Il filo che unisce il 25 Aprile al Primo Maggio

di Alfonso Gianni Abbiamo alle spalle una giornata importante, quella del 25 Aprile, segnata da centinaia di iniziative in tutta Italia, a cominciare da quella nazionale di Milano. Si è respirata un’aria nuova. Soprattutto per la presenza rilevante di giovani e giovanissimi, al canto di Bella Ciao, la canzone simbolo della Resistenza, ormai universale, perché […]

Cercare la sinistra dentro la società

di Alfiero Grandi

Dopo l’ennesimo disastro elettorale Pietro Spataro giustamente invoca una riflessione di fondo sulla sinistra. Purtroppo parte importante del gruppo dirigente del Pd continua a rispondere a questa crisi ricordando l’età dell’oro del 40% alle europee. Il punto da cui partirei è un poco diverso dal titolo dell’articolo di Spataro. Non è scomparsa la sinistra ma la sua rappresentanza politica.

Certo se proseguisse questa situazione il risultato finale potrebbe essere la coincidenza delle due crisi, cioè della rappresentanza politica e della sinistra diffusa, nella cultura, nella società, nelle persone. Per ora mi sembra ci sia una differenza importante, che lascia una speranza a patto di iniziare finalmente ad affrontare i problemi.

L’esistenza di una sinistra nella società è un punto da cui partire e che potrebbe consentire di individuare e mettere in campo energie e forze importanti per tentare di superare questa crisi. Del resto è del tutto evidente che in situazioni molto diverse tra loro, socialmente e culturalmente la scelta degli elettori di scegliere l’astensione o di cercare altri interlocutori da votare è partita proprio dalla sfiducia nei referenti politici attuali della sinistra, non più vissuti come i propri rappresentanti.
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L’umanesimo digitale e la vera privacy

di Vincenzo Vita

La relazione annuale (2017) del Garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro, presentata ieri alla camera dei deputati, corre via per venti pagine con consumata sapienza. Contiene, come sottotesto appena velato, un elogio della politica. Solo quest’ultima, nella versione alta e bella del termine – sì, la politica non è necessariamente robaccia – è in grado di districarsi dentro la colossale contraddizione del millennio.

Si tratta della complicata sintesi tra due diritti altrettanto importanti: trasparenza e tutela della privacy. Da una parte si chiede che tutto stia in una casa di vetro, dall’altra la quantità di dati che gira sulla vita di ognuno di noi interpella la democrazia sul permanente «Truman show»: in cui il privato è pubblico, rovesciando la sacrosanta indicazione femminista degli anni settanta.

«È indispensabile fare della protezione dei dati una priorità delle politiche pubbliche», ha sottolineato Soro. Che aggiunge, infatti, «Siamo… soggetti – più di quanto ne siamo consapevoli – a una sorveglianza digitale, in gran parte occulta, prevalentemente a fini commerciali e destinata, fatalmente, ad espandersi anche su altri piani, con effetti dirompenti sotto il profilo sociale».
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Liberi e uguali, la sinistra di Grasso e quella che non si rassegna

di Francesca Fornario

Ho seguito l’assemblea fondativa di quella che i giornali hanno definito per mesi la “lista unitaria”, anche se non sarà l’unica. Se non siete fan dei King Crimson faticherete a ricordare l’attuale formazione, poiché nei mesi sono stati sostituti diversi componenti: restano Sinistra italiana e Possibile, escono Rifondazione e i civici del Brancaccio riuniti da Tomaso Montanari e Anna Falcone, entrano Movimento democratico e progressista e Piero Grasso, resta in bilico Giuliano Pisapia, impegnato in un progetto solista, che sembrerebbe orientato a decidere con chi schierarsi dopo le elezioni, dato che prima non si sa chi vince.

In platea c’erano 1500 delegati dai territori a votare le proposte dell’assemblea ma non c’era niente da votare: né un programma – se ne parlerà a gennaio – né un nome, né un leader. Non c’erano mozioni, non ci saranno primarie. Roberto Speranza di Mdp, Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, Giuseppe Civati di Possibile hanno dato per scontato che il capo politico del “quarto polo alternativo al Pd” sarà Piero Grasso, che fino a ieri era nel Pd. Grasso, intervenuto in quanto capo politico a chiusura dell’assemblea, ha a sua volta dato per scontato e che il nome della lista sarà “Liberi e Uguali”, declinato al maschile, per una lista di quattro maschi: le delegate – immagino lo scoramento – e i delegati devono averlo intuito incrociando le indiscrezioni dei giornali e lo slogan che Grasso ha scandito per tre volte alla fine del suo intervento.

