Il ricalco “ebraico” dell’antisemitismo: la capitale della vergogna

di Gian Luigi Deiana

Ritengo l’antisemitismo una cosa oscena, sia esso inteso come dottrina, come costume o come pulsione, forse la più oscena delle multiformi manifestazioni della condotta umana; l’antisemitismo sa orientare in una specifica direzione singoli individui, psicologie di massa e politiche degli stati dilatandosi fino a una espansione planetaria, e può marchiare di infamia singoli passaggi storici o circoscritte geografie, come fu per le epurazioni di ebrei in Spagna o per i pogrom nei paesi slavi, come può segnare per sempre una successione di secoli (come quasi tutta l’era cristiana) o l’allucinazione di un futuro depurato (come è stato per la Germania hitleriana): non c’è bisogno di dimostrare la chiarezza di questo abominio;

ma c’è un ricalco oscuro dell’antisemitismo su cui è tassativamente proibito riflettere e che è assolutamente vietato svelare: non è un ricalco onnipresente o storicamente perenne, non è un riflesso psichico generato dalla millenaria turpitudine antisemita, è invece la condizione storicamente recente di una zona franca del delitto, edificata da una ideologia totalitaria: questo ricalco è la santa trinità di tre cose uguali e distinte: sion come dottrina, Israele come stato e lo “stato ebraico” come nazione pura; la dottrina sionista fa appello al suo preteso “destino”, lo stato israeliano fa appello alla colpa sconfinata generata dalla “shoah” e la nazione pura fa appello all'”ebraismo”; cittadinanza, costituzione, universalità dei diritti sono pezzi di carta o semplice ciarpame dei non ebrei;
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Riflessioni sull'olocausto

A proposito del Giorno della Memoria: perché è importante ricordare

di Claudio Cossu

Ha scritto Elena Loewenthal (Add ed. Torino, 2014): “Appena il treno giunse ad Auschwitz – erano circa le ore 21 del 26 febbraio 1944 -, i carri furono rapidamente fatti sgombrare da numerose Ss, armate di pistola e provviste di sfollagente; e i viaggiatori obbligati a deporre valigie, fagotti e coperte lungo il treno. La comitiva fu tosto divisa in tre gruppi: uno di uomini giovani e apparentemente validi, del quale vennero a far parte 95 individui; un secondo di donne, pure giovani – un gruppo esiguo, composto di sole 29 persone – e un terzo, il più numeroso di tutti, di bambini, di invalidi e di vecchi… Si ha ragione di credere che il terzo sia stato condotto direttamente alla camera a gas di Birkenau e i suoi componenti trucidati nella stessa serata…”

Come si fa a scendere a patti con una storia così? Come si fa a farci i conti? A togliersela dalla testa, a non trasformarla in un’ossessione, a evitare che ti si aggrovigli dentro? A pensare che possa lasciarti in pace anche soltanto per un momento, per tutti i giorni della tua vita? Rimuovere la Shoah dall’universo della mia coscienza e del mio inconscio, soprattutto.

Ebbene, a questa tentazione, a questa volontà di rimozione, io dico con determinata fermezza: no. Voglio che il ricordo di tutto questo orrore resti incatenato a una perenne immobilità, voglio incatenare la visione di quei vagoni piombati, la sofferenza di quelle torture, quel numero tatuato sul braccio di ognuno, quelle urla disumane dei guardiani, quel latrare di cani, quelle fucilazioni di massa.
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Stragi naziste a Civago e Cervarolo - Archivio Istoreco

Giorno della memoria: fare i conti con la storia, finalmente

di Marino Sinibaldi, direttore di Radio3

L’enorme tensostruttura bianca montata da qualche giorno di fronte all’ingresso di Birkenau per accogliere le celebrazioni del settantesimo anniversario della liberazione dei lager nazisti pare il simbolo più evidente delle difficoltà, gli incagli, gli equivoci che gravano sulla nostra memoria.

