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I 50 anni della “scuola statale dell’infanzia”

Scuola materna, anno scolastico 1957

di Antonia Sani, associazione nazionale Per la Scuola della Repubblica

Il 18 marzo 1968 vedeva la luce la legge istitutiva della Scuola dell’Infanzia Statale. Un percorso accidentato, per le inevitabili contrapposizioni con le scuole d’infanzia comunali, fiore all’occhiello (grazie alle scuole dell’Emilia-Romagna) dell’Italia di quegli anni. L’iter parlamentare fu lungo e tormentato. Coprì l’arco di due legislature (1958-63; 1963-68) e provocò ben due crisi di governo. Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat, presidente del Consiglio Aldo Moro. Coalizione di governo: Dc, Psi, Pdsi, Pri.

Le ragioni del contrasto erano di carattere ideologico: le forze più legate al mondo cattolico temevano la perdita della centralità della famiglia in un’ impostazione fondata sul riconoscimento “scolasticistico” delle esigenze della seconda infanzia, sostenuta dai partiti laici e dal PCI. A sua volta il PCI era un forte sostenitore delle esperienze positive realizzate nei Comuni guidati da “giunte rosse”.

Il testo della legge porta evidenti i segni di quel contrasto: si è voluto lasciare in piedi l’impianto delle scuole comunali e la non istituzione di sezioni di scuole statali laddove scuole private potessero rispondere al fabbisogno del territorio.

Scuola, finalmente l’appello: sette temi per un’idea di futuro

di Marina Boscaino

Finalmente qualcuno l’ha fatto: comporre, passaggio dopo passaggio, argomentazione dopo argomentazione, i nuclei concettuali, i principi ai quali da più di 20 anni stanno plasmando – e uniformando – i sistemi scolastici europei. Del resto, lo sappiamo: ce lo chiede l’Europa!

Sette temi per un’idea di scuola: leggetelo e, se siete d’accordo, sottoscrivetelo. L’appello, che in poche settimane ha raccolto circa ottomila firme (dai maestri delle scuola dell’infanzia agli ordinari di diverse facoltà universitarie, nonché molti cittadini che riconoscono nella scuola della Costituzione lo strumento dell’interesse generale), ha il merito di non scagliarsi, come pure sarebbe legittimo, sulle mille nefandezze della normativa scolastica degli ultimi decenni; ma di nominare – in sette punti specifici – quelli che sono stati i concetti organizzatori che hanno dato vita alle “deforme” che si sono abbattute sulla scuola italiana e di cui sono stati compartecipi governi di centro destra e di centro sinistra.

E che hanno cambiato il volto della scuola “che rimuove gli ostacoli” e promuove l’istruzione completa di “capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi”. Attraverso la enucleazione e l’analisi di questi principi, si ricostruiscono i passaggi che hanno impiantato un modello ideologico, che parte da molto lontano, e che ha trovato accoglienza in tutta la legislazione scolastica, dall’autonomia del 1997 alla legge 107/15 (passando per la legge di parità, la riforma del Titolo V, Moratti, Gelmini e il “cacciavite” di Fioroni).

L’Ocse promuove la scuola italiana: ditelo a quelli che vogliono riformarla

di Marina Boscaino

L’Ocse, comparando i dati tra competenze linguistiche e matematiche dei quindicenni scolarizzati di diversi paesi, ci rivela che la scuola italiana è ancora uno strumento di rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, come recita l’art. 3 della Carta [qui il documento dell’Ocse].

Qualcuno ha voluto definirla una sorpresa. Per la maggior parte di coloro che militano nel movimento della scuola – pubblica, laica, democratica, inclusiva – non si è trattato di una sorpresa, ma – semmai – della conferma di quanto andiamo affermando da anni, da lunghi anni, a dispetto di tutti; e – soprattutto – del Pensiero Unico main stream, al quale i governi degli ultimi decenni hanno voluto (sotto dettatura dell’Unione Europea) ridurre la nostra scuola. È la conferma che le motivazioni e le istanze della nostra resistenza e della nostra vigilanza sono corrette e concorrono a salvaguardare la funzione e il ruolo di quella che continua a configurarsi come uno degli ultimi presidi di democrazia e di tutela dell’interesse generale.

Bocciata la riforma della “buona scuola”, promossi insegnanti e prof universitari

La buona scuola che non vogliamo

di IlLibraio.it

La riforma della “buona scuola” voluta dal governo Renzi non passa l’esame. Promossi, invece, gli insegnanti italiani. Il riferimento, come racconta il sito di Repubblica, è ai risultati dell’indagine di Demos-Coop; per gli italiani coinvolti nel sondaggio il limite più grosso della scuola nostrana riguarderebbe la mancanza di fondi e risorse (per il 31% degli intervistati) e, di conseguenza, la poca attenzione riservata al rinnovamento e alla messa in sicurezza dell’edilizia scolastica. Secondo l’81% dei partecipanti al sondaggio la sicurezza degli edifici è la questione cui il governo dovrebbe dare la massima priorità.