Speranza, Civati, Fratoianni e Grasso sono entrati nel merito di alcuni specifici provvedimenti da adottare, citandone solamente due: la legge sul fine-vita e lo Ius soli. E nel merito di quelli da abolire, citandone solamente due: gli accordi Italia-Libia e la legge Bossi-Fini, la cui abolizione avevano già promesso nel 2013, quando erano coalizzati in “Italia Bene Comune”.
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Cento (Ferrara): corsa contro il tempo per evitare il taglio delle scuole

di Massimo Corsini

Siamo ancora in tempo per salvare capre e cavoli. Se si aprirà fin da subito un tavolo tecnico e politico, potrebbero esserci tutti gli elementi per uscire da una situazione che finora sembra aver generato solo allarme. Questo è quello che crede la Cgil di Ferrara, per bocca della delegata Ania Cattani, in merito alla proposta del comune di Cento di riorganizzare la rete scolastica locale, passando da cinque istituti comprensivi a tre.

Si tratta di un’operazione che riguarda non solo il comune di Cento, ma anche l’unione dei comuni di Terre del Reno (di cui Sant’Agostino è il più grande), per un totale di 3650 alunni nel primo comune e 586 nel secondo. È bene chiarire fin da subito che non si tratta di cambiare o chiudere degli edifici, ma di una riorganizzazione amministrativa.

Ma perché c’è stata una reazione immediata di protesta sicuramente da parte dei lavoratori della scuola, ma anche da parte dei genitori? È sempre la stessa Cattani a spiegare che la proposta causerebbe alcuni effetti collaterali come la riduzione di diversi posti di lavoro, stimati dal sindacato circa 20 certi per quel che riguarda il personale Ata (bidelli e personale di segreteria), ma anche una probabile diminuzione di docenti in relazione al numero delle future iscrizioni: se verranno spalmati su più classi il numero di alunni che sarebbero stati iscritti all’istituto chiuso si avrà un rapporto alunni docente molto più alto chiaramente, e questo creerebbe un problema di garanzia rispetto al diritto allo studio.
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Cooperativismo e liberismo: come si è persa la coralità delle voci politiche

di Sergio Caserta

Nella mia trascorsa attività di cooperatore, iniziata a metà degli anni Settanta come fondatore di una cooperativa e poi divenuta attività professionale per lunghi anni, ho avuto modo per le diverse esperienze e situazioni vissute di conoscere a fondo l’organizzazione della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, oggi ribattezzata sinteticamente “Legacoop”.

La cooperazione italiana, sorta agli albori della storia del movimento operaio e passata attraverso la prima rivoluzione industriale e le due guerre mondiali, è diventata nel secondo dopoguerra un esteso e forte movimento economico di imprese associate, con milioni di soci cooperatrici e cooperatori. Come nel sindacato anche nella cooperazione esistevano ed esistono componenti politiche e culturali, e come nel sindacato anche nella cooperazione non si è mai giunti all’unificazione delle associazioni pur richiamandosi agli stessi principi di mutualità, a causa della forte influenza ideologica e politica che i partiti hanno avuto e mantenuto sulle strutture organizzative delle rispettive associazioni.

Tant’è che esistevano ed esistono la Legacoop, la Confcooperative e l’Unione cooperativa come esistono CGIL-CISL e UIL, tranne la breve esperienza subito dopo la guerra nel sindacato e quella più significativa ma anch’essa cessata della FLM sindacato metalmeccanico che riuniva FIOM,FIM e UILM. Questa divisione era di matrice ideologica, all’epoca dei due blocchi e dei muri, fu poi fortemente politica per le strategie che le diverse organizzazioni portavano avanti, nelle rivendicazioni e nel proselitismo che aveva un connotato di adesione a valori e principi di carattere generale. Il liberalismo e il cattolicesimo sociale così come il marxismo e l’egualitarismo socialista non erano elementi accessori.
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La mia indignazione per quello che sta accadendo nel campo della sanità

Sanità

di Vincenzo Tradardi * (testo adattato da Gianluigi Trianni)

Oggi sono venuto perché volevo urlare la mia indignazione per quello che sta succedendo nel campo della sanità. Mi avete presentato come ex-presidente dell’Unità Sanitaria Locale n. 4 di Parma, e stiamo parlando del 1980, cioè degli anni di applicazione della grande riforma sanitaria. La legge 833 fu approvata nel dicembre 1978, un anno durissimo, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro. Eppure alla fine di quell’anno tragico le forze politiche a grandissima maggioranza approvarono questa grande riforma sanitaria.

Pensare che la riforma sanitaria sia stata il frutto del lavoro parlamentare è non dire la verità. La riforma sanitaria fu prima di tutto frutto concreto delle lotte, e non solo dei lavoratori della sanità, ad esempio nei nostri ospedali, ma anche dei lavoratori che con i sindacati compresero il valore della tutela della salute in fabbrica e quindi della prevenzione.

Quante manifestazioni e lotte di straordinario valore abbiamo fatto, a Parma, come altrove, e con protagonisti i lavoratori, non solo gli addetti alla sanità. La riforma sanitaria non fu un atto delle commissioni parlamentari se non nella parte finale. Fu il frutto di un grande, grandissimo movimento di massa in tutto il paese che segnava un cambiamento radicale.