Con il suo ingombro accecante, con il suo lindo nitore, il tendone deforma irrimediabilmente – anche se temporaneamente – la cifra di quel luogo. Birkenau si estende infatti come un nudo spazio di sterminio, senza volumi né colori, un’enorme spianata putrida e decomposta da sempre, anche quando era “in piena attività” (formula oscena, che non si può non virgolettare quando alluda al funzionamento spietato della macchina del genocidio), un territorio arido e fangoso squadrato dalla logica dell’orrore e destinato unicamente alla nullificazione delle esistenze che riceveva in consegna: ogni cosa – le baracche tutte uguali, la scarna rete di viali, i famosi, tragici binari, perfino le fragili betulle ai margini – converge verso le camere a gas con i crematori capaci di lavorare a ritmi mai visti, liquidando migliaia di persone al giorno.

Non c’è altro, non avrebbe senso cercarci altro. Il cosiddetto campo base di Auschwitz, per dire, è già diverso: ci sono edifici, padiglioni, angoli di strade, spazi trasformati in musei. Nulla di meno feroce: il cieco cortile con lo stretto “muro della morte” è visione di ineguagliabile atrocità. Ma perfino la terribile esibizione dei resti del lager, le raccolte di oggetti, valigie, capelli strappati alle vittime, contengono una traccia di umanità, consentono un’emozione e una narrazione. A Birkenau nulla di tutto questo sembra possibile, come non ci fossero appigli per i nostri pensieri e le nostre parole.
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L’ultimo degli ingiusti: il documentario sul rabbino costretto a collaborare con i nazisti

Le Dernier des Injustes
Le Dernier des Injustes
di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Al Torino Film Festival sono stati proiettati due documentari straordinari e dal forte impatto emotivo, dedicati ad una figura minore ma emblematica degli anni più bui della storia del Novecento: Benjamin Murmelstein. Rabbino del popoloso quartiere ebraico di Vienna nel 1938, all’epoca dell’anschluss, egli esemplifica al meglio la condizione tragica di chi, avendo un ruolo di spicco all’interno della propria comunità, si trovò a “collaborare”, per scelta o per costrizione, con le autorità naziste al perseguimento dei loro obiettivi e che, per questo, sarà chiamato, a liberazione avvenuta, a pagare con un prezzo amaro il fatto di essere sopravvissuto.

Claude Lanznann è un esponente di rilievo della sinistra intellettuale francese, storico direttore di Les temps modernes, noto soprattutto per Shoah, l’imponente documentario del 1985 sullo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti, di oltre nove ore di durata e frutto di un lavoro di ricerca durato dodici anni. Fu durante queste ricerche che Lanznann, nel 1975, incontrò ed intervistò a lungo Murmelstein a Roma, la città dove, dopo la guerra, aveva trovato rifugio. La sua storia non trovò tuttavia spazio in Shoah, la sua figura era forse ancora troppo ingombrante o i tempi non erano ancora maturi.
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La Shoah dei bambini: il fascismo e la discriminazione italiana dei più piccoli ricostruita in un libro

La Shoah dei bambiniLa storia della persecuzione antiebraica attuata dal fascismo tra il 1938 e il 1945 è nota, ma raramente ci si è soffermati a riflettere su cosa abbiano significato quei tragici anni per i bambini italiani. Soprattutto per quelli ebrei, allontanati da scuola, testimoni impotenti della progressiva emarginazione sociale e lavorativa dei genitori, quando non della distruzione e dell’eliminazione fisica della propria famiglia.

Da questa prospettiva – peculiare, e tuttavia indispensabile per comprendere l’essenza di una persecuzione razziale, fondata sulla nascita – la storia che abbiamo alle spalle assume nuovi significati e stratificazioni.

Il regime fascista iniziò ad attuare la discriminazione proprio dal mondo della scuola: e i bambini ebrei – prima separati, poi esclusi, espulsi e infine internati – furono vittime tra le vittime. Una parte di essi fu deportata; molti riuscirono a nascondersi e a fuggire.

Bruno Maida, con La Shoah dei bambini – La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia (1938-1945) ne ripercorre la storia attraverso i progressivi livelli della persecuzione, attento a cogliere non solo lo sguardo che l’infanzia ebbe di fronte al turbinio dei fatti, ma la portata politica di una ferita impossibile da comprendere e molto difficile da sanare.
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