Gli intervistati, dunque, non sembrano scontenti della scuola come istituzione (gli insegnanti, il loro livello di preparazione). L’esiguità dei fondi destinati alla scuola pubblica è anche la possibile causa di un altro dato che emerge dal sondaggio: se nel 2007 erano 10 i punti che distaccavano coloro che si ritenevano soddisfatti per l’andamento delle scuole pubbliche (43%) e coloro che lo erano delle scuole private (33%), a oggi tale divario si è notevolmente ridotto: sono solo 4 i punti che distaccano la soddisfazione per le pubbliche e per le private, dove la scuola pubblica continua a essere preferita maggiormente al Nord (dove dispone di più fondi) e meno al Sud (dove resta maggiormente abbandonata a se stessa).

Referendum abrogativo della Buona scuola: le parole di Massimo Villone

Nel video ecco l’intervento del professor Massimo Villone all’assemblea di Napoli del 7 febbraio 2016 per il referendum abrogativo della Buona scuola.

La democrazia accampata in difesa di acqua e scuola beni comuni

Roma Manifestazione Acqua Pubblica - Foto di Dario BornAgain

di Marco Trotta

In queste settimane di caldo che annuncia l’arrivo dell’estate la democrazia si sta accampando nelle piazze. È successo a Bologna dove fino a ieri i comitati che hanno contestato la controriforma di Renzi-Giannini, chiamata “Buona Scuola”, si sono accampati in sciopero della fame di fronte all’ufficio scolastico regionale in via De Castagnoli 1. Lo hanno fatto per 8 giorni e 7 notti, incontrando centinaia di persone e distribuendo volantini per spiegare le loro ragioni fino ad oggi inascoltate.

L’immagine plastica di questo non-confronto è stata il video del falso maestro Renzi, con tanto di lavagna e gessetti, prodotto dallo staff del governo al quale i comitati hanno dato una pronta risposta attraverso le parole di un vero maestro di scuola media. Eppure i comitati avevano più di una ragione da far valere. A partire dal fatto che esisteva, ed esiste ancora, una proposta alternativa che il parlamento avrebbe potuto discutere ma non ha fatto.

Una legge di iniziativa popolare di 29 articoli, scritta da tutte le componenti della scuola e sottoscritta dalle firme certificate di 100 mila persone, rispettosa del dettato dettato costituzionale ma al tempo stesso innovativa sia dal punto di vista amministrativo che pedagogico. Nessun ascolto, nessuna attenzione neppure alla luce delle tante disastrose riforme che la scuola pubblica ha dovuto subire negli ultimi anni. Riforme messe in atto con l’unico intento di fare cassa e indebolire il sistema d’istruzione pubblico. Un indebolimento sancito dal penultimo posto in classica tra i paesi europei nel rapporto tra stanziamenti e PIL.

La (buona) scuola politica?

Costituzione e scuoladi Silvia R. Lolli

Come ricordava qualche giorno fa anche Pardi da queste colonne, ormai si sta vanificando qualsiasi principio democratico e costituzionale, almeno se è vero che il Governo è intenzionato a mantenere fede ai proclami del suo mentore (il capo) e approntare la riforma della scuola in tempi brevi. Fin da subito il sondaggio sulla Buona Scuola e i suoi risultati, sempre presentati con un battage comunicativo-pubblicitario molto ampio, ha evocato la dittatura dell’esecutivo, complice anche l’ormai inevitabile ignoranza di troppi cittadini.

Dai decreti legislativi, che fra l’altro ancora sentiamo evocare da più parti, sembra che si stiano per emanare decreti, ovviamente saranno decreti legge. Essi, per norma costituzionale, devono avere i caratteri di necessità ed urgenza e devono essere convertiti in legge dal Parlamento entro 60 giorni. Non ci risulta che, forse la di là della sola richiesta della corte di Giustizia Europea per l’immissione in ruolo dei precari storici della scuola italiana, si possa evocare né necessità, né tanto meno urgenza per il sondaggio e quindi bypassare la discussione parlamentare con tanta facilità.

Fin dal principio di questa ennesima pagliacciata istituzionale ci eravamo posti il problema giuridico di quale forma normativa dare alla tanto sbandierata “riforma” della scuola; avevamo fin troppe volte ascoltato ministre/i e il capo parlare solo di decreti legislativi, senza mai neppure accennare al Parlamento quale luogo di discussione e deliberativo.

Lettera aperta al capo dello Stato: per una legge a favore della scuola

Costituzione e scuoladi Antonia Baraldi Sani, Marina Boscaino e Giovanni Cocchi per il coordinamento nazionale a sostegno della legge “Per una buona scuola per la Repubblica”

Egregio Signor Presidente, nel complimentarci con Lei per l’elezione a Capo dello Stato, desideriamo innanzitutto porgerle i nostri più sinceri e calorosi auguri di buon lavoro. Ascoltando il suo primo discorso a Camere riunite, abbiamo particolarmente apprezzato l’attenzione che ha voluto riservare al diritto allo studio e al futuro dei nostri studenti: “Garantire la Costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro”.

