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Referendum: due antidoti alla crisi della rappresentanza

Referendum e riforme

Referendum e riforme

di Luigi Ferrajoli

La straordinaria vittoria del No all’aggressione progettata da Renzi contro la nostra Costituzione ha rivelato due cose, entrambe purtroppo ignorate dalla maggior parte dei commentatori e dall’intero ceto politico.

La prima rivelazione è stata la capacità di resistenza mostrata da questa nostra Costituzione agli attacchi dei nostri governanti, che ormai da 30 anni non cessano di attribuirle le responsabilità della propria inettitudine. Il referendum del 4 dicembre, come già quello di dieci anni fa contro l’analoga aggressione mossa dalla destra di Berlusconi, è stato vinto dalla Costituzione antifascista del ’48. Ebbene, questa vittoria dovrebbe servire di lezione a quanti fossero tentati dal ripetere, in futuro, altre aggressioni di questo tipo.

Dopo tanti attacchi falliti, la prima risposta di un ceto politico capace di prendere atto e di rispettare questa vittoria della Costituzione e, insieme, del costituzionalismo, dovrebbe consistere in una riforma-rafforzamento della procedura di revisione prevista dall’art. 138, onde mettere al riparo i principi costituzionali da altre analoghe avventure.

Il rafforzamento dovrebbe consistere in due innovazioni: in primo luogo nell’elevazione ad almeno i 2/3 dei parlamentari dei voti necessari alla revisione; in secondo luogo nell’esplicita prescrizione che la revisione possa consistere solo in singoli e puntuali emendamenti in grado di provocare, nel referendum oppositivo previsto dallo stesso art. 138, quesiti omogenei ai quali l’elettore, come più volte ha stabilito la Corte costituzionale, possa rispondere con un sì o con un no sul loro merito specifico.

In risposta a Michele Serra: ecco perché sbaglia nel biasimare la sinistra del no

Michele Serra

Michele Serra

di Loris Campetti

Caro Michele Serra, ho letto con attenzione e interesse – come sono abituato a fare con i tuoi scritti – l’articolo pubblicato come editoriale sulla prima di Repubblica di venerdì titolato “Quella sinistra del no, no, no” che mi ha rimandato a una vecchia e anche un po’ scema canzone che impazzava quando eravamo piccoli: “È una bambolina / che fa no, no, no, no, no”.

Nell’ultima strofa del testo quella bambolina cantata da Michel Polnareff finiva, neanche a dirlo, per dire Sì. Purtroppo, dopo aver letto il tuo editoriale non sono arrivato alla stessa conclusione della bambolina. E ti spiego, in poche parole, cosa non mi convince del tuo ragionamento che motiva con serietà le critiche di una parte della sinistra alla proposta di Giuliano Pisapia – altra persona che apprezzo da decenni – di mettere insieme un’alleanza di sinistra capace di dialogare con il Pd e, una volta scoloriti i Verdini e gli Alfano, farci un governo insieme.

Riforma costituzionale: il diavolo si nasconde nei dettagli

Matteo Renzi

Matteo Renzi

di Tomaso Montanari

«Vogliamo una democrazia che decide», sostiene il fronte del Sì. «Anche noi! Ma decidere non vuol dire comandare, o dominare: avete costruito una dittatura della maggioranza, un sistema in cui chi vince prende tutto. Un sistema in cui non esistono più garanti terzi», ribattiamo dal fronte del No.

È stato questo il leitmotiv del mio confronto con Luciano Violante, arbitrato venerdì scorso da Enrico Mentana. Un punto cruciale del dibattito ha riguardato l’elezione del presidente della Repubblica. Come il vecchio, il nuovo articolo 83 prevede che: «Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri». Solo che – se vincesse il Sì – il Parlamento sarebbe così composto: 630 membri della Camera (come ora: si sono ben guardati dal limitarne il numero, alla faccia della retorica del risparmio!), 95 senatori nominati dai consigli regionali (iddio sa come), fino a 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica (durano sette anni, e dunque il loro numero al momento del voto è imprevedibile: dipende quando saranno stati nominati) e i senatori di diritto e a vita in quanto ex presidenti della Repubblica.

Immaginiamo dunque l’elezione del successore di Mattarella, e consideriamo il corpo elettorale più ampio possibile (augurando lunghissima vita a Giorgio Napolitano): 630+95+5+2, cioè 732 elettori.

Intellettuali del Belpaese dove il sì suona e dove si tenta di soffocare il no

Referendum - Comitato per il no

Referendum – Comitato per il no

di Fausto Pellecchia

Con l’avvicinarsi del 4 dicembre, il confronto tra gli opposti schieramenti del Sì e del No alla domanda referendaria si fa sempre più aspro. Alcuni intellettuali che godono ancora di un notevole prestigio nelle fila disperse della sinistra italiana, si sono espressi per il Sì con argomentazioni di diverso tenore.

