L'altra Europa con Tsipras

Sinistra in Italia e l’assemblea di Bologna: Lista Tsipras a un bivio

di Checchino Antonini

Casa comune, soggetto unico, unitario o come si vorrà chiamarlo, diciamo la Syriza italiana: tutto rinviato a marzo ma sabato e domenica, a Bologna, la lista Tsipras terrà un evento importante. Le elezioni in Grecia, infatti, da un lato le consegnano una visibilità impensata, dall’altro il risultato eventuale (riuscirà Syriza a formare un governo di sinistra o dovrà scendere a patti con pezzi di Pasok mimetizzati in altre liste?), alla vigilia dell’assemblea nazionale di Bologna, è tale da non sapere chi vorrà provare anche da noi un giro di valzer nel nome del leader greco.

L’assemblea nazionale di Bologna, per via della zavorra di Sel a Roma e dell’accelerazione elettorale ad Atene, sarà un evento, «non un organismo», come ammette lo stesso Marco Revelli in una lettera che accompagna il “Manifesto” di intenti, dal titolo Siamo a un bivio, che promuove il «processo che porti alla costituente di una casa comune della sinistra e dei democratici italiani in un quadro europeo» ma sembra puntare direttamente alle prossime politiche aggirando, appunto, l’ostacolo delle regionali di primavera. Il corpo collettivo sarà perimetrato dalle adesioni, individuali o collettive, a questo documento. Se il limite evidente è il coinvolgimento di buona parte delle leadership che hanno contribuito a svilire il senso della sinistra radicale in Italia, è altrettanto evidente che quello che sta per nascere sarà il luogo del dibattito su una ricomposizione quanto mai necessaria se sarà capace di radicarsi nel conflitto sociale.

Bologna, perciò, sarà un evento importante, a sette giorni dal voto in Grecia che potrebbe alludere a un percorso che cambi i rapporti di forza anche in altri paesi d’Europa, innanzitutto per rilanciare una campagna di solidarietà con Syriza e dimostrare che l’austerità può essere inceppata e che l’apporto dei movimenti di massa, da questa o da quella riva dello Jonio, può essere decisivo.
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Galliera, bassa bolognese: Sel e quel nodo della difesa dell’ambiente

Inizio lavori per le biomasse a Galliera
Inizio lavori per le biomasse a Galliera
di Massimo Corsini

Che fine hanno fatto le lotte e le polemiche fino a poco fa ancora vive intorno ai problemi ambientali della bassa, primo fra tutti quello delle biomasse? Molti dei fuochi accesi sono stati ormai addomesticati: le amministrazioni non hanno fatto nulla, nonostante le proteste dei cittadini, per impedire che fossero costruiti gli impianti e molti comitati si sono arresi. Così non si parla più di Budrio o di San Pietro in Casale ad esempio (che con Medicina detiene il primato di centrali a biogas), l’unico fronte ancora aperto, forse, è Galliera.

SEL ha candidato Maurizio Lodi alle prossime elezioni regionali del 23 novembre, alle quali fra l’altro si sta facendo una magra pubblicità, proprio in nome della difesa dell’ambiente. Maurizio Lodi ha fatto parte, sin dalla prima ora, del comitato contro la centrale all’interno del PD. “Ma come?” Si chiederanno molti degli avversari di Lodi (l’amministrazione comunale probabilmente in prima fila). Effettivamente quest’ultimo ha storicamente fatto parte del PD fintanto che dalle sue parti non hanno cercato di costruire la famosa centrale.

Poi, come chiunque provi la minaccia del danno sulla propria pelle, ha fatto opposizione al tentativo, mai realmente osteggiato da parte dell’amministrazione comunale di Galliera, di costruire l’impianto a biogas fino a dimettersi dal circolo del PD di Galliera. Tuttavia ha prima tentato di cambiare l’orientamento dell’amministrazione partecipando alle primarie del suo partito, come renziano, per l’elezione a sindaco del suo paese: come è noto l’esito è stato negativo.
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Democrazia - Foto di SEL

Sel, alcune ragioni del declino

di Sergio Caserta

Nichi Vendola ha avuto in questi anni di leadership incontrastata dentro Sel, fino agli abbandoni degli ultimi giorni, alcune felici intuizioni riassumibili in due concetti da lui ripetutamente espressi: “Sel come ingrediente additivo di una sinistra più grande” e “non m’interessa il partito ma la partita”.

Frasi paradigmatiche, di un progetto di lungo respiro costituente della compagine nata dall’aggregazione di alcune aree politiche, una di provenienza Ds, Pds, Pci, la cosiddetta sinistra storica, anch’essa nient’affatto omogenea al suo interno (come si conviene a tutte le famiglie che si rispettino della martoriata sinistra), composta sostanzialmente da un’area di provenienza e un’altra con radici molto forti nel sindacato Cgil e in parte Fiom.

