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Revisionismo culturale: lo scandalo è che non fa più scandalo

di Loris Campetti

Se fosse vero che historia magistra vitae, come sosteneva Cicerone in De oratore, dovremmo chiederci cosa è diventata la nostra vita. Quando i giovani non sanno quel che sapevano i loro genitori, non possono sapere chi sono essi stessi e, alla fine, a venir meno è la memoria collettiva. Ma forse è proprio questa la finalità più o meno consapevole di chi vuol cancellare il tema di storia dalle prove dell’esame di maturità. Siccome sono pochi gli studenti che scelgono di cimentarsi su questo tema, tanto vale eliminarlo.

Vorrete mica rieducare i giovani studenti, cittadini ormai maturi per le urne, annoiandoli con le oche capitoline, Giulio Cesare, il Rinascimento e il risorgimento, le guerre mondiali e il fascismo? Siamo o non siamo in una stagione di autocrazia elettiva, per approfittare della lucida espressione di Luigi Ferrajoli? Fatti foste a viver come bruti e non per seguir virtute e canoscenza, si potrebbe dire rovesciando il monito di Ulisse di fronte alle Colonne d’Ercole. Pensate che vantaggio sarebbe cancellare la storia: i giovani applaudirebbero la virile dichiarazione di Salvini “Me me frego”, senza sapere che prima del condottiero leghista un altro condottiero, cioè duce, l’aveva urlata.

O forse non a Mussolini pensava Salvini, ma addirittura al vate D’Annunzio, antesignano del menefreghismo e in fondo recuperabile dalla discarica della storia (ma per questo non serve comunque la storia, basta la poesia che è materia per ora salvata nella prova di maturità). I primi frutti già si vedono: dalla Puglia arriva la notizia che un imprenditore romagnolo non può parlare di Auschwitz a scuola, perché a scuola non si fa politica. Parola del collegio dei professori.

Il revisionismo scolastico era già iniziato con l’attacco alla geografia. Era il 2010, la Lega era ancora Nord, Berlusconi ancora Cavaliere e a educare gli studenti ci pensava Maria Stella Gelmini. Nell’epoca della globalizzazione, a che serve conoscere la capitale dell’Islanda o del Congo? Basta che a conoscerle siano le élite economiche o al massimo, ma proprio al massimo, quelle politiche. Perché un giovane maturando deve sapere dov’è l’Eritrea, o peggio ancora l’Abissinia, terra piene di faccette nere di italica memoria, o la Somalia? Basta che sappia che noi siamo la diga nel Mediterraneo e con i nostri prodi alleati, le tribù di torturatori libici e il nuovo sultano dell’Anatolia, fermiamo l’invasore sull’altra sponda, al massimo sul nostro bagnasciuga.

Lo scandalo sta nel fatto che questo revisionismo culturale non faccia più scandalo. Toccherà a questo governo o al prossimo abolire la matematica all’esame del liceo scientifico, un’alchimia troppo difficile per il popolo e materia per competenti calcolatori di spread e pareggi di bilancio, e il greco alla maturità classica, lingua di un paese che porta pure sfiga? Fra loro, i nuovi governanti, si chiamano cittadini ma per il popolo di cui si riempiono la bocca prefigurano una riduzione al rango di consumatori – con giudizio e con etica naturalmente, parola di Di Maio – e, in prospettiva, un ritorno allo stato di plebe. Ha perso la parola, e il cervello, chi dovrebbe rispondere impugnando Gramsci e ripetere: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza». Ma quello era l’Ordine nuovo, il nuovo ordine può benissimo fare a meno della storia. E dello studio.

Cari docenti di Storia, spiegate agli alunni cosa sta accadendo in Siria

di Mario Bocola

Cari docenti di Storia, alla luce dei recenti avvenimenti che riguardano la politica internazionale e i loro sviluppi, cercate di spiegare ai vostri alunni le cause e gli effetti di quanto sta accadendo nel mondo in queste ore. I bombardamenti in Siria da parte dell’aviazione USA appoggiata da Francia e Gran Bretagna contro obiettivi chimici rappresentano una risposta alla Russia e, quindi, ripropone lo scenario di una “Guerra Fredda” che non è mai terminata, ma che covava silenziosamente sotto la cenere.

