Roberto Tourn Boncoeur, il mio amico spaccapietre

Tagliapietre - Foto di Prosalute.net
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di Loris Campetti

L’ultima battaglia contro uno Stato che rispettava molto più di quanto da esso fosse ricambiato la condusse per ottenere il riconoscimento del nesso tra il suo lavoro e la silicosi che gli aveva piegato il fisico. Ci vollero anni, ma alla fine riuscì ad andare in pensione, sia pure con una cifra decisamente inferiore al cumulo di marchette versate.

Roberto Tourn Boncoeur aveva iniziato a lavorare fin da piccolissimo, dal suo paese di poche centinaia di anime era sceso a Torino, garzone a Porta Palazzo, poi era stato costretto a emigrare in Svizzera lungo lo stesso cammino seguito da tanti uomini e donne delle valli valdesi, persone povere e dignitose appartenenti a una minoranza religiosa che non ha mai avuto vita facile. In Svizzera ha lavorato duro, poi è tornato a Rorà con Margrit con cui ha avuto due figli, Marco e Luca. È entrato alla Microtecnica in Val Pellice dove è stato eletto delegato Fiom e, infine, ha picconato e fatto brillare la pietra di Luserna in una piccola cava.

Non è riuscito a godere a lungo della meritata pensione e nella notte di giovedì se n’è andato. Roberto era un uomo mite e determinato, di sinistra “naturalmente”, mai soddisfatto di quel che la sinistra gli offriva come prospettiva: si è di sinistra se si vuole cambiare questo mondo, ed è un problema se le forze che si dicono di sinistra hanno perso la memoria, e con essa la volontà di cambiamento.
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“Fango nero”: cancro enfisema fumo intossicazione silicosi

Fango nero
Fango nero
di Daniele Barbieri

Una recensione in ritardo (*) per Fango nero di Sergio Mambrini (Iacobelli editore, 288 pagine per 15 euri)

Vi spiego subito lo strano titolo (5 parole senza virgole oltretutto) del post. Dagli anni ’60 Eugenio Cefis fu uno dei potenti d’Italia. Dunque osannato da molti, come ricorderà chi ha – come me – il privilegio (e/o la sfortuna) di una certa età. Non fu venerato da tutti certo: a esempio Pasolini nel romanzo «Petrolio» vede Cefis come uno dei simboli italiani del rapporto malato tra finanza e politica. Però la maggior parte dei giornalisti o dei presunti «opinion leader» non si sarebbe mai rivolto a Cefis senza reverenziale rispetto; al massimo si ricordava il suo soprannome di «granatiere» dovuto all’altezza che all’epoca del militare, si dice, lo destinò – come allora usava – ai Granatieri di Sardegna. Impensabile dunque che trapelasse il motivato soprannome, o meglio l’acronimo, con il quale Cefis era noto fra gli operai, cioè: cancro enfisema fumo intossicazione silicosi; cinque regali che «il granatiere», ha elargito a dipendenti e popolazioni delle zone intorno agli impianti. A proposito di soprannomi, gli operai di Marghera in un famoso corteo-funerale sostituendo una sola lettera ribattezzarono Mortedison il loro datore di lavoro (ma anche prenditore di salute e di vita).

Questo acronimo di Cefis è invece alle primissime righe di «Fango nero», così da far capire subito dove si colloca l’autore, il mantovano Sergio Mambrini. Il quale sa bene di cosa parla perché in Montedison-Mortedison ha lavorato. Se ne andò poi per affrontare diverse esperienze – fra le altre il circolo Legambiente di Mantova, la Fiab (Federazione italiana amici bicicletta) e il ristorante biologico che oggi dirige – alla ricerca di natura e salute, entrambe negate dalla chimica del capitalismo. «Solo chi ha un luogo da cui evadere assapora appieno la libertà riconquistata» ricorda la quarta di copertina, avvisandoci che «anche noi abbiamo una prigione da lasciare».
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