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Scuola e guerra: lettera aperta al senatore Emilio Floris

di Cristiano Sabino

Gentile senatore Floris, le scrivo in merito all’interrogazione parlamentare urgente, di cui anche lei è firmatario. Immagino la sua sorpresa nel ricevere questa mia lettera, ma le scrivo da sardo a sardo, perché sono realmente curioso di capire alcune cose. Non scrivo agli altri senatori perché non provengono da questa terra e quindi leggono le vicende legate alla Sardegna con filtri esterni, giusti o sbagliati che siano. Però mi sorprende che un sardo, proprio un figlio di Sardegna, possa aver sottoscritto una simile interrogazione. Se me lo concede le spiego brevemente perché.

L’iniziativa che ho avuto il piacere di coordinare faceva parte di un progetto più ampio dedicato a “Sa die de sa Sardigna” e che contempla incontri su temi di attualità, cultura e storia relativi alla Sardegna. Perché chiede la sospensione degli altri appuntamenti previsti su questi temi? Non ritiene opportuno che nelle scuole sarde si parli della storia della Sardegna che normalmente viene ignorata in nome dello svolgimento del Programma (quello con la P. maiuscola)?

Da docente di storia e da lettore accanito della storiografia degli Annales credo sia profondamente sbagliato insegnare la storia veicolando l’idea che essa sia corsa sempre altrove e ben distante dalla Sardegna. Per esperienza le posso dire anche che i ragazzi si svegliano dal torpore libresco quando gli si parla del Nuraghe, della chiesa giudicale o bizantina e di avvenimenti importanti che sono accaduti a due passi da casa loro. È un principio base della didattica quello di partire dalla prossimità per interessarsi al generale, non capisco proprio perché dovremmo ignorarlo. Anzi mi farebbe piacere che il prossimo 31 marzo venisse a trovarci a scuola per vedere come lavoriamo e quali risultati portiamo a casa in una terra prima per dispersione scolastica.

Istruzione per gli adulti: l’evoluzione delle 150 ore, per migranti e italiani

di Massimo Corsini

Il paradosso per chi oltrepassa i confini del nostro Paese è rimanere ai margini. Diventa semplicemente un’assurdità se chi si trova ai margini non ha dovuto emigrare da chissà dove, ma è sempre stato lì nel suo paese.

Esiste, infatti, una zona d’ombra nella quale convivono nuovi migranti e cittadini italiani appartenenti alle fasce più deboli: ad accomunarli è un carente livello di alfabetizzazione funzionale, ovvero delle competenze fondamentali necessarie alla vita di tutti i giorni. La cura di questa fetta di popolazione spetterebbe, se supportata con i dovuti mezzi, alla neonata istituzione scolastica dei Cpia (Centri provinciali d’istruzione per gli adulti).

Emilio Porcaro, preside del Cpia metropolitano della città di Bologna, e referente su scala nazionale di tutti i Cpia in Italia, spiega infatti che, benché oggi la maggior parte degli utenti siano stranieri, parliamo dell’80-85%, teoricamente il target a cui si rivolge questa nuova istituzione scolastica per gli adulti è rappresentato dalle fasce più deboli della popolazione del paese: italiani e non.

Sulla scuola, la musica non cambia

di Marina Boscaino

Si ha davvero l’impressione che la faccia da persona perbene e i modi pacati e urbani di Paolo Gentiloni abbiano prodotto una straordinaria e curiosa opera di revisionismo e di rimozione collettivi. Come se nel governo che questo presidente del consiglio – che si comporta come tale e che è stato messo forse lì per far dimenticare la sguaiataggine di certe uscite, l’arroganza dei toni e dei modi, il giovanilismo urlato e l’inopportuna guasconeria di Matteo Renzi – non fossero presenti personaggi come Marianna Madia, Maria Elena Boschi, Giuliano Poletti, Luca Lotti.

Li abbiamo davvero dimenticati? L’ignoranza, l’arroganza, l’imperizia di questi oscuri personaggi emersi dal nulla, imposti da Renzi al Parlamento e all’opinione pubblica e ancora tenacemente presenti a gestire le sorti di questo Paese, sono davvero entrate nell’oblio?

Non sono scomparsi, anche se una previdente regìa li ha silenziati, impedendone saggiamente la presenza inflazionata, in passato quasi sempre foriera di imbarazzo o di polemiche. Ma sono sempre lì, sono gli stessi che erano quando a capo del governo c’era esplicitamente Renzi. Sono sempre lì, nonostante il 4 dicembre sia stata emessa sulle loro capacità e sulla loro credibilità politica una sentenza inequivocabile. Sembriamo esserci dimenticati dei danni che questi signori hanno prodotto alle nostre esistenze individuali e alla vita collettiva, come del fatto che gli elettori hanno bocciato senza appello e in massa la politica di questi personaggi.

