Landini: “Un altro genere di sindacato oggi è possibile”

di Rossana Rossanda Maurizio Landini è stato eletto da poco segretario della Cgil ed è assediato da mille impegni. Tanto più gli sono grata di avermi concesso un’intervista. Ragione di più anche per non prenderla alla lontana sul tema che mi preme. Puoi dirmi perché avete rifiutato di partecipare allo sciopero generale dell’8 marzo? Non […]

Giove (Cgil Emilia-Romagna): “Ecco perché la nostra autonomia è diversa da quella di Veneto e Lombardia”

di Tommaso Nutarelli

In questi giorni si è riacceso il dibattito intorno all’autonomia differenziata, richiesta da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Un tema complesso, che ha sollevato dure polemiche e molte critiche anche da parte dei sindacati. Cgil, Cisl e Uil, infatti, vedono nell’autonomia un attacco all’unità del paese, con il rischio che si creino regioni di serie A e B e aumenti così il divario tra nord e sud.

Luigi Giove, segretario generale della Cgil Emilia-Romagna, spiega tuttavia al Diario del Lavoro che le richieste della sua regione sono completamente diverse da quelle di Veneto e Lombardia, regioni che, secondo Giove, puntano effettivamente a una vera e propria secessione. Nel caos comunicativo e politico di queste settimane, afferma Giove, non emergono le differenze tra la proposta dell’Emilia-Romagna rispetto alle altre due; e si corre il rischio che l’Emilia-Romagna svolga involontariamente il ruolo di ulteriore puntello a una proposta che in realtà non condivide assolutamente.

Giove, qual è la posizione dell’Emilia-Romagna sull’autonomia differenziata?

Stiamo discutendo con la Regione Emilia Romagna da circa due anni su questo tema. Il nostro giudizio in merito si articola in una duplice valutazione, da un lato è politica e, dall’altra, sui contenuti. In origine l’idea dell’Emilia-Romagna era quella di contrapporre al progetto sostanzialmente secessionista di Veneto e Lombardia, una forma di regionalismo rafforzato – che comunque comparta delle criticità – senza minare l’unità nazionale. Oggi questa impostazione permane, anche se è mutato il quadro politico di riferimento.
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Maurizio Landini

Landini segretario della Cgil: le parole chiave in attesa del 9 febbraio

di Loris Campetti

Maurizio Landini ha preso in mano la ultracentenaria Cgil con la forza di un tornado, ma la sua non è una forza distruttrice. Si potrebbe parlare di sindacato del cambiamento se non fosse che chi usa questo sostantivo in politica è un gattopardo che vuole cambiare tutto per non cambiare niente, come fa il governo gialloverde o giallonero che dir si voglia con le politiche economiche, liberiste erano e liberiste restano. Landini vuole bene alle persone che rappresenta, ha con loro una connessione sentimentale per dirla con Antonio Gramsci.

In una stagione di frantumazione del lavoro che distrugge i valori e i diritti conquistati nel Novecento e cancella l’idea fondativa per cui a parità di prestazione dev’esserci parità di trattamento e di contratto, bisogna fare sindacato di strada, andare a trovare i lavoratori dove sono, nelle fabbriche, nei cantieri, nei sottoscala, nei campi, nei magazzini, tra i ciclisti della pizza. E le Camere del lavoro per essere al passo coi tempi devono tornare alle origini ottocentesche, alle Società di mutuo soccorso in cui si entrava analfabeti e si usciva sapendo parlare, capire, contare, istruitevi e poi agitatevi e organizzatevi diceva ancora Gramsci.

La Cgil deve spalancare le sue porte per far prendere aria all’interno e offrire un rifugio a chi sta fuori, è solo e dunque è debole. Le filiere del lavoro vanno seguite per intero e a tutti quelli che vi lavorano vanno garantiti stessi diritti. Perché oggi non siamo più analfabeti ma ci fregano lo stesso, dice con un linguaggio inequivocabile il nuovo segretario generale della Cgil.
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Cgil - Foto di Gianfranco Goria

Cgil, come gestire il cambio al vertice

di Alfiero Grandi

Oggi il sindacato non deve difendere la sua autonomia, il suo ruolo dai partiti, perché questi o non esistono più o hanno perso radicamento nei luoghi di lavoro. E tra poco ci sarà un importante passaggio al vertice della Cgil, organizzazione a cui sono legato da sempre. Conosco direttamente tre cambi di segretario generale: da Luciano Lama ad Antonio Pizzinato, da Pizzinato a Bruno Trentin e da Trentin a Sergio Cofferati.