Chi le scrive rappresenta il Coordinamento nazionale a sostegno della legge di iniziativa Popolare “Per una buona scuola per la Repubblica” , un insieme che raccoglie attorno a sé decine di migliaia di cittadine e cittadini, insegnanti, studenti, genitori, tecnici di laboratorio, collaboratori scolastici, personale amministrativo, studiosi ed esperti, da sempre fermamente impegnati nella promozione dei valori e dei princìpi incarnati dalla scuola pubblica così come disegnati dalla nostra Costituzione: una scuola accogliente, aperta a tutte e tutti, inclusiva, capace di confrontarsi con le migliori tradizioni europee, garanzia di uguaglianza e pari opportunità nella formazione delle nuove generazioni.

Un vero e proprio Organo Costituzionale, come ebbe a definirla l’indimenticabile giurista Piero Calamandrei. Il nostro impegno per la scuola della Repubblica ci ha portati ad elaborare collettivamente, una Legge d’Iniziativa Popolare nata direttamente dalla passione e dalla sensibilità di chi studia e lavora nelle scuole del nostro Paese: quell’articolato, sottoscritto in modo certificato da oltre 100.000 elettori dieci anni fa, fu affidato a chi è delegato dal popolo a fare approvare le leggi; purtroppo nelle due legislature da allora trascorse, non venne mai discussa.

Scuole paritarie, uno scandalo italiano. Latella: “Così violano legalità, laicità e pluralismo”

Il libro nero della scuola italiana

Il libro nero della scuola italiana

intervista a Paolo Latella di Marina Boscaino

Paolo Latella. Professione: docente tecnico pratico, pubblicista, consulente del Tribunale di Lodi. Questo elenco di titoli non è casuale. La sua pubblicazione, “Il libro nero della scuola italiana” (scaricabile online gratuitamente oppure acquistabile in versione cartacea al solo costo della stampa) tiene dentro la passione del docente, il rigore documentario del giornalista e la capacità del consulente giuridico di individuare strade di deviazione dalla norma.

Si tratta di un documento impareggiabile, considerando la mole di dati, notizie, testimonianze che Latella è riuscito a mettere insieme su uno dei temi più scottanti e meno approfonditi del sistema di istruzione italiano: lo scandalo di (alcune) scuole paritarie, vedremo quali; la violazione insistita (intrinseca all’istituzione della scuola paritaria stessa, prevalentemente confessionale) del principio di laicità e di pluralismo cui il sistema dovrebbe informarsi, quando esso produca “oneri per lo Stato”.

La contraddizione intrinseca risiede nel fatto che il gettito dalla fiscalità pubblica alle scuole paritarie insiste su istituti che, appunto, per loro stessa natura, non sono per la maggioranza laici e pluralisti, bensì improntati al dogma religioso. Le due deviazioni configurano – come vedremo – conseguenze e considerazioni diverse, talvolta convergenti ed intersecantesi, altre no.

Renzi e la scuola: annunci pubblici e vizi privati

Costituzione e scuoladi Raffaele Carcano, segretario Uaar – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti

Dopo Berlusconi, persino Alfano ha dato il via libera a una legge che riconosca le unioni civili gay. Una conferma che il clima è cambiato: essere clericale non va più di moda, non si porta più. Il cambiamento porta però con sé un indesiderato effetto collaterale: la privatizzazione del clericalismo. Si continua a coltivare il vizio nell’ombra, con il vantaggio non da poco che non va nemmeno confessato. Lo si coltiva insieme al confessore.

Viene da pensarlo, leggendo alcune notizie di questi giorni. Grande enfasi è stata posta sul piano di edilizia scolastica voluto da Renzi. Annunci roboanti: sarà speso più di un miliardo per effettuare lavori in una scuola su due. I lavori sono stati immaginificamente suddivisi in tre tipologie: #scuolenuove, #scuolesicure, #scuolebelle. Tutto molto bello, in effetti. Pare che ci sia persino una copertura finanziaria.

Nel contempo, però, il governo si è stranamente dimenticato (nonostante le rassicurazioni) della possibilità di attingere all’Otto per Mille di competenza statale. Il termine per i Comuni per presentare le domande è il 30 settembre, ma non è ancora stato emanato il regolamento, né è stata fatta alcuna propaganda in merito alla possibilità di utilizzarne una quota per l’edilizia scolastica, come chiesto dall’Uaar. Il tempo delle dichiarazioni dei redditi è ormai passato per tutti: un’occasione sprecata. A tutto vantaggio delle scelte a favore della Chiesa cattolica, il competitor dello Stato con cui lo Stato non vuol competere.