No tav: lotta alla patologia del pensiero unico

di Cristina Morini

Quando, all’inizio dell’estate dello scorso anno, il giornale locale La nuova di Venezia pubblicò la notizia della condanna di Roberta Chiroli per i contenuti della sua tesi di laurea sul movimento No Tav discussa all’Università Ca’ Foscari, fu con qualche smarrimento che cominciammo a raccogliere informazioni su quanto era successo.

Nel tempo, abbiamo imparato a conoscere bene i trattamenti che il potere riserva ai dissidenti, a chi ha il coraggio di opporsi ai dogmi e non smette di «dire la verità», a chi non si accontenta di come va il mondo: perseguitati, oltraggiati, messi al margine in ragione di idee e di un agire troppo distante da ciò che viene ufficialmente disposto.

Scomodi, da far sparire oppure da punire per fornire insegnamenti a tutti. Ma, nonostante questa consapevolezza, i due mesi di reclusione comminanti dal tribunale di Torino per una ricerca in antropologia, a partire da una richiesta di sei mesi avanzata dal Pubblico ministero, appaiono un’enormità. Il lavoro universitario di Chiroli viene utilizzato dai Pm come prova autoaccusatoria per «aver fornito un apprezzabile contenuto quanto meno morale» ad alcune pratiche di lotta in Val Susa (presidi e occupazioni dei terreni espropriati e dei cantieri per il passaggio dell’alta velocità).

Gli aspetti sociali del voto al referendum del 4 dicembre in Italia e a Bologna

a-no

a cura di Bruno Moretto, Comitato la scuola vota No Bologna

Tante sono le cause del voto al referendum costituzionale. Fra queste è molto interessante la componente sociale. E’ già stato evidenziato che le percentuali maggiori di NO si sono avute nelle regioni insulari e meridionali. Questa immagine è molto esemplificativa al riguardo. Le regioni con reddito pro capite più basso sono state quelle che hanno votato maggiormente per il NO.

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Analizzando il voto bolognese si può notare un fenomeno analogo. Le zone con percentuali di SI maggiori sono quelle a reddito più alto. Non a caso la percentuale maggiore di SI si ha nella zona dei colli (59,69%). La percentuale maggiore di NO si ha in zona Bolognina (52,14%). In altre zone popolari come San Donato, Lame, Santa Viola, San Vitale o prevale il NO o il risultato è testa a testa.

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Bologna, la città e lo sport: funzioni pubbliche da ridefinire

Lo stato della piscina di Bologna

di Silvia R. Lolli

Dopo vari anni in cui si è liberalizzato lo sport, spesso con soldi pubblici, continuo a proporre le mie convinzioni, spesso senza ottenere ascolti. Infatti il tema sport è un tema ampio che necessita di competenze e sguardi oltre la visione spettacolaristica o l’ormai consumato sport per tutti.

Dietro alla mia visione c’è il bisogno di capire se anche per lo sport si può ricominciare ad avere l’idea di attività fisica per tutte le età da promuovere per il benessere psico-fisico e sociale della società in cui si vive. Ed è un tema che riguarda tanti aspetti del sociale: la sanità, la scuola, l’ambiente e l’urbanistica, oltre che lo sport professionistico e quindi la sicurezza.

Prima di tutto l’impostazione di un programma dovrebbe tener conto dei principi più generali che si vogliono mettere in campo. Così la questione è oggi il recupero, da parte del pubblico, della sovranità sulle decisioni e sulle gestioni dell’attività sportiva di carattere sociale, cioè non di quella professionistica. Ed una precisa visione delle proprie funzioni, non delegabili.

Allora, se si è d’accordo su questo punto, cioè di andare contro la deriva neoliberistica e delle privatizzazioni, occorre definire che cosa per lo sport deve mantenersi pubblico. Cruciale diventa dunque il tema delle gestioni, cioè delle convenzioni per gli impianti sportivi pubblici.

Quando a scuola si insegnava la lingua sarda

Sa pandela sarda, di Cici Peis

Sa pandela sarda, di Cici Peis

di Francesco Casula

Pochi sanno che c’è stato un periodo della nostra storia in cui a scuola si insegnava la cultura, la storia e la lingua sarda. Paradossalmente proprio durante i primi anni di quel regime, che poi sarebbe stato il nemico più brutale e feroce nei confronti di tutto quello che atteneva al locale e alla specificità sarda.

Siamo negli anni 19221924 quando il valente e avveduto pedagogista Giuseppe Lombardo Radice, alle dirette dipendenze dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile, come direttore generale dell’Istruzione primaria e popolare, provvide alla stesura dei programmi ministeriali per le scuole elementari, prevedendo fra le altre anche l’uso delle lingue regionali nei testi didattici per le scuole con il programma Dal dialetto alla lingua, nel rispetto delle differenze storiche degli italiani e per facilitare l’apprendimento e lo sviluppo intellettuale degli scolari, partendo dalla lingua viva: a questo proposito rimando alle sue magistrali Lezioni di Didattica, (l’ultima edizione, in versione anastatica, è del 1970).