Il primo passaggio non fu felice, Pizzinato è un’ottima persona ma per il ruolo di segretario generale – a mio avviso – non era adatto, anzi l’insistenza di Lama e altri che lo convinsero a superare le sue resistenze fu un errore. La crisi della segreteria Pizzinato scoppiò poco tempo dopo e ritornò in campo la candidatura di Trentin, che era la più forte già al momento dell’elezione di Pizzinato. La Cgil attraversò una lunga fase di crisi e finì per tornare al punto di partenza: a Trentin.

Cofferati e io siamo entrati in segreteria confederale insieme, su proposta di Trentin. Chi ne ha letto i diari ha capito che Trentin aveva una personalità complessa, ma con alcuni principi ben saldi. Trentin è stato un segretario generale di grande valore, dopo l’accordo del luglio 1993 ritenne conclusa la sua esperienza e propose di scegliere un nuovo segretario generale prima del congresso. Non mi ha mai detto quale fosse la sua preferenza, né io gli ho mai chiesto nulla, sarebbe stato estraneo all’etica del nostro rapporto.
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I contenuti, non il metodo. Nel nome di Trentin

L’autore di questo articolo sarà a Bologna venerdì 19 ottobre per presentare il suo libro “La memoria e la speranza. Oltre le macerie della sinistra”.

di Andrea Ranieri

Da vecchio trentiniano non posso che essere contento che la memoria di Bruno Trentin entri nel dibattito congressuale della Cgil. Bruno Trentin è richiamato infatti con molta enfasi dal membro della segreteria confederale Vincenzo Colla (v. la Repubblica dell’11 ottobre scorso) perché a differenza dell’attuale segretaria generale Susanna Camusso, non propose il suo successore ma mise in moto una consultazione vincolante di tutti i membri del direttivo.

Sarebbe forse più opportuno che Trentin fosse evocato per i messaggi che lanciò con forza all’Assemblea di Chianciano del 1989 nella quale, con molto anticipo su tutti, pose il tema di come fare sindacato in un mondo del lavoro che si frammentava e si personalizzava. E magari fare i conti con la sua angoscia, testimoniata dai diari recentemente pubblicati, nel constatare come fosse difficile cambiare la Cgil per metterla in grado di affrontare con decisione i compiti nuovi che il mutamento politico e sociale poneva al sindacato. In una situazione in cui la sinistra politica stava perdendo ogni capacità di leggere le dinamiche sociali, e faceva della modernizzazione e della innovazione senza aggettivi, della «governabilità», la sua fondamentale ragion d’essere.

Trentin aveva chiaro che di fronte alla frammentazione sociale che attraversava il mondo del lavoro e la società intera non era possibile limitarsi a difendere il fortino, ma occorreva senza remore aprirsi alle nuove soggettività lontane dai modi tradizionali in cui il sindacato pensava se stesso e le sue regole di rappresentanza. Aprirsi al lavoro precario e instabile, fare i conti con la cultura del femminismo e dell’ambientalismo, fino a stringere coi nuovi movimenti forme di consultazione e di co-decisione permanente, ogni volta che la contrattazione affrontava problemi che avevano una ricaduta sulla vita quotidiana delle persone, dentro e fuori dei luoghi di lavoro.
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Rinaldini: “Marchionne? Ha sacrificato la Fiat per salvarne i padroni”