La seconda componente, proveniente dalla scissione di Rifondazione, di stretta osservanza vendoliana, con un “cerchio magico” costituito essenzialmente dal trio Migliore, Ferrara e Giordano poi più defilato. Una terza piccola componente molto fluttuante, tra i verdi movimentisti di Paolo Cento e una quarta numerosissima, almeno inizialmente, di giovani e giovanissimi, senza etichette, affascinati dalla “narrazione” del “loro” Nichi, intruppati come un esercito di riserva, pronto alla mobilitazione, nelle cosiddette “Fabbriche di Nichi”, poi misteriosamente abbandonate al loro destino.
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A margine della marginale parabola di Sel

Sinistra - Foto di SelRudi Ghedini

A suo tempo, nel 2009, sono stato iscritto a Sinistra Ecologia e Libertà. A differenza di altri, attratti innanzitutto dal carisma di Vendola – chissà che fine han fatto le “fabbriche di Nichi”? -, mi ero convinto potesse trattarsi di un progetto politico in grado di articolare una sfida “alla pari” con il Pd di Veltroni e Franceschini. Non qualcosa che si limitasse alla rendita di posizione, speculando sui limiti del Pd, come è accaduto nella “stagione dei sindaci”, quando Sel ha saputo esprimere singole personalità in grado di prevalere nel gioco delle primarie, sollecitando il Pd a un cambiamento di pelle, il tardivo remake socialdemocratico incarnato da Pierluigi Bersani.

Mi pareva ci fossero le condizioni per avviare la ricostruzione di una sinistra dotata di un propria lettura della società italiana, delle nuove ingiustizie che si sommano alle vecchie, con proposte di rottura rispetto al “pensiero unico” identificato fin dai tempi di Genova. E magari con una capacità di agire forme della politiche in grado di ridare credibilità a una sinistra già largamente compromessa, nel senso comune, con la categoria della casta.

Speravo che Sel fosse l’erede dei social forum, il soggetto in grado di ridare speranza a un pezzo di popolo incline alla defezione dal voto o alla ribellione grillina. Verificando le scelte concrete compiute dal nuovo partito, innanzitutto a Bologna, ho rapidamente, amaramente concluso che Sel non voleva né sapeva esserlo.
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Nichi Vendola - Foto di Ciocci

Un Vendola inedito, coppola in mano di fronte all’emissario dell’Ilva

di Annamaria Rivera

Poco dignitosa: è il minimo che si possa dire della telefonata di Nichi Vendola a un sinistro figuro quale Girolamo Archinà. Qualunque ne fossero il contesto e lo scopo, il testo rivela una sorprendente caduta di stile per una persona che aveva costruito la propria figura pubblica sul modello del politico colto, gentile, coraggioso, innovatore, e tendente all’eloquio ricercato, perfino manierato.

In quella telefonata egli è semplicemente volgare. È uno che, per captatio benevolentiae (l’ammissione è sua), si presenta al soprastante, coppola in mano – per usare una metafora – onde rassicurarlo che da lui non deve temere niente. E per abbassarsi ancor di più accentua l’inflessione dialettale e sceglie un registro plebeo.

Lo adula ostentando, con quella risata artefatta, compiacimento per “lo scatto felino” con cui il soprastante – otto mesi prima! – ha strappato il microfono al cronista con la “faccia di provocatore”, uno che appartiene a “gente senz’arte né parte”. “State tranquillo”, soggiunge Vendola, “i vostri alleati principali in questo momento sono quelli della Fiom”. E sollecita il soprastante affinché riferisca al padrone “che il presidente non si è defilato”.

Questo è il testo, al di là del contesto, ripeto; al di là delle ragioni e dell’uso strumentali da parte di questo o di quell’organo di stampa. Il testo ci dice, fra l’altro, che Vendola si congratula per il reato compiuto ai danni di un giornalista. E neppure replica alla larvata minaccia in stile mafioso – altro possibile reato – pronunciata da Archinà quando allude alla “scivolata del nostro stimato amico direttore”: Giorgio Assennato, si presume, ovvero il fin’allora non compiacente direttore dell’Arpa-Puglia, che aveva da poco firmato una relazione sulla necessità di ridurre la produzione dell’Ilva per arginare le emissioni inquinanti.
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Sinistra

Post voto 2013, viaggio tra alcuni sostenitori del circolo di Bologna: qualche simpatia a 5 stelle, biasimo per la sinistra e rifiuto per il Pd

di Giaime Garzia

Tra le tante risposte, senza che nessuno li coordinasse, più persone si sono trovate d’accordo sulla stessa citazione. È quella che nel 1999 Luigi Pintor, lo storico direttore del Manifesto, affidò a un’intervista al Corriere della Sera: “La sinistra è morta”. E a poco meno di quattordici anni da quella frase, guardando all’oggi e sostituendo i nomi dei partiti di allora con quelli attuali, non è difficile pensare che concordino anche sulla seconda parte dell’affermazione: “L’Ulivo e la Cosa 2 sono scatole vuote”. Per la campagna elettorale 2013, quella da cui è uscita l’ipotesi ingovernabilità e la prospettiva di tornare al voto politico forse già a giugno, sotto accusa è il centrosinistra, senza alcuna attenuante per nessuna delle due componenti del termine.

