Rinaldini: “Marchionne? Ha sacrificato la Fiat per salvarne i padroni”

di Gabriele Polo

“Marchionne non ha salvato la Fiat, l’ha sacrificata per salvarne i proprietari. Del resto era stato assunto per questo, quindi ha fatto un ottimo lavoro, dal punto di vista degli eredi Agnelli”. Gianni Rinaldini fa uno sforzo di laicità: dopo il lutto per l’uomo, l’ex segretario generale della Fiom prova a superare la generalizzata santificazione del manager, fornendo il proprio punto di vista su chi è stato sua controparte e trarre un bilancio sugli esiti industriali, sindacali e sociali della fu maggiore impresa privata italiana targata Torino; ora gruppo americano con la testa a Detroit, quotata a Wall Street, sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra: “Assunto per gestire l’uscita della Fiat dall’auto, evitare il fallimento del gruppo che avrebbe travolto gli Agnelli – più di cento eredi, divisi in numerose famiglie e importanti cognomi – e arrivare al pareggio di bilancio, Sergio Marchionne ha svolto fino in fondo il compito che gli era stato assegnato. Salvando Exor, i suoi azionisti. E la Chrysler, grazie a Obama. Per poterlo fare ha sacrificato la Fiat, penalizzato gli stabilimenti italiani e soprattutto i suoi operai”.

Marchionne arriva in Fiat nel 2003 e diventa amministratore delegato nel giugno 2004, dopo la morte di Umberto Agnelli e lo scontro della famiglia con Morchio che voleva diventare presidente oltre che a.d. del gruppo. Da allora è stato anche la tua controparte. Che impressione ne hai tratto?
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Marchionne: un sovrano intercambiabile

di Augusto Illuminati

Ammettetelo: una cosa simile non si era mai vista. Interminabili agonie con accanimento terapeutico, sì, ma si trattava di personaggi politici, corpi sacri di governanti e papi – Franco, Tito, Giovanni Paolo – e bisognava pure prendere tempo per risolvere il problema della successione quando non della sopravvivenza stessa del regime. Seguivano ben orchestrati funerali in cui alle masse veniva offerto lo spettacolo dell’eternità del regime, secondo la sua specificità. La sepoltura “centralistica” nella Valle de lo Caídos, la peregrinazione “federale” in treno per tutte le capitali jugoslave, la confluenza universale di tutti i vertici politici e confessionali in piazza San Pietro.

Certo, la riproposizione moderna dei “due corpi del re”, secondo la formula di Kantorovicz, quello naturale e corruttibile del portatore della sovranità e quello simbolico e incorruttibile della dignitas sovrana che legittima l’istituzione e la dinastia, strideva con la medicalizzazione a oltranza dell’agonia (e infatti, coerentemente Wojtyla la rifiutò, sospendendo le cure) – il corpo fisico viene privilegiato rispetto al corpo simbolico permanente, dimostrando un’evidente sfiducia nel secondo.

Nei primi due casi il gigantismo dell’impresa urtò con un evidente fallimento, a sanzione della crisi della sovranità nelle due versioni simmetriche (per fortuna nel caso franchista, per disgrazia in quello titino). Più ambiguo l’esito per Wojtyla, che rinnovava nel suo anacronistico progetto di una Ecclesia triumphans il motivo della rappresentazione dall’alto della sovranità divina in quella umana assoluta del Pontefice (secondo il Carl Schmitt del Römischer Katholizismus).

Se la cavò benissimo, dal suo punto di vista, nell’azione politica e nello spettacolo dell’agonia e del funerale, ma l’evoluzione della Chiesa andò, per buona sorte, in tutt’altra direzione e che i tempi fossero irreversibilmente cambiati lo si deduce dal confronto spietato fra la tomba michelangiolesca di Giulio II in S. Pietro in Vincoli e l’orinatoio eretto nel piazzale della stazione Termini.
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Marchionne: un bene per la Fiat, non per Torino

di Lorenzo Maria Alvaro

Sergio Marchionne è mancato all’età di 66 anni dopo un ricovero all’ospedale di Zurigo in cui era entrato il 27 giugno scorso. I media lo salutano come l’uomo che ha salvato l’auto italiana. In effetti dal 2004, da quando cioè Marchionne si è messo al timone della Fiat, il primo gruppo industriale italiano, considerato tecnicamente fallito, è diventato uno dei primi sette gruppi al mondo nella produzione di autoveicoli. Un risultato eccezionale. Ma quando e come ha beneficiato Torino di questa rinascita della sua industria simbolo? Ne abbiamo parlato con lo storico, sociologo e politologo Marco Revelli.

Non si sanno informazioni certe sulle condizioni di Sergio Marchionne, se non che sia in fin di vita…

Per questo vorrei fare una premessa: ci vuole un estremo rispetto umano per le condizioni di una persona. È molto difficile discutere freddamente sul bilancio di un operato nel campo delle politiche industriali quando una persona è in una condizione così difficile e di estrema sofferenza. Credo che questo vada sottolineato per chiunque. Che sia il migrante che naufraga o il manager che è in coma in ospedale.