di Gabriele Polo

“Marchionne non ha salvato la Fiat, l’ha sacrificata per salvarne i proprietari. Del resto era stato assunto per questo, quindi ha fatto un ottimo lavoro, dal punto di vista degli eredi Agnelli”. Gianni Rinaldini fa uno sforzo di laicità: dopo il lutto per l’uomo, l’ex segretario generale della Fiom prova a superare la generalizzata santificazione del manager, fornendo il proprio punto di vista su chi è stato sua controparte e trarre un bilancio sugli esiti industriali, sindacali e sociali della fu maggiore impresa privata italiana targata Torino; ora gruppo americano con la testa a Detroit, quotata a Wall Street, sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra: “Assunto per gestire l’uscita della Fiat dall’auto, evitare il fallimento del gruppo che avrebbe travolto gli Agnelli – più di cento eredi, divisi in numerose famiglie e importanti cognomi – e arrivare al pareggio di bilancio, Sergio Marchionne ha svolto fino in fondo il compito che gli era stato assegnato. Salvando Exor, i suoi azionisti. E la Chrysler, grazie a Obama. Per poterlo fare ha sacrificato la Fiat, penalizzato gli stabilimenti italiani e soprattutto i suoi operai”.

Marchionne arriva in Fiat nel 2003 e diventa amministratore delegato nel giugno 2004, dopo la morte di Umberto Agnelli e lo scontro della famiglia con Morchio che voleva diventare presidente oltre che a.d. del gruppo. Da allora è stato anche la tua controparte. Che impressione ne hai tratto?
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Di Vittorio, di Mary Shelley

di Jacob Foggia

“Io oggi voterei Casapound”, hanno scritto. Con una calligrafia adolescenziale, col tratto certo degli impuniti. Di chi sa che, alla fine, niente gli è mai successo e niente, mai, gli succederà. Sotto il cippo commemorativo di Giuseppe Di Vittorio. A Molfetta. Lo scandalo ha prevalso, invadendo – invasivo – ogni orifizio del politically correct. Così vanno le cose, così devono andare. E mala tempora currunt. Da dove partire? Da Giuseppe Caradonna. Che a cavallo entra a Napoli, il 24 ottobre del 1922. Quattro giorni prima della Marcia.

Bianco, dicono, il cavallo. Abbronzato lui, il re dei mazzieri. Di quelli che, per dirla alla plebea, pestavano a sangue i braccianti riottosi, quando questi scioperavano. Che i braccianti mai avrebbero dovuto permettersi. Schiene, spalle, facce. Tutto veniva triturato dai guardiani dell’ordine a cavallo. Dai mazzieri da Caradonna. Che, quando entrano a Napoli, hanno già un coro tutto loro. Come i calciatori importanti nel calcio che fu. All’armi, all’armi. Bene. Caradonna aveva fondato i Fasci di Combattimento. Nel ’20. Aveva ucciso Di Vagno, nel ’21. Aveva guidato i pugliesi alla presa del potere, nel ’22.

Era entrato in Parlamento. Era un pezzo grosso. Uno dei più grossi. Giuseppe Di Vittorio, bracciante sindacalizzato, gli fece pervenire un messaggio. Un solo, singolo, messaggio. Diceva: io e te, in piazza, davanti a tutti. Caradonna era importante. Più che importante, era il fascismo. Rifiutò sdegnosamente il duello rusticano. Di Vittorio non poté che concludere: sei un vigliacco .Un vigliacco che rifiuta la disputa dell’onore. Per uno s’aprirono le porte del Gran Consiglio. Per l’altro, quelle dell’esilio. Ma, a Cerignola, tutti sapevano. Che Caradonna era un vigliacco. E tanto bastava. Giuseppe Di Vittorio, uomo del 1892, conosceva l’importanza dei simboli.
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Lettera aperta a Cgil, Cisl, Uil dopo l’attacco di Di Maio al sindacato

di Pierre Carniti

Cari amici e compagni, la recente sortita di Di Maio, con la inconcepibile minaccia rivolta soprattutto al sindacalismo confederale, minaccia che comprende il proposito di riformarlo autoritariamente se mai lui dovesse arrivare a Palazzo Chigi, è sicuramente indicativa dei limiti del dirigente “pentastellato”. Sia della sua cultura costituzionale, come della sua consapevolezza circa il ruolo essenziale dell’autonomia dei gruppi intermedi nell’assicurare l’indispensabile vitalità democratica, nelle società complesse e fortemente strutturate.