Lo si ricava da una trentina (ventinove per la precisione) di interviste via mail ad altrettanti attivisti e simpatizzanti del circolo del Manifesto di Bologna dopo la consultazione elettorale del 24 e 25 febbraio scorso. Interviste dalle quali emergono elementi comuni: la generale insoddisfazione per l’esito del voto, il quale tuttavia non giunge a sorpresa per molti, il generalizzato (ma non unanime) riconoscimento al Movimento 5 Stelle – verso cui permane tuttavia una certa dose di diffidenza – di aver svecchiato la politica partitocratica e il dito puntato contro formazioni che hanno smesso di rappresentare il loro elettorato. Vediamo.
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Amnesia totale: elezioni, sparisce la crisi, trionfa il populismo

Crisi - Foto di Antonio MumoloPubblichiamo la posizione espressa da Valentino Parlato fermo restando che l’indicazione del circolo di Bologna è e rimane quella di votare a sinistra senza indicare uno specifico schieramento partitico.

di Valentino Parlato

Eugenio Scalfari, nel suo editoriale di domenica 10 febbraio, ha scritto: “Questa campagna elettorale è tra le più agitate e confuse dell’Italia repubblicana”. Alcuni giorni prima, sempre su la Repubblica, Guido Crainzscriveva: “La crisi drammatica di trent’anni di storia sembra affacciarsi nel dibattito politico solo come riferimento generico e quasi rituale.” E aggiungeva: “Una campagna in cui le battute di Maurizio Crozza inquietano qualche leader più degli attacchi degli avversari.”

È così. C’è la più grave e pericolosa crisi economica e politica, e sociale del dopoguerra. Si legge e si parla di crisi globale di disastro finanziario, di disoccupazione crescente, di perdita di competitività, le delocalizzazioni ci dicono che non solo i lavoratori ma anche le industrie hanno preso la via dell’emigrazione.

In questa campagna elettorale i problemi reali sono stati tutti rimossi e – aggiungerei – da parte di tutti. Vedere il dibattito elettorale in TV è assolutamente deprimente: scambio di battute, accuse più o meno fondate, demagogia fiscale al punto che anche Monti si è messo in gara (aveva detto che abolire l’Imu avrebbe comportato raddoppiarla subito dopo) ma adesso fa concorrenza a Berlusconi. Siamo – per quasi tutto – in un bagno di demagogia irresponsabile. Ciascuno fa finta di pensare che dopo la campagna elettorale la situazione italiana – non so per quale miracolo – possa cambiare e tornare a fare la solita politica che ci ha portato a questo disastro.
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Bartleby

Lo spettro di Bologna si aggira per Bologna, aspettando la “Rachele”: il caso Bartleby o dell’irriducibile pazienza

di Wu Ming

«A momenti ho l’impressione che Bartleby annunci una grande e improvvisa deperibilità – qualcosa che sconvolgerà definitivamente le vecchie economie statiche, recherà l’incertezza in ogni situazione familiare, o locale, o di gruppo, o di affiliazione. Del resto lui sembra ormai lontano anni luce da situazioni del genere – presenza dispersa ‘come un relitto in mezzo all’oceano Atlantico’ – perché non è più il figlio smarrito da riscattare con la carità e qualche buona intenzione, ma l’orfano assoluto su cui carità e buone intenzioni non hanno presa».
Gianni Celati, introduzione a Bartleby lo scrivano di H. Melville

Tutti in città continuano a parlare di Bartleby. Viene da chiedersi il perché di questa attenzione per una realtà tutto sommato di piccole dimensioni e con la quale sembra che nessuno sia intenzionato a interloquire davvero. Per altro, molti commentatori prendono la parola solo per dire che quell’esperienza è ampiamente sopravvalutata. Nondimeno sono due anni che le istituzioni cittadine continuano a rimpallarsi questa patata bollente: l’Università la passa all’assessore, che la passa a un altro assessore che la ripassa all’Università, etc.; con la Questura in mezzo a seguire questo ballo della scopa, per poi murare, affibbiare qualche manganellata, raccogliere denunce.

Nel mezzo di questa tempesta in un bicchiere d’acqua, galleggia Bartleby, «l’orfano assoluto», come dice Gianni Celati parlando del personaggio letterario di Melville.

Quest’orfano l’Università proprio non lo vuole. Altrimenti non l’avrebbe sfrattato da via San Petronio Vecchio, né gli avrebbe proposto di trasferirsi in un capannone all’estrema periferia della città, in una zona industriale semidisabitata.

Neanche il Comune lo vuole. Altrimenti non solo non avrebbe assecondato la suddetta proposta, ma soprattutto avrebbe dato seguito alla precedente soluzione trovata dall’assessore alla cultura, che aveva proposto a Bartleby uno spazio seminterrato in via S. Felice e aveva già incassato l’assenso del collettivo.
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