Luciana Castellina: “Non è una sconfitta: Alexis Tsipras ha retto all’urto”

di Tommaso Rodano Luciana Castellina, qual è il significato della sconfitta di Alexis Tsipras? “Io non la chiamerei sconfitta. Certo, è stato un epilogo amaro: Tsipras perde il governo dopo aver guidato il suo Paese negli anni più terribili. E lo ha fatto con coraggio, rinunciando alle decisioni demagogiche. Si è rifiutato di ascoltare chi […]

Diario dopo il 4 marzo

di Francesco Indovina

Ci sono degli avvenimenti che lacerano la rete dei nostri riferimenti e che ci spiattellano l’inconsistenza della nostra conoscenza della realtà. Avevamo una idea del mondo che non corrisponde completamente alle trasformazioni avvenute. Una ignoranza dettata da pigrizia, dall’essere affezionati ai nostri idoli, di cui si era in parte consapevoli ma che, in un certo senso, l’allontanavamo per paura.

La trasformazione dell’essenza dei rapporti sociali di produzione, gli effetti della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle diseguaglianze sociali, l’emarginazione di molto lavoro, la modifica dei riferimenti culturali, la trasformazione delle relazioni sociali, l’individualismo esasperato, l’egoismo, la violenza come essenza dell’individuo, l’incapacità di riconoscersi in altri, la diversità, di qualsiasi tipo, assunta come “vezzosa” conquista ma anche come insopportabile… di tutto questo si aveva cognizione ma contemporaneamente i nostri occhi erano opachi e non riuscivano a distinguere forme e colori del quadro complessivo.

Sentivamo che molti dei valori ai quali eravamo legati, come libertà, uguaglianza, solidarietà, accoglienza, giustizia sociale non vivevano più come sistema nervoso della nostra società, ma ci sembrava di dover attribuire, questo nostro sentire, al pessimismo.
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Campagna elettorale: la prevalenza del Viperetta o la rinuncia al futuro

di Luigi Ambrosio

Con l’annuncio di candidatura nelle fila centriste della galassia berlusconiana del presidente della Lazio, Claudio “famo ‘sta sceneggiata” Lotito e del presidente della Sampdoria, Massimo Ferrero, il mitico Viperetta reso celebre dall’imitazione di Maurizio Crozza, la campagna elettorale iniziata da appena una settimana potrebbe chiudersi qui.

Quantomeno dal punto di vista dello spettacolo. O meglio, c’è da sperarlo che si chiuda qui, dal punto di vista dello spettacolo. A fronte di un Paese attraversato da pulsioni pericolose, quali la rabbia, il risentimento, la paura, a fronte delle esistenze sempre più precarie, a fenomeni di portata storica come quello dell’immigrazione che necessitano di pensiero e di politiche capaci di guidare il cambiamento, a fronte di una società che invecchia e a una marginalizzazione progressiva rispetto al resto del mondo, la politica dovrebbe essere capace di proporre visioni alte, inclusive, proiettate nel futuro, immaginando l’Italia nel contesto europeo e mondiale quantomeno nel medio periodo, quantomeno nei prossimi dieci, venti, trent’anni.

Invece no. Invece ha prevalso il brevissimo periodo, fino a questo momento. Il mettere in tasca qualche soldo alle persone. Sia chiaro, il problema non sono le proposte in quanto tali che in sé potrebbero essere perfino ottime. Il problema è che non si vede il disegno complessivo entro cui si collocano. I protagonisti della campagna elettorale rinunciano a comunicarlo, a proporlo agli italiani. Viene il sospetto che il disegno complessivo non sia contemplato.
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Matteo Renzi, viale del Cazzaro

di Alessandra Daniele

Matteo Renzi è un modello obsoleto. Infatti non riceve più aggiornamenti. Questa settimana s’è notato particolarmente nel suo logorroico e soporifero comizio a Piazza Pulita, l’ennesima anacronistica ripetizione del solito copione ormai completamente logoro, dalla litania sugli 80 euro panacea di tutti i mali, alla cazzata del milione di posti di lavoro che conta anche chi ha lavorato un’ora in un mese, alla rituale difesa della sua imbarazzante ministra-immagine, e della ripugnante controriforma anticostituzionale che portava il suo nome, alla mitizzazione di Obama, corresponsabile della carneficina siriana e libica.

Come Norma Desmond in “Viale del Tramonto”, Renzi continua a recitare un film che non ci sarà mai, per un pubblico che non c’è più. Anche quando è in diretta sembra una replica vecchia di anni, persino più vecchia della sua stessa età. Un fantasma smagnetizzato degli anni ’80, un Claudio Martelli in cromakey. La cosa più patetica del suo vaniloquio di Piazza Pulita è stata la scusa accampata per il mancato ritiro della politica che aveva solennemente promesso: “M’hanno detto no, tu non hai diritto di decidere per i fatti tuoi di andare a fare i soldi in America, e lasciarci qui”.

Testuale. Se Matteo Renzi provasse a fare i soldi in America, finirebbe in galera. Non che gli americani siano più scafati o più legalitari, ma s’incazzano di più quando s’accorgono che qualcuno li vuole fregare. E Renzi si farebbe scoprire subito anche lì. Innanzitutto perché non parla inglese. Lo simula. Come tutte le sue presunte competenze. È un modello obsoleto. Quello che gli americani chiamano One-Trick Pony.
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