Il mondo si sta trasformando in una polveriera e ci sono focolai di guerra che fanno temere allo scoppio concreto di una terza guerra mondiale che ora è passata sotto silenzio e che Papa Francesco, recentemente, ha detto che “si sta combattendo una terza guerra mondiale a pezzettini”. Occorre, cari docenti di storia, spiegare agli alunni cosa sta realmente accadendo nel mondo, perché loro non lo sanno.

Basta far studiare storia antica, medievale, moderna: è necessario concentrare l’attenzione sugli ultimi 50 anni della storia repubblicana e mondiale con interessanti focus sulla storia dei giorni nostri. Per questo motivo la programmazione della storia deve essere rivista e concentrata tutta su quella contemporanea, perché gli studenti non la conoscono affatto.

La Costituzione per l’uguaglianza e la democrazia

di Roberta Mistroni

La Costituzione è la legge fondamentale della Repubblica italiana. È stata approvata dall’Assemblea Costituente della Repubblica il 22/12/1947 ed è entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Il testo comincia con 12 articoli che definiscono i principi fondamentali e prosegue con l’enunciazione dei diritti, doveri e libertà dei cittadini (artt.13-54) suddivisi in quattro parti: sui rapporti civili, etico-sociali, economici e politici. La seconda parte della Costituzione è dedicata all’ordinamento dello Stato (artt.55-139) ed è suddivisa in 6 titoli: il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il governo, la magistratura, le regioni, le province e i comuni e le garanzie costituzionali.

La nostra Costituzione ha, tra le altre, due caratteristiche fondamentali:

  • 1. è una Costituzione rigida nel senso che la sua revisione non può essere effettuata con legge ordinaria, ma solo con una legge che preveda una procedura di approvazione rafforzata, cioè con una procedura più complessa di quella prevista per le leggi ordinarie al fine di assicurare una maggiore ponderazione (vedi art.138).
    Purtroppo la rigidità della nostra Costituzione da molti anni è stata superata con l’introduzione di numerose leggi ordinarie che, pur non modificandola formalmente (d’altra parte non sarebbe stato possibile!), l’hanno fatto materialmente. Ritorneremo tra poco su questo argomento;
  • 2. è una Costituzione sociale nel senso che nella prima parte non si limita ad affermare i diritti e le libertà dei cittadini ma si impegna a garantirli e a rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla loro applicazione: art.2 – la Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali dell’uomo; art.3 – tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge .. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedisce il pieno sviluppo della persona umana; art.4 – la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
    Gli articoli citati sono solo un’esemplificazione del carattere sociale della nostra Costituzione. In realtà tale carattere si evince da molti altri articoli contenuti nei principi fondamentali e nella prima parte, su molti dei quali ci soffermeremo tra poco.

Scuola e guerra: lettera aperta al senatore Emilio Floris

di Cristiano Sabino

Gentile senatore Floris, le scrivo in merito all’interrogazione parlamentare urgente, di cui anche lei è firmatario. Immagino la sua sorpresa nel ricevere questa mia lettera, ma le scrivo da sardo a sardo, perché sono realmente curioso di capire alcune cose. Non scrivo agli altri senatori perché non provengono da questa terra e quindi leggono le vicende legate alla Sardegna con filtri esterni, giusti o sbagliati che siano. Però mi sorprende che un sardo, proprio un figlio di Sardegna, possa aver sottoscritto una simile interrogazione. Se me lo concede le spiego brevemente perché.

L’iniziativa che ho avuto il piacere di coordinare faceva parte di un progetto più ampio dedicato a “Sa die de sa Sardigna” e che contempla incontri su temi di attualità, cultura e storia relativi alla Sardegna. Perché chiede la sospensione degli altri appuntamenti previsti su questi temi? Non ritiene opportuno che nelle scuole sarde si parli della storia della Sardegna che normalmente viene ignorata in nome dello svolgimento del Programma (quello con la P. maiuscola)?

Da docente di storia e da lettore accanito della storiografia degli Annales credo sia profondamente sbagliato insegnare la storia veicolando l’idea che essa sia corsa sempre altrove e ben distante dalla Sardegna. Per esperienza le posso dire anche che i ragazzi si svegliano dal torpore libresco quando gli si parla del Nuraghe, della chiesa giudicale o bizantina e di avvenimenti importanti che sono accaduti a due passi da casa loro. È un principio base della didattica quello di partire dalla prossimità per interessarsi al generale, non capisco proprio perché dovremmo ignorarlo. Anzi mi farebbe piacere che il prossimo 31 marzo venisse a trovarci a scuola per vedere come lavoriamo e quali risultati portiamo a casa in una terra prima per dispersione scolastica.