L’improvvida uscita del giovane parlamentare, della nebulosa grillina, potrebbe indurre i più sprovveduti a credere che la dialettica sociale possa essere neutralizzata “statalizzando” la società. Tuttavia, non c’è dubbio che la sconsiderata sortita di Di Maio può, al tempo stesso, essere interpretata come una spia anche del declino della popolarità del sindacato. Condizione che induce alcuni politici e politicanti ad uniformarsi a quello che viene considerato il “senso comune”.

Anche se, come spiegava bene Manzoni, è generalmente diverso, e non di rado opposto, al “buon senso”. Insomma, Di Maio è stato l’ultimo in ordine di tempo a dire sciocchezze sul sindacato. Ma non è nemmeno l’unico. Basterà ricordare che non moltissimo tempo fa un noto politico, investito da preminente responsabilità istituzionale, non aveva esitato ad affermare che il tempo dedicato al confronto con il sindacato era da considerare, nei fatti, “tempo sprecato”.
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I diari di Bruno Trentin: il racconto di un periodo cruciale

di Luigi Agostini

La pubblicazione dei Diari di Bruno Trentin rivestono una straordinaria importanza. Per ieri e per oggi. Gettano un fascio di luce su un periodo cruciale, su orientamenti e scelte che hanno inciso e continuano a incidere in profondità sulla realtà italiana, dal ruolo e dal peso che nella storia del Paese hanno svolto e svolgono grandi organizzazioni di massa. Tra cui, indubitabilmente la Cgil.

I diari rappresentano un documento teorico, un itinerario strategico, in un frangente altamente drammatico: il collasso dell’Urss, lo scioglimento del PCI, la crisi italiana, la crisi di direzione della Cgil. Rappresentano anche un romanzo di vita e insieme ritratto della personalità intima dell’uomo: un uomo tormentato e in ricerca, ma profondamente solo, quasi esterno/estraneo alla propria organizzazione; nei diari – sorprendentemente per me-, non emerge mai, in termini psicanalitici, un riconoscimento dell’Altro e delle sue Ragioni, in uno stile polemico in cui il contradditore, interno o esterno alla Cgil viene normalmente declassato e moralmente squalificato. Sia, sia si tratti di Del Turco o Garavini, di Carniti o di Carli o Amato o Benvenuto. Per non dire del continuamente vituperato Bertinotti.

I diari sono concentrati su uno straordinario appuntamento dell’Uomo con la Storia. Un romanzo di vita di un dirigente straordinario, simbolo dell’autunno caldo, della FLM (il più grande incontro di massa della storia italiana tra forze cristiane e forze di orientamento socialista), del sindacato dei consigli; Un dirigente di primo piano della più grande macchina politica dell’occidente, il PCI togliattiano: non per caso riposa per sempre al Verano accanto ai massimi dirigenti del PC.
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Il Pd toglie ai lavoratori per dare alle banche

di Alessandro Somma

E così, alla fine, il governo è riuscito a salvare Banca Popolare di Vicenza e Veneto banca, e con loro i correntisti con somme depositate oltre i centomila Euro e i possessori di obbligazioni senior: non subiranno le conseguenze previste dalla recente disciplina europea, quella sul mitico bail in, non dovranno cioè contribuire in prima persona al salvataggio. La parte sana delle due banche verrà regalata a Banca Intesa, che erediterà così una rete di sportelli in una tra le aree più ricche del Paese.

Riceverà inoltre cinque miliardi di Euro per fronteggiare i costi dell’operazione, inclusa la gestione dei quasi quattromila lavoratori che perderanno il posto. La parte malata delle due banche verrà invece assorbita dallo Stato, che metterà a disposizione altri dodici miliardi di Euro come garanzia per i crediti deteriorati: quelli che hanno condotto i due istituti veneti alla rovina.

Il tutto con la benedizione della Commissione europea e della Banca centrale europea, a dimostrazione che, se e quando vuole, il governo sa battere i pugni sul tavolo e farsi concedere ciò che vuole dai tecnocrati di Bruxelles. Così come è bravo a trovare in fretta i soldi, sempre se e quando vuole, cioè quando si tratta di banche.
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