No Tav: una rondine non fa primavera, ma uno stormo di rondini…

No Tav
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di Nicoletta Dosio

Avvertita di una mia presunta dichiarazione comparsa sul quotidiano La Stampa, in un articolo dal titolo “Noi siamo tenaci. Ma De Luca attira solo gli irriducibili”, sono andata a leggermi l’articolo. Si riferisce all’assemblea tenutasi a Bussoleno dopo la sentenza e, a proposito del mio intervento, si riportano parole di elogio alla “magistratura” che non ho mai detto, e non le ho mai dette perché non le penso.

Una sentenza giusta può essere caso mai ascritta a merito della persona che l’ha pronunciata, ma non basta certo ad assolvere una magistratura che non solo rispetto ai processi contro i NO TAV, ma in infiniti altri casi (e si potrebbe dire da sempre), salvo pochissime eccezioni, dimostra esattamente il contrario, con imputazioni, procedure e sentenze prone ai poteri forti e punitive per le vittime.

Considero la giusta sentenza nei confronti di Erri De Luca non la regola, ma l’eccezione, rispetto a cui si potrebbe dire che “una rondine non fa primavera”. L’inverno della repressione lo respiriamo ogni giorno nella nostra Valle militarizzata, nelle prigioni diventate più che mai strumento di controllo sociale, nei tribunali dove tanti nostri compagni, soprattutto giovani, si vedono infliggere anni di carcere per una resistenza condivisa e praticata collettivamente e, quella sì, giusta perché rivolta alla difesa di diritti inalienabili.
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Ultras e violenza: quando a esercitarla è lo Stato. “Un dibattito da aprire e una riflessione da condividere”

Ultras BresciaAggiornamento delle 17.50: la sentenza di cui si parla nell’articolo è stata di assoluzione (otto imputati per insufficienza di prove e uno, l’autista del pullman, per non aver commesso il fatto). Sotto processo c’erano i poliziotti, compresi quelli del reparto mobile di Bologna, per i quali il pubblico ministero aveva chiesto otto anni di reclusione. Si legga qui.

di Leonardo Tancredi

Il 24 settembre 2005, dopo la partita di calcio Verona-Brescia, la polizia carica i tifosi bresciani sui binari della stazione di Porta Nuova. Paolo Scaroni, un ultras bresciano, viene manganellato con una violenza tale da andare in coma per più di un mese e riportare un’invalidità permanente del 100%. In seguito alla denuncia di Scaroni e a indagini condotte attraverso verbali modificati e testimonianze insabbiate, si arriva al processo a sette poliziotti del reparto celere di Bologna. La sentenza è attesa per oggi, venerdì 18 gennaio, l’accusa ha chiesto 8 anni di carcere. La storia di Paolo Scaroni riapre la discussione sul fenomeno ultras e le misure repressive messe in campo dallo stato per contrastare la violenza da stadio. Giusi, membro di uno dei gruppi ultras bolognesi e tra i portavoce della curva, esprime il punto di vista di chi è coinvolto dal problema ma ha sempre meno cittadinanza mediatica.

“Fine partita, una partita tranquilla, i bresciani aspettavano il treno per tornare a casa, la polizia ha chiuso completamente la stazione. Paolo Scaroni era sul binario che mangiava un panino e fumava una sigaretta. È partita una carica della polizia, hanno sparato lacrimogeni dentro al treno, hanno spaccato i vetri, ci sono le foto, i vetri erano spaccati dall’esterno per fare uscire tutti dal treno, e man mano che uscivano li hanno massacrati di botte. Le ragazze sono state colpite sul seno e Paolo è stato picchiato e non l’hanno mollato finché non credevano che fosse morto. È stato in coma per molto tempo e tuttora ha un’invalidità permanente, gli hanno cancellato dal cervello vent’anni di memoria, ha riacquistato faticosamente la deambulazione e parte del linguaggio. Il reparto celere che ha caricato era il settimo reparto celere di Bologna in servizio a Verona. I sette poliziotti che sono sotto processo a Verona non hanno mai smesso un giorno di essere in servizio”.
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