Istruzione per gli adulti: l’evoluzione delle 150 ore, per migranti e italiani

di Massimo Corsini

Il paradosso per chi oltrepassa i confini del nostro Paese è rimanere ai margini. Diventa semplicemente un’assurdità se chi si trova ai margini non ha dovuto emigrare da chissà dove, ma è sempre stato lì nel suo paese.

Esiste, infatti, una zona d’ombra nella quale convivono nuovi migranti e cittadini italiani appartenenti alle fasce più deboli: ad accomunarli è un carente livello di alfabetizzazione funzionale, ovvero delle competenze fondamentali necessarie alla vita di tutti i giorni. La cura di questa fetta di popolazione spetterebbe, se supportata con i dovuti mezzi, alla neonata istituzione scolastica dei Cpia (Centri provinciali d’istruzione per gli adulti).

Emilio Porcaro, preside del Cpia metropolitano della città di Bologna, e referente su scala nazionale di tutti i Cpia in Italia, spiega infatti che, benché oggi la maggior parte degli utenti siano stranieri, parliamo dell’80-85%, teoricamente il target a cui si rivolge questa nuova istituzione scolastica per gli adulti è rappresentato dalle fasce più deboli della popolazione del paese: italiani e non.

Sulla scuola, la musica non cambia

di Marina Boscaino

Si ha davvero l’impressione che la faccia da persona perbene e i modi pacati e urbani di Paolo Gentiloni abbiano prodotto una straordinaria e curiosa opera di revisionismo e di rimozione collettivi. Come se nel governo che questo presidente del consiglio – che si comporta come tale e che è stato messo forse lì per far dimenticare la sguaiataggine di certe uscite, l’arroganza dei toni e dei modi, il giovanilismo urlato e l’inopportuna guasconeria di Matteo Renzi – non fossero presenti personaggi come Marianna Madia, Maria Elena Boschi, Giuliano Poletti, Luca Lotti.

Li abbiamo davvero dimenticati? L’ignoranza, l’arroganza, l’imperizia di questi oscuri personaggi emersi dal nulla, imposti da Renzi al Parlamento e all’opinione pubblica e ancora tenacemente presenti a gestire le sorti di questo Paese, sono davvero entrate nell’oblio?

Non sono scomparsi, anche se una previdente regìa li ha silenziati, impedendone saggiamente la presenza inflazionata, in passato quasi sempre foriera di imbarazzo o di polemiche. Ma sono sempre lì, sono gli stessi che erano quando a capo del governo c’era esplicitamente Renzi. Sono sempre lì, nonostante il 4 dicembre sia stata emessa sulle loro capacità e sulla loro credibilità politica una sentenza inequivocabile. Sembriamo esserci dimenticati dei danni che questi signori hanno prodotto alle nostre esistenze individuali e alla vita collettiva, come del fatto che gli elettori hanno bocciato senza appello e in massa la politica di questi personaggi.

No tav: lotta alla patologia del pensiero unico

di Cristina Morini

Quando, all’inizio dell’estate dello scorso anno, il giornale locale La nuova di Venezia pubblicò la notizia della condanna di Roberta Chiroli per i contenuti della sua tesi di laurea sul movimento No Tav discussa all’Università Ca’ Foscari, fu con qualche smarrimento che cominciammo a raccogliere informazioni su quanto era successo.

Nel tempo, abbiamo imparato a conoscere bene i trattamenti che il potere riserva ai dissidenti, a chi ha il coraggio di opporsi ai dogmi e non smette di «dire la verità», a chi non si accontenta di come va il mondo: perseguitati, oltraggiati, messi al margine in ragione di idee e di un agire troppo distante da ciò che viene ufficialmente disposto.