Da dove partire per fare questo bilancio dell’operato di Sergio Marchionne al timone Fiat?

Dal punto di vista della valutazione oggettiva del suo operato in questi 14 anni in cui è stato il capo di quella che era la più grande industria italiana e forse era l’industria italiana credo che la valutazione debba essere differenziata per fasi.
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Marchionne: la resistenza della Fiom fu eroica. E vincente

di Piergiovanni Alleva

Anch’io ho un’immagine e un ricordo preciso dell’era Marchionne, morto oggi, mercoledì 25 luglio, ed è quello dell’uscita, con gli scatoloni in mano, dei delegati della Fiom dallo stabilimento della Magneti Marelli di Bologna. Il sindacato da sempre maggioritario, e di gran lunga, in questo storico stabilimento, veniva letteralmente cacciato dalle salette riservate ai sindacati. Salette riservate non da anni ma da decenni ormai all’attività sindacale, e questo indiscutibilmente era il simbolo, almeno per me e per altri operatori giuridici e sociali, dell’era Marchionne. Come si era potuto arrivare a tanto?

Vi si era arrivati da una parte attraverso una furba e causidica interpretazione dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori che consente ai sindacati firmatari di contratti collettivi di formare Rsa e dall’altra da una precisa e algida volontà di prevaricazione da parte dei vertici della Fiat appoggiati dalla quasi totalità di commentatori e di operatori politici.

Detto in breve: poiché l’articolo 19 dello Statuto dava diritto a una presenza organizzata in azienda ai sindacati che si erano conquistati un contratto collettivo, ragionando al contrario, questa presenza non poteva più essere accordata a un sindacato che avesse rifiutato di firmare il classico accordo bidone offerto dall’azienda ad altri sindacati e da essi accettato.
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Marchionne: “obituary” anticipato per il manager col golfino che s’è preso la Fiat (e gli Agnelli)

di Loris Campetti

Obituary in inglese, necrologio in italiano. “Coccodrillo”, invece, è il modo un po’ indecente usato nelle redazioni dei giornali per indicare l’articolo scritto in memoria del defunto. Per averlo pronto al momento giusto, cioè quando le agenzie ufficializzano il decesso del destinatario delle lacrime, il coccodrillo dev’essere compitato in anticipo, scritto già alle prime avvisaglie di una grave malattia o quando il protagonista ha superato i novant’anni; e dev’essere conservato religiosamente nel cassetto, pronto per l’uso.

Forse non sono abbastanza cinico, oppure come giornalista valgo poco, fatto sta che ho sempre cercato di evitare di piangere il morto già da vivo. Dunque mi limiterò a digitare poche considerazioni su Sergio Marchionne, l’uomo che da vivo ha già conquistato il massimo immaginabile degli obituary. Se potesse leggere e comprendere, il manager si farebbe grasse risate. Più che su Marchionne, rifletterei su come media, opinion leader, intellettuali, politici e sindacalisti politically correct (cioè cooptati dal pensiero unico) ne stanno raccontando le gesta.

Scelgo il termine inglese, obituary, per rispetto nei confronti del personaggio, colui che “ha salvato la Fiat” dal “catastrofico fallimento”, “il manager col golfino” che ha globalizzato un’azienda provinciale (ma quando mai?) sottraendola alla piccineria della provincia (Torino) e della nazione (l’Italia).
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Terremoto 2016

Il potere e il terremoto: le decisioni dal quartier generale della Ferrari

di Bruno Giorgini

Non si può dire che Matteo Renzi si sia fatto crescere l’erba sotto i piedi affrontando la questione del terremoto. Egli, come un surfista consumato, ha cavalcato l’onda ben oltre la sua dimensione di catastrofe naturale, facendone un paradigma della sua concezione per l’azione politica e l’esercizio del potere, dalla dimensione locale del borgo a quella transnazionale dell’UE.

Il punto d’arrivo per ora è stato l’incontro di Maranello con quattro protagonisti d’eccezione. Innanzitutto la Cancelliera Merkel, che governa lo stato più potente d’Europa e in modo più o meno diretto, a volte scabro a volte liscio, l’intera Unione Europea. Cancelliera che questa volta arriva non in uno dei palazzi istituzionali del potere politico e/o statuale ma alla Ferrari, fiore all’occhiello del made in Italy per un colloquio a quattrocchi con il nostro Presidente del Consiglio, senza Hollande al seguito. Grandi cerimonieri dell’incontro sono Marchionne Presidente della Ferrari e numero uno di FCA (ex FIAT), ma in realtà con un peso politico sociale che va oltre le sue pur importanti cariche imprenditoriali, e John Elkann, presidente della Fiat Chrysler, della FCA Italy e di Italiana Editrice, nonché della Exor SpA, la cassaforte della famiglia Agnelli, con altre minutaglie.

Visto da Maranello si capisce meglio il senso delle esternazioni recenti di Marchionne. La prima annuncia il suo voto favorevole, il suo sì, alla riforma costituzionale renziana, la seconda di fronte a una platea di studenti affermando che “non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa (..) non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è (..) l’efficienza non è e non può essere l’unico elemento che regola la vita”.
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