del PD, due liste SEL e Altra Emilia Romagna, insieme raggiunsero circa il 7% e nel sondaggio non sono nemmeno rilevate.

Podemos verso la scissione, la destra gioisce

di Steven Forti, ricercatore presso l’Instituto de História Contemporânea dell’Universidade Nova de Lisboa e professore presso l’Universitat Autònoma de Barcelona – @StevenForti

Podemos è sul punto di spaccarsi. O quasi. Proprio a cinque anni dalla fondazione del partito che ha rivoluzionato la sinistra in Spagna. Era la metà di gennaio del 2014 quando nel teatro del Barrio di Lavapiés si lanciava il manifesto Mover ficha. Alle Europee del maggio successivo Podemos otteneva oltre un milione di voti e mandava a Bruxelles cinque deputati. La politica spagnola cambiava di colpo, il bipartitismo scricchiolava e la speranza di un cambiamento con la vittoria delle sinistre era reale in quei mesi.

Poi venivano le comunali del maggio 2015 con la conquista delle grandi città, le elezioni generali del successivo mese di dicembre, la ripetizione dell’estate 2016… Podemos otteneva oltre cinque milioni di voti. Molti, anche se le speranze erano maggiori. Infine, l’arrivo del socialista Pedro Sánchez al governo, dopo la mozione di sfiducia a Rajoy dello scorso mese di giugno, e il ruolo cruciale di Podemos in tutta l’operazione, con un occhio rivolto a Lisbona.

La sinistra “rinasce” dai sindaci

di Daniela Preziosi

Grande confusione sotto il cielo della sinistra radicale italiana ma la situazione non è eccellente, almeno per ora. Al lato sinistro del Pd il 2019 si apre con la nebbia fitta. Per la seconda settimana di gennaio De Magistris ha convocato la nuova – ennesima – riunione che dovrebbe sancire l’inizio della raccolta delle firme per la sua lista alle europee del 26 maggio.

Saranno della partita Sinistra italiana, Rifondazione comunista ma anche la «vecchia» Altra Europa con Tsipras, il cui simbolo potrebbe partecipare di diritto alla competizione per Bruxelles. Ma il sindaco di Napoli preferisce una strada più civica: si è convinto, con fatica, che la sua faccia e il suo marchio – anche con la parola magica «popolo» nel simbolo – non sono abbastanza per un exploit alle urne e ora è a caccia di nomi-simbolo.

Corteggiato numero uno è l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano. Che fin qui ha affettuosamente declinato. Qualche sì «di peso» però è arrivato: quello ancora non ufficiale di Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi (Ilaria ha declinato). La sinistra ancora tramortita dal flop delle politiche guarda con speranza anche a un evento esterno ma non troppo: l’elezione di Maurizio Landini a segretario Cgil. L’ex leader della Fiom, a suo tempo leader della Coalizione sociale con Stefano Rodotà e don Luigi Ciotti, potrebbe favorire la ripresa di fiato della sinistra.

Barcellona, il consiglio dei ministri in trasferta e le proteste del movimento per la Repubblica

di Stefano Portelli

Con la giornata di venerdì, 21 dicembre, il movimento indipendentista catalano ha dimostrato di avere ancora una grande forza di mobilitazione di base, e soprattutto di non essere facilmente manovrabile dalla sua stessa élite. Per la prima volta in quarant’anni, il consiglio dei ministri spagnolo ha deciso di riunirsi a Barcellona: ufficialmente, come segno di distensione del nuovo governo socialista verso la questione catalana; in pratica, trasmettendo un messaggio autoritario molto simile a quelli del governo precedente.

La città militarizzata, con l’invio di migliaia di agenti da altre parti della Spagna, ricordava il referendum del 1° ottobre 2017. Tutta la parte di litorale intorno al palazzo della Llotja, dove si svolgeva l’incontro, era una “zona rossa”, come nei vertici degli anni Novanta. Il governo socialista ha portato a Barcellona le stesse brigate antisommossa responsabili delle peggiori violenze del 1° ottobre. Strano modo di dimostrare distensione.

Esattamente un anno prima, il 21 dicembre 2017, il governo spagnolo aveva costretto i catalani a votare di nuovo, dopo aver sciolto il parlamento eletto. La scelta di questa data per il nuovo vertice, quindi, non poteva che rappresentare una provocazione per il movimento catalano: dopo la pesante repressione al referendum, dopo l’arresto dei deputati, le minacce al presidente Puigdemont (anche di morte) che lo spinsero all’esilio, che bisogno c’era di celebrare questo incontro in Catalogna, proprio ora? Soprattutto con i prigionieri politici catalani ancora in attesa di processo, alcuni dei quali in sciopero della fame.