In seguito all’approvazione dei nuovi Programmi per le scuole elementari (17 novembre 1923) in Sardegna furono adottati per l’anno scolastico 1924-25 testi scolastici di vari autori ma uno in particolare, Sardegna-Almanacco per ragazzi di Pantaleo Ledda.

La legge 107: ecco cosa si intende per scuola digitale

La buona scuola che non vogliamo

La buona scuola che non vogliamo

di Silvia R. Lolli

Per concludere l’analisi della legge 107, prendiamo in considerazione alcuni aspetti non ancora esaminati in parte collegati alla didattica. Non abbiamo voluto approfondire le problematiche specifiche alle assunzioni docenti o dirigenti e le indicazioni per l’edilizia scolastica. Ci riferiamo alla scuola digitale e alla formazione dei docenti che avranno una ricaduta di lungo periodo.

Ricordiamo però che il futuro della scuola statale si giocherà subito, nei prossimi due mesi, quando gli organi collegiali, e in primis il dirigente scolastico, dovranno stabilire il loro piano triennale di offerta formativa (PTOF). Il futuro di ogni IS passerà dalla capacità di leggere i bisogni formativi degli studenti dei tre diversi livelli di scuola senza essere offuscati da interessi disciplinari, oppure senza essere contaminati da chi sta fuori dalla scuola, comprese le associazioni dei genitori.

Un altro pericolo potrà rilevarsi a regime se le valutazioni e i monitoraggi che si stanno sempre più estendendo nelle scuole non saranno solo per una valutazione comparativa funzionale alla ripartizione di risorse a livello nazionale, ma servirà a stabilire uno standard nazionale obbligatorio per le scuole statali, di livello appena sufficiente. Per ora osserviamo nelle scuole un gran fermento di proposte a livello associazionistico e di categorie; per tutte queste incertezze abbiamo manifestato la nostra contrarietà alla legge, ma soprattutto una legittima preoccupazione per la sua anti costituzionalità.

Scuola: è andato in scena l’ultimo atto?

di Silvia R. Lolli

Ora non ci resta che sperare nel presidente della Repubblica, prima di ricorrere alla Corte Costituzionale e al referendum; può rifiutarsi di promulgare la legge sulla scuola e rimandarla alle Camere, art. 74 della Costituzione, con un messaggio motivato. La Camera ha approvato subito il testo che al Senato aveva almeno trovato qualche opposizione. La scuola, con gli esami di Stato, è finita, ora è più facile far passare provvedimenti; sta succedendo da anni.

Dunque, nonostante Mattarella abbia a suo tempo autorizzato la presentazione alle Camere di questo disegno di legge governativo (art. 87 della Costituzione), speriamo in un rimando. Se è vero che la Commissione Cultura del Senato ha sollevato le obiezioni di incostituzionalità al testo, poi approvato dopo uno forte scontro parlamentare, il presidente della Repubblica potrebbe rimettere nelle mani dei legislatori questa controriforma della scuola, che, nella sua immediata applicazione andrà contro gli artt. 3, 33 e 34 della Costituzione Italiana.

Piuttosto che dover attendere i tempi della Corte Costituzionale e/o quelli dei referendum consuntivi, si può, istituzionalmente, sperare nella funzione di garante della Costituzione del Presidente della Repubblica. I fautori di questo scempio invocheranno ancora una volta l’obbligo di dover legiferare per stabilizzare i docenti precari come ci ha richiesto, ormai da tempo, l’Unione Europea.

#DirittoDiDimora: cultura e libertà di pensiero contro la repressione delle proteste

Sgomberi a Bologna

dei Docenti Preoccupati

Nelle ultime settimane si è registrata a Bologna un’escalation repressiva nei rapporti tra istituzioni e movimenti di protesta. Ne sono testimonianza una serie di provvedimenti giudiziari emessi nei confronti di attivisti e studenti, quali divieti di dimora, denunce, arresti domiciliari, ma anche la richiesta di sgombero dell’ex palazzina Telecom dove vivono molte famiglie migranti con minori, le cariche della polizia e la stigmatizzazione pubblica delle proteste in occasione delle presenze della ministra Stefania Giannini, del presidente del consiglio Matteo Renzi e, prima ancora, della ministra Marianna Madia, invitata all’inaugurazione della scuola della pubblica amministrazione dell’Alma Mater.

Tutto ciò è avvenuto in perfetta sinergia con larga parte della stampa cittadina, con i vertici di UniBo e con l’amministrazione comunale guidata dal Partito Democratico, tanto da far ipotizzare che quest’ulteriore giro di vite, a cui da più parti si plaude, sia funzionale anche al rettore uscente Ivano Dionigi per rafforzare una sua possibile candidatura a Palazzo d’Accursio.

Se l’escalation non ha investito solo l’università, tuttavia non ci sono dubbi che abbia individuato proprio nell’università uno dei suoi obiettivi strategici. Siamo docenti dell’Università di Bologna, e il fatto stesso che studenti del nostro ateneo vengano allontanati dal luogo in cui vivono e studiano, o siano raggiunti da provvedimenti giudiziari, provoca in noi una profonda inquietudine.