Perché dico radicale, forse unico? Perché, e l’ha sottolineato oggi Cristina Quintavalla**, era basato su due valori fondamentali della nostra Costituzione, la solidarietà e l’uguaglianza. I più giovani non se lo ricordano, ma prima dell’approvazione della Legge di riforma sanitaria 833/’78 c’erano le così dette mutue.
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Jobs act

Un buon viatico contro il jobs act

di Alfonso Gianni

Malgrado il cono d’ombra della vigilia, ieri mattina sono tornati in scena i metalmeccanici. Hanno manifestato unitariamente con cortei e presidi un po’ ovunque in tutta Italia. Spesso con una presenza significativa di lavoratori precari.

Dopo otto anni di separazione Fim, Fiom, Uilm, hanno proclamato assieme uno sciopero di quattro ore – andato bene, ma c’è la solita guerra dei numeri – per il rinnovo di un contratto che riguarda un milione e seicentomila lavoratori. Per smuovere una vertenza di fronte alla quale la Federmeccanica si è presentata fin dall’inizio con una propria contropiattaforma che mira ad esaltare il contratto aziendale e a deprimere, quando non cancellare, quello nazionale. E che conta sullo spalleggiamento da parte di un governo, che cita i lavoratori solo quando fa comodo, come nelle dichiarazioni di Renzi post-referendum di domenica scorsa, salvo destrutturare il diritto del lavoro e i diritti nel lavoro.

La prova unitaria di oggi avrà il suo peso nell’atteggiamento padronale? È possibile, non solo auspicabile. Soprattutto perché i risultati ottenuti dalla Fiom nei mesi scorsi, nelle elezioni interne ai luoghi di lavoro, hanno dimostrato sia al padronato che a una parte della dirigenza sindacale nostalgica delle politiche concertative, che la strategia della divisione non paga e che contratti firmati da chi, alla prova dei fatti, è meno rappresentativo di quanto non si sperasse, sono più favorevoli sulla carta ma ingestibili nella pratica.
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Unions

Fiom: il 21 novembre 2015 manifestazione nazionale per il diritto alla salute

di Fiom Cgil nazionale

La legge finanziaria presentata dal governo e in discussione in queste ore in Parlamento, in continuità con il passato, ancora una volta si basa su tagli alla spesa pubblica a partire dalla sanità, su una politica di privatizzazioni e di svendita del patrimonio pubblico, su una politica fiscale ingiusta a favore delle imprese e della rendita e a scapito del lavoro dipendente.

Creando ulteriore ingiustizia non riduce la tassazione sul lavoro ma quella sulle proprietà immobiliari e utilizza le risorse di tutti per distribuire a pioggia in favore delle imprese. Per poter finanziare queste misure ingiuste il governo riduce i finanziamenti ai servizi essenziali – sanità, istruzione, trasporto pubblico – e conferma una scelta di fondo nelle politiche sociali messe in campo: il nostro paese é agli ultimi posti in Europa negli investimenti nella protezione sociale.

La manovra finanziaria del governo riduce il finanziamento alla sanità pubblica di 4,5 miliardi nel 2016, programma per gli anni successivi ulteriori tagli alla sanità per risparmiare sulla salute degli italiani: dal 2016 e fino al 2019 taglia complessivamente 20 miliardi di euro al servizio sanitario nazionale.

Non vengono garantiti i livelli essenziali di assistenza; al contrario l’inserimento di nuove prestazioni non accompagnate da nuove risorse creerà una inaccettabile selezione delle prestazioni perché aumentano le prestazioni da garantire ai cittadini ma diminuiscono le risorse necessarie al loro finanziamento.
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Lavoratori Electrolux - Foto di Milano Today

I lavoratori nei cda: il modello tedesco che l’Italia colpevolmente ignora

di Enrico Grazzini

Confindustria e sindacati, governo Renzi, Squinzi e CGIL, destra, sinistra e centro, e perfino Grillo, Bertinotti, Ferrero e Vendola, tutti, anche se ovviamente con differenti argomentazioni, sono contro la democrazia economica. O nel migliore dei casi la ignorano. La questione democratica più urgente è certamente quella di contrastare le controriforme del Senato ed elettorali proposte dal premier Renzi. Ma in prospettiva il problema della democrazia economica non è meno importante per le sorti della democrazia italiana. Tuttavia la cultura italiana è molto arretrata su questo fronte[1].

Tutti (o quasi) sono contro la possibilità che i lavoratori possano eleggere i loro rappresentanti nei Consigli di Amministrazione delle aziende pubbliche e private e co-decidere, con pari dignità degli azionisti, le strategie e la gestione delle imprese, come invece accade da sessanta anni in Germania. Eppure la Repubblica democratica Italiana dovrebbe essere fondata sul lavoro. Ma non c’è democrazia per il lavoro nelle aziende. Il lavoro non ha voce nelle imprese ed è considerato solo un costo e non la vera fonte del valore. La mancanza di partecipazione con potere decisionale del lavoro nelle imprese danneggia sia la democrazia che l’efficienza aziendale. Senza elementi di democrazia economica la finanza speculativa vince sull’economia produttiva e i grandi capitali privati sfruttano i beni pubblici e vincono sui diritti dei cittadini. Senza democrazia nell’economia il lavoro perde senso esistenziale, intelligenza e valore economico.
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