Auguri e programmi per il futuro: per uno spazio sempre libero e aperto

Care compagne e cari compagni, quest’anno sugli auguri ci mettiamo la faccia. Pensiamo infatti che tutte e tutti noi dobbiamo assumerci delle responsabilità rispetto alla situazione generale cosi gravida di pericoli per la democrazia, per la sicurezza, il lavoro e in genere per le condizioni di vita delle persone più deboli, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla religione e dall’opinione, come recita l’articolo 3 della nostra Costituzione.

Il discrimine passa proprio da qui. Già noi. Il manifesto in rete, questa piccola navicella rossa che attraversa il mare in tempesta dell’informazione e combatte da sei anni sempre in direzione ostinata e contraria, a cui restiamo tenacemente affezionati. Ci seguite in molti, ma come se il nostro esserci fosse qualcosa di naturale: certo è un sito aperto a libero accesso; è proprio come uno spazio aperto che lo abbiamo voluto e realizzato.

Forse non sottolineiamo abbastanza lo sforzo quotidiano, in termini umani ed economici, sempre precari ed esposti a rovesci e crisi. Il nostro impegno, militante e volontario, a mantenere attivo questo sito, a costruire iniziative culturali, campagne ed eventi – come, già da anni, la ormai collaudata manifesta – per stimolare il confronto sui temi che consideriamo più importanti, ha bisogno del supporto, economico e di divulgazione, di ognuno di voi.

Il presepe e l’umanità tradita

di Tomaso Montanari

«Te piace ‘o presepe? No!». Guardando la fotografia in cui lo sguardo bestiale di Calderoli e il sorriso da marketing della paura di Salvini abbracciano la rappresentazione della nascita del Dio dei poveri e degli ultimi viene da rispondere come Nennillo al padre Luca Cupiello: no, quel presepe non mi piace affatto.

Negli spazi pubblici delle nostre città si moltiplicano in questi giorni i presepi. Nella mia Firenze, il presidente del consiglio regionale della Toscana, Eugenio Giani (Pd), ne ha fatto realizzare una mostra nella sede del consiglio, e ha teorizzato: «Con la mostra dei presepi in Consiglio regionale lanciamo un messaggio politico istituzionale, perché il presepe è al centro della nostra tradizione e deve caratterizzare gli spazi pubblici». D’altra parte, l’esempio viene dal vertice della Repubblica: il 12 dicembre il presidente Sergio Mattarella ha inaugurato al Quirinale, la casa di tutti gli italiani, un grandioso presepe materano. E durante il discorso alla nazione del 2015, alle spalle di Mattarella era stato disposto a favore di telecamera un presepe napoletano sotto una campana di vetro.

Ebbene, sia come cittadino di uno stato laico sia come cristiano credente e praticante credo sia un errore grave. Naturalmente nella propria casa ognuno si comporterà come crede, e molti non credenti sceglieranno magari di farlo, il presepe: per celebrare la propria umanità attraverso un segno carico di significati connessi alla storia familiare e all’infanzia, come spiega con grazia ed erudizione Maurizio Bettini nel suo delizioso Il Presepio. Antropologia e storia della cultura, appena uscito da Einaudi.

La crisi dei partiti della sinistra secondo Srnicek e Williams

di Gianfranco Sabattini

Nick Srnicek e Alex Williams al loro “Manifesto accelerazionista” (scritto nel 2013) hanno fatto seguire, nel 2015, il volume “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”. Il libro contiene uno sviluppo delle tesi già esposte nel “Manifesto”, articolato in una severa diagnosi della crisi dei partiti tradizionali della sinistra, con la formulazione di una proposta per una loro rivitalizzazione, attraverso l'”invenzione” di un possibile futuro, che il capitalismo, nella sua coniugazione neoliberista, ha rimosso dall’immaginario collettivo.
Mentre la diagnosi della crisi dei partiti della sinistra è nella sostanza condivisibile, la proposta, rispetto al modo in cui è formulata e alle modalità della sua realizzazione, risulta ridondante, sino a comprometterne la desiderabilità e la fattibilità.

Sulla crisi della sinistra, Srnicek e Williams esordiscono col dire che la debolezza che attualmente la affligge non è attribuibile esclusivamente a cause esterne; una diagnosi onesta – essi affermano – deve essere formulata assumendo la presenza anche di cause esterne, la principale delle quali è individuata nella diffusa e acritica accettazione di un pensiero basato su quella che gli autori chiamano “folk politics”.

Questa espressione viene adottata per indicare “un insieme di idee e intuizioni che, all’interno della sinistra contemporanea, guida il senso comune da cui discendono organizzazione, azione e pensiero politico”; si tratta in sostanza di un complesso di presupposti strategici che hanno indebolito la sinistra, “rendendola incapace di nutrire ambizioni di crescita, di generare cambiamenti duraturi e di espandere l’orizzonte dei propri interessi”. Adottando la folk politics, i partiti della sinistra si sono illusi di poter rispondere alle crisi ricorrenti provocate dal capitalismo contemporaneo, riportando l’attività politica ad una scala umana, quindi “enfatizzando un’immediatezza che è contemporaneamente temporale, spaziale e concettuale”.

