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Il naufragio dell’Italia che il governo vorrebbe nascondere

di Luigi Manconi e Federica Graziani

«Non siamo pesci, non siamo pescatori, non possiamo rimanere in acqua»: così Fanny, fuggita da un conflitto armato in Congo e per 19 giorni a bordo della nave Sea Watch. Intorno alle 12 di ieri il primo ministro maltese Joseph Muscat ha annunciato che l’Unione Europea ha trovato un accordo sulla drammatica situazione delle due imbarcazioni delle organizzazioni non governative Sea Watch e Sea Eye, che da settimane chiedevano invano alle autorità dei paesi europei un porto di sbarco sicuro.

I 49 profughi salvati dalle Ong sono stati trasbordati quindi dalle due navi su mezzi militari maltesi e, portati finalmente a terra, saranno dislocati tra otto Paesi europei. L’intesa comprende anche i 249 migranti che Malta aveva soccorso a fine dicembre e la cui redistribuzione era l’irrinunciabile condizione per acconsentire allo sbarco. Fin qui, i fatti.

Ma qual è stato il ruolo dell’Italia in questa malinconica e crudele vicenda? Nei circa venti giorni di calvario marittimo dei 49 naufraghi le istituzioni italiane, nelle persone di coloro che hanno responsabilità politica sulle decisioni relative agli sbarchi, hanno ben chiarito le rispettive posizioni.