Meritocrazia: ancora sulla fortuna delle parole / 4

Paroledi Maurizio Matteuzzi

Torniamo alla fonte che ha determinato la genesi della parola “meritocrazia”. Secondo Aristotele, tre sono le forme di governo (oggi in accademia si direbbe “governance”, vuol dire la stessa cosa, ed è anche più lunga, ma fa figo): la monarchia, o governo di uno solo, la aristocrazia, o governo dei migliori, e la democrazia, o governo del popolo. Ogni forma di governo ha una forma degenere: la monarchia può divenire tirannide, l’aristocrazia oligarchia, la democrazia demagogia. Abbiamo esperienza storica recente di tutti questi casi.

A esemplificare la prima è facile citare Hitler o Mussolini; per la demagogia la nostra stessa generazione ha ampiamente già dato, con il grande fratello, Gori, la Minetti e il bunga bunga, conditi assieme a un milione di posti di lavoro, al calo delle tasse e alla ricostruzione dell’Aquila. Dell’oligarchia ci ha ben provvisti la Gelmini, trasformando l’Università in una struttura rigidamente oligarchica e perfino in una certa accezione eterodiretta (il mercato, i privati, ecc.). Ma, ecco, per non farci mancare niente, ora abbiamo acquisito la meritocrazia, che può essere altrettanto bene considerata una degenerazione tanto degli aspetti migliori dell’aristocrazia che della democrazia.
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Meritocrazia: ancora sulla fortuna delle parole / 3

Paroledi Maurizio Matteuzzi

Se la meritocrazia vuole essere il governo dei migliori, si impone poi un’altra problematica estremamente scabrosa. Migliori rispetto a quali proprietà? E, ammesso che si possa rispondere con coerenza e in modo adeguato a questa difficilissima questione, dovremo poi chiederci quali siano i mezzi per individuare tali pretesi migliori, e, infine, se tali mezzi siano a nostra disposizione. Banalmente, si seleziona meglio con un tema, o con i quiz a domanda multipla?

Meglio una monografia o cinque articoli? È più importante dimostrare un teorema di matematica o scoprire la volatilità di un composto chimico? E di Leopardi, poi, che ne facciamo? Meglio uno che sappia il greco, o magari invece ci confonde le idee? Il tema, proposto volutamente in termini paradossali, è tuttavia estremamente cogente; e può essere affrontato razionalmente, se si vogliono perseguire risultati effettivi e in tempi ragionevoli, solo pagando un tributo al pragmatismo (in senso filosofico): un’idea è tanto migliore quanto migliori sono le conseguenze che determina.
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Meritocrazia: ancora sulla fortuna delle parole / 2

Paroledi Maurizio Matteuzzi

Della accezione originaria s’è detto: meritocrazia come non democrazia, come negazione degli ascensori sociali, come fissità perpetua delle caste, come negazione del dovere etico di tenere conto, nel giudicare, non solo del risultato finale, ma anche del punto di partenza.

Così è nel saggio che la crea come neologismo. E, vogliamo notare per inciso, ma spesso gli incisi sono importanti, non a caso la parole non compare nella nostra Costituzione, anche là dove sembrerebbe naturale (cfr. art. 33 e 34, dove si parla dei meritevoli). Che meritocrazia sia un termine negativo ben si accorge anche Stefano Zamagni, che proprio per questo introduce in senso positivo il termine “meritorietà” (cfr http://www.aiccon.it/ricerca_scheda.cfm?wid=257&archivio=C).

D’altra parte, a voler volgere il concetto al positivo, ci si dovrebbe prima di tutto porre il problema se vada premiato chi è più dotato a priori, o chi ha ottenuto i maggiori miglioramenti, rispetto alle condizioni di partenza data. In merito si veda la lucida distinzione di Andrea Canevaro tra interventi di educazione constatativi e innovativi (cfr. http://www.docenti-preoccupati.it/generale/universita-riformarla-distruggerla/)
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Meritocrazia: ancora sulla fortuna delle parole / 1

Paroledi Maurizio Matteuzzi

Eduardo diceva che credere nella superstizione è da ignoranti, ma non crederci porta sfiga. Dunque vale la pena di ragionare ancora sulla fortuna delle parole, visto che parlare della nostra potrebbe portare jella. Ecco, dopo “epocale”, occupiamoci dunque della parola “meritocrazia”.

Come è noto, nell’Etica Nicomachea Aristotele divide le virtù in etiche e dianoetiche. La differenza peculiare consiste in ciò, che per le prime si deve perseguire il giusto mezzo, l’equidistanza tra gli estremi, entrambi negativi, mentre per le seconde si deve perseguire la massimizzazione, cioè l’estremo positivo. Prendiamo ad esempio la parsimonia, ovvero la corretta gestione dei beni: ad un estremo si colloca l’avarizia, la taccagneria, all’altro la dissolutezza, il dissipare e il distruggere così la ricchezza. In medio stat virtus, dunque. Prendiamo invece una virtù dianoetica (letteralmente: che attraversa, o si accompagna, con il nous, l’intelletto), ad esempio la perspicacia o l’intelligenza. Non sarà male che di essa sia perseguito il massimo accrescimento.

Converrà tenere presente un’altra distinzione che Aristotele fa nella stessa opera, quella tra giustizia distributiva, o aritmetica, e giustizia proporzionale, o geometrica. Da un lato sembra giusto dare ugualmente a tutti; da un altro lato attribuire lo stesso a tutti sarebbe somma ingiustizia. Justum est suum cuique tribuere, diranno in seguito i giureconsulti romani. Ma il suum cuique ha da essere lo stesso, o differenziato? Se io spartisco un dolce tra i miei commensali, è giusto cercare di rendere le quantità più uniformi possibile. Ma se devo distribuire dei premi per il comportamento tenuto in certe situazioni, sarebbe giusto attribuire lo stesso premio a chi si è comportato bene e a chi si è comportato male? Sarebbe, evidentemente, summa injuria.
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