La sinistra è ormai allo sbando. A Capodanno toccherà accontentarsi dello spezzatino

di Sergio Caserta

Si avvicina la fine di questo tormentato 2018 che ci ha regalato il primo governo dichiaratamente populista, sovranista e semi-antieuropeista: a guardare le fibrillazioni alla vigilia dell’approvazione definitiva della cosiddetta legge di stabilità o Dpf che dir si voglia – dal momento che l’Europa s’impunta e i galletti super-vice primi ministri Luigi Di Maio e Matteo Salvini mostrano segni di cedimento sulla linea del “non abbasseremo il deficit di un centesimo, non arretreremo di un millimetro” -, sembra già un altro film. Finirà con l’Italia più virtuosa della Francia macroniana spendacciona?

Nel frattempo l’opposizione è in vacanza, il Pd è alle prese con i più lunghi preliminari che un congresso abbia mai registrato dopo la batosta elettorale del 4 marzo. Si viaggia senza aver mai veramente discusso le cause della rovinosa Little Big Horn, candidati che entrano ed escono dalla porte girevole del Nazareno come nel Grand Hotel, mentre Matteo Renzi ancora non molla la presa. Le primarie saranno un grottesco funerale collettivo.

Se il Pd si contorce come la mucca nelle sabbie mobili (l’immagine piacerebbe a Pierluigi Bersani), più a sinistra non c’è proprio nulla da divertirsi: l’attività da tempo in auge è cercare di superare la scissione dell’atomo, anche quella del nucleo in protoni e neutroni, fino all’impossibile (ma ne sarebbero capaci) scissione dell’elettrone! Di seguito sono andati in pezzi:

Italia in comune al via anche a Bologna

di Sergio Palombarini

“La politica deve essere al servizio di tutte le cittadine e i cittadini. Si fonda su valori condivisi e agisce con responsabilità operando scelte per il bene comune. La politica è l’arte di coniugare la visione ideale con il mondo del realizzabile. In questo modello politico le comunità sono protagoniste. Ci proponiamo come forza aperta al cambiamento, impermeabile a interessi personalistici. Ci riconosciamo nei principi che sono alla base della Costituzione italiana al fine di perseguire una realtà politica democratica, libera, inclusiva, moderna e attiva”.

Queste le prime parole della Carta dei Valori del partito Italia in comune, presentato martedì 11 dicembre scorso alla sala Biagi del Quartiere Santo Stefano. I promotori del progetto, Federico Pizzarotti, sindaco di Parma. Alessio Pascucci, sindaco Cerveteri, Federica Salsi, responsabile di Bologna, ed altri tra parlamentari e semplici simpatizzanti si sono alternati al microfono e si sono confrontati su idee e obiettivi del nuovo partito nazionale.

La parola partito è stata sottolineata più volte evidenziando l’accezione positiva del termine, contrariamente al sentire comune a molte persone che – da tempo – considerano i partiti, di qualunque tendenza essi siano, negativamente. Gli intervenuti hanno rimarcato che invece i partiti sono una forma di associazione prevista direttamente dalla Costituzione italiana, all’art. 49 (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”).

Manuela D’Avila: “Bolsonaro è fascista, la sinistra mondiale ha il compito di difendere la democrazia”

di Giacomo Russo Spena

“La vittoria in Brasile di un ex-militare razzista di estrema destra, sostenitore della dittatura, come Bolsonaro è stato il punto d’arrivo del golpe mediatico giudiziario che ha condotto alla destituzione della legittima presidente Dilma Rousseff e poi all’arresto di Lula”. Manuela D’Avila, 37 anni, è stata la candidata a vicepresidente del Brasile per la coalizione del PT – Partido dos trabalhadores – e del PCdoB “Il Brasile Felice di Nuovo”.

Dopo l’arresto di Lula, si è presentata alle recenti elezioni in tandem col candidato presidente Fernando Haddad: una formula, sebbene uscita sconfitta, che ha preso più di 47 milioni di voti. Attivista sociale, femminista, battagliera deputata di Porto Alegre, è in Italia per due incontri pubblici – ieri a Napoli col sindaco Luigi de Magistris, oggi a Roma, ore 18, presso la Casa Internazionale delle donne con l’europarlamentare Eleonora Forenza e il costituzionalista Luigi Ferrajoli – organizzati dal gruppo del GUE-NGL e da Rifondazione Comunista.

“In Brasile il patto democratico tra istituzioni e cittadini per garantire il rispetto dei diritti umani è sotto attacco – dice D’Avila – Per questo sono venuta in Europa: voglio raccontare cosa è cambiato da quando è stato eletto il presidente Jair Bolsonaro, per capire come resistere all’offensiva autoritaria da parte del suo governo”.