Il giudizio più tranchant è quello di Eugenio Scalfari per il quale il dibattito televisivo “all’americana” tra Zagrebelsky e Renzi «si è concluso con un 2 a 0 a favore di Renzi». Il motivo principale per accreditare questa netta vittoria ‘calcistica’ deriverebbe non tanto dalle deludenti tattiche comunicative adottate dal noto costituzionalista [o piuttosto dalla sua disarmante ingenuità nell’affrontare il medium televisivo, rispettandone le regole “spettacolari” e i ritmi serrati], ma da un grave fraintendimento di natura teorico-analitica; e cioè dalla “falsa” contrapposizione tra democrazia e oligarchia che ha ispirato la sua critica alla revisione renziana.

Secondo Scalfari, infatti, Zagrebelsky «non sa cosa significa oligarchia e come si è manifestata nel passato prossimo e anche in quello remoto» (sic!). Perciò, il fondatore di la Repubblica, legittimandosi all’uopo come maestro in forza della veneranda senectus, non ha esitato a salire in cattedra per impartire al negligente discepolo un succinto excursus storico, contenente una sommaria rassegna – che dalla filosofia politica di Platone e dall’Atene di Pericle giunge fino ai partiti di massa del ‘900 (DC e PCI), passando per le repubbliche marinare e i Comuni del sec.XIII- dei più evidenti exempla a sostegno dell’affermazione che «oligarchia e democrazia sono la stessa cosa».

Referendum, ecco i gufi del sì: per Confindustria se vince il no sarà catastrofe

Vincenzo Boccia

Vincenzo Boccia

di Loris Campetti

Se disgraziatamente dovesse vincesse il No alla riforma costituzionale crollerebbe il mondo. L’Italia precipiterebbe in una recessione lunga almeno tre anni, i capitali fuggirebbero all’estero, l’occupazione subirebbe un tracollo con 258 mila altre persone senza lavoro, mentre il Pil scenderebbe di 1,7 punti. Bot alle stelle e risparmio alle stalle.

Ci vorrebbero treni speciali per accogliere processioni di cervelli in fuga che lascerebbero nel nostro paese solo i decerebrati. A bussare alle porte dell’Austria ci sarebbe una coda di richiedenti asilo, da Buffon a Benigni, da Oscar Farinetti a Verdini, da Gennaro Migliore all’intera segreteria politica della Sacra Corona Unita, da papa Francesco a Enrico Mentana, dalle spadaccine jesine a Del Rio con signora e i 47 figlioli.

Mentre Matteo Renzi, truccato da minatore in pensione, si ritirerebbe in cima all’Amiata per ululare alla luna e, nelle notti senza luna farebbe rimbombare in tutta la Maremma il dolente canto pucciniano “svanì per sempre il sogno mio d’amore”, struggente più che se a intonarlo fosse Pavarotti in persona.

La campagna per il sì e la logica del nemico interno

Matteo Renzi e la campagna del sì al referendum

Matteo Renzi e la campagna del sì al referendum

di Angelo d’Orsi

L’ultima bordata del renzismo referendario è l’intervista a la Repubblica (29 maggio) a Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali (chissà perché), ex Margherita, già candidato trombato alla segreteria PD, già bersaniano, rapidamente convertito al nuovo leader. Con sicurezza che assomiglia all’arroganza del capo, ormai cifra comunicativa della nuova classe dirigente del PD, il ministro ha detto la sua, ossia si è attenuto agli ordini di scuderia, non senza un tocco particolare.

Non ha ripetuto la cronologia farlocca proposta per ben due volte dall’ “autorevole” collega Boschi (secondo la quale la “riforma” costituzionale è attesa dal Paese da 70 anni…, ossia da prima che la Carta Costituzionale fosse discussa e approvata!), ma non ha rinunciato a dare i numeri: ha esordito con “una riforma attesa da 30 anni”; e ha concluso, però, con un bizzarro “per la riforma costituzionale si vota ogni 40 anni”.

Il punto centrale del discorso di Franceschini è l’attacco alla minoranza interna al suo partito, che, pur nel suo incerto balbettio, sta provando a resistere all’assedio, esprimendo contrarietà alla riforma, o tentando di porre condizioni, e discutibili baratti (magari voteremo sì alla “riforma”, se ci concedi le preferenze sull’Italicum: una penosa concezione della politica).

Referendum trivelle: domani si vota, appello degli scienziati per il sì

di Help consumatori

“Votiamo sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili”: è quanto affermano 50 scienziati che hanno deciso di schierarsi apertamente per il Sì al referendum sulle trivellazioni in mare del prossimo 17 aprile. Alla base della loro scelta, spiegano in un documento, ci sono ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali ed etiche.

trivelle”Ci sono precise ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali che ci obbligano a sottolineare che è interesse di tutti muoversi con lungimiranza e determinazione verso una società sempre più libera dall’utilizzo dei combustibili fossili”. Questa la posizione degli scienziati per il Sì, che nel documento sottolineano inoltre come il quesito referendario sia collegato anche alla questione climatica.

“Il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo convocati dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, firmeranno, per renderlo definitivamente operativo, l’Accordo di Parigi, risultato della COP 21 sui cambiamenti climatici di dicembre. L’accordo, raggiunto all’unanimità da 195 paesi più l’Unione Europea, rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili, responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto, alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico e a tutte le straordinarie innovazioni presenti in questo campo nonché allo stimolo scientifico e tecnologico per produrne di nuove”.