Scomodi, da far sparire oppure da punire per fornire insegnamenti a tutti. Ma, nonostante questa consapevolezza, i due mesi di reclusione comminanti dal tribunale di Torino per una ricerca in antropologia, a partire da una richiesta di sei mesi avanzata dal Pubblico ministero, appaiono un’enormità. Il lavoro universitario di Chiroli viene utilizzato dai Pm come prova autoaccusatoria per «aver fornito un apprezzabile contenuto quanto meno morale» ad alcune pratiche di lotta in Val Susa (presidi e occupazioni dei terreni espropriati e dei cantieri per il passaggio dell’alta velocità).

Gli aspetti sociali del voto al referendum del 4 dicembre in Italia e a Bologna

a-no

a cura di Bruno Moretto, Comitato la scuola vota No Bologna

Tante sono le cause del voto al referendum costituzionale. Fra queste è molto interessante la componente sociale. E’ già stato evidenziato che le percentuali maggiori di NO si sono avute nelle regioni insulari e meridionali. Questa immagine è molto esemplificativa al riguardo. Le regioni con reddito pro capite più basso sono state quelle che hanno votato maggiormente per il NO.

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Analizzando il voto bolognese si può notare un fenomeno analogo. Le zone con percentuali di SI maggiori sono quelle a reddito più alto. Non a caso la percentuale maggiore di SI si ha nella zona dei colli (59,69%). La percentuale maggiore di NO si ha in zona Bolognina (52,14%). In altre zone popolari come San Donato, Lame, Santa Viola, San Vitale o prevale il NO o il risultato è testa a testa.

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Bologna, la città e lo sport: funzioni pubbliche da ridefinire

Lo stato della piscina di Bologna

di Silvia R. Lolli

Dopo vari anni in cui si è liberalizzato lo sport, spesso con soldi pubblici, continuo a proporre le mie convinzioni, spesso senza ottenere ascolti. Infatti il tema sport è un tema ampio che necessita di competenze e sguardi oltre la visione spettacolaristica o l’ormai consumato sport per tutti.

Dietro alla mia visione c’è il bisogno di capire se anche per lo sport si può ricominciare ad avere l’idea di attività fisica per tutte le età da promuovere per il benessere psico-fisico e sociale della società in cui si vive. Ed è un tema che riguarda tanti aspetti del sociale: la sanità, la scuola, l’ambiente e l’urbanistica, oltre che lo sport professionistico e quindi la sicurezza.

Prima di tutto l’impostazione di un programma dovrebbe tener conto dei principi più generali che si vogliono mettere in campo. Così la questione è oggi il recupero, da parte del pubblico, della sovranità sulle decisioni e sulle gestioni dell’attività sportiva di carattere sociale, cioè non di quella professionistica. Ed una precisa visione delle proprie funzioni, non delegabili.

Allora, se si è d’accordo su questo punto, cioè di andare contro la deriva neoliberistica e delle privatizzazioni, occorre definire che cosa per lo sport deve mantenersi pubblico. Cruciale diventa dunque il tema delle gestioni, cioè delle convenzioni per gli impianti sportivi pubblici.

Quando a scuola si insegnava la lingua sarda

Sa pandela sarda, di Cici Peis

Sa pandela sarda, di Cici Peis

di Francesco Casula

Pochi sanno che c’è stato un periodo della nostra storia in cui a scuola si insegnava la cultura, la storia e la lingua sarda. Paradossalmente proprio durante i primi anni di quel regime, che poi sarebbe stato il nemico più brutale e feroce nei confronti di tutto quello che atteneva al locale e alla specificità sarda.

Siamo negli anni 19221924 quando il valente e avveduto pedagogista Giuseppe Lombardo Radice, alle dirette dipendenze dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile, come direttore generale dell’Istruzione primaria e popolare, provvide alla stesura dei programmi ministeriali per le scuole elementari, prevedendo fra le altre anche l’uso delle lingue regionali nei testi didattici per le scuole con il programma Dal dialetto alla lingua, nel rispetto delle differenze storiche degli italiani e per facilitare l’apprendimento e lo sviluppo intellettuale degli scolari, partendo dalla lingua viva: a questo proposito rimando alle sue magistrali Lezioni di Didattica, (l’ultima edizione, in versione anastatica, è del 1970).

In seguito all’approvazione dei nuovi Programmi per le scuole elementari (17 novembre 1923) in Sardegna furono adottati per l’anno scolastico 1924-25 testi scolastici di vari autori ma uno in particolare, Sardegna-Almanacco per ragazzi di Pantaleo Ledda.