Dopo lo sciopero globale per il clima del 24 maggio

di Guido Viale La seconda giornata mondiale di sciopero per il clima si è conclusa positivamente. In Italia, e in particolare a Milano, ha registrato una partecipazione più ridotta, ma sicuramente più consapevole e convinta, di quella del 15 marzo, come è nella natura di un movimento che sta crescendo. Era prevedibile: non c’era più […]

Due appuntamenti per il clima: la riscossa internazionale dei giovanissimi

di Sergio Sinigaglia

Venerdì prossimo, 15 marzo, decine di città europee e non solo, vedranno scendere in piazza migliaia di giovani in occasione dello sciopero internazionale per il clima. Una settimana dopo, sabato 23, a Roma si terrà una grande manifestazione nazionale sugli stessi contenuti e contro le grandi opere. Due appuntamenti rilevanti che rilanciano alla grande il movimento socioecoambientalista.

In particolare la giornata del 15 assume una importanza notevole. L’aspetto sicuramente centrale, come hanno evidenziato molti commenti, è certamente il protagonismo di una nuova generazione, i cosiddetti “millennials” che finalmente sembrano aver rotto gli indugi e intendono prendere nelle proprie mani il loro destino. Dopo il movimento altermondialista, quello di “occupy” e degli indignados, una nuova leva, fatta di giovanissimi, assume rilievo internazionale.

Soprattutto stravolge una visione del tempo ormai da anni appiattita su un infinito presente, con l’annullamento della memoria del passato e ancora di più di qualunque progettualità futura. E infatti proprio sul futuro del nostro pianeta è impostata l’analisi e l’attenzione del nuovo movimento. In completa sintonia con il “principio responsabilità” di Hans Jonas, questi giovanissimi mettono al centro del loro agire politico la denuncia del vicolo cieco in cui il Sistema sta conducendo la nostra e le altre specie viventi.
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“Buona Scuola”, il re è nudo: appello per la scuola pubblica

di Anna Angelucci

Il 2018 si apre con un importante appello della scuola pubblica, per la scuola pubblica. Un appello che ha già raccolto, in pochissimi giorni e con il solo passaparola, più di 7000 firme ma che chiede e merita l’attenzione di tutti.

Qualunque lavoro facciate, qualunque attività svolgiate, qualunque interesse o passione abbiate, leggetelo: riguarda ogni singolo cittadino italiano. E, se condividete l’esigenza di una riflessione critica sul ruolo e sulla funzione della scuola, una riflessione critica profonda sui cambiamenti istituzionali imposti dalla politica negli ultimi anni al sistema dell’istruzione, firmatelo.

E’ un appello pacato e incisivo, ponderato e argomentato, nutrito di pensieri – e non di slogan – che vanno al cuore delle questioni più cogenti e urgenti; scritto da chi insegna nella scuola e sperimenta insieme agli alunni, giorno dopo giorno, le drammatiche conseguenze degli interventi normativi degli ultimi anni, svelandone tutte le implicazioni culturali, pedagogiche, professionali, al di là della retorica e della mistificazione imperanti nel discorso pubblico ufficiale.

Questo appello mostra tutta la gravità della situazione in cui versa la scuola pubblica italiana oggi e costituisce un’opportunità di reazione preziosa, da non lasciarsi sfuggire. Perché il vero problema di questi anni, prima ancora dell’assenza di un’interlocuzione politica realmente disponibile all’ascolto e al confronto dialettico, è stato quello della mancanza di una reazione forte e unitaria da parte del mondo della scuola e della società civile.
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Processo Sabr, in Italia esiste la schiavitù

di Antonio Ciniero

In Italia ci sono uomini ridotti in schiavitù. Parte del lavoro agricolo stagionale del nostro paese, quello che fa crescere il nostro Pil, che permette l’esportazione e il consumo dei prodotti del made in Italy sulle tavole nostre e su quelle di mezza Europa, si basa anche su un lavoro “schiavile”. A sostenerlo non è uno dei tanti allarmi lanciati da qualche inchiesta giornalistica, non è la presa di posizione di una ONG o sigla sindacale.

La riduzione in schiavitù è stata contestata come reato a 11 imputati dalla sentenza pronunciata il 13 luglio scorso dai giudici della Corte di Assise del Tribunale di Lecce nel processo nato dall’inchiesta Sabr, dal nome di uno dei caporali che organizzava buona parte del lavoro agricolo stagionale nel territorio di Nardò, in provincia di Lecce.

Lo sfruttamento lavorativo nel territorio di Nardò non è certo una novità: si registra ininterrottamente da oltre vent’anni, con un’intensità che nel tempo ha continuato a crescere, a seguito della modificazione di diversi fattori che hanno a che vedere tanto con la struttura produttiva, con le modificazioni delle colture agricole[1], quanto con elementi socio-economici più generali, vale a dire con le filiere produttive e distributive del settore, la crisi economica, che ha spinto verso l’agricoltura soggetti prima impiegati nel settore industriale e in quello dei servizi nelle città del centro-nord Italia, e le ricadute sociali delle politiche migratorie, con la conseguente riconfigurazione delle presenze migranti del territorio.
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L’otto tutto l’anno: oggi lo sciopero contro la violenza maschile sulle donne

di Ingrid Colanicchia

Lo avevano detto che la manifestazione del 26 novembre scorso contro la violenza maschile sulle donne non sarebbe stata che una tappa di un percorso più ampio e ambizioso. E le donne del movimento “Non una di meno” sono di parola: quella promessa trova infatti oggi conferma e nuovo slancio con lo sciopero generale indetto per l’8 marzo sotto lo slogan: “Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo”.

«Constatiamo ogni giorno quanto la violenza sia fenomeno strutturale delle nostre società, strumento di controllo delle nostre vite e quanto condizioni ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada… per questo – spiegano le promotrici – il prossimo 8 marzo sarà uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi».

Accogliendo l’invito a organizzare uno sciopero internazionale lanciato dalle donne argentine, la rete “Non una di meno” ha fatto quindi appello a tutti i sindacati per una giornata di mobilitazione nazionale. Cgil, Fiom, Cisl e Uil non hanno accolto la richiesta. Ma lo hanno fatto alcuni sindacati di base che hanno dunque indetto uno sciopero generale di 24 ore (Usi, Usb, Cobas, Slai Cobas per il sindacato di classe, Confederazione dei comitati di base, Sial Cobas, Usi-ait, Sindacato generale di base; la Flc-Cgil – lavoratori settore della scuola pubblica e privata – ha indetto 8 ore di sciopero).
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Bologna: cooperative sociali e rinnovo del contratto, la rottura è vicina

Lavoratori delle cooperative sociali - Foto di Simone Raffaelli
Lavoratori delle cooperative sociali - Foto di Simone Raffaelli

di Massimo Corsini

Il dado è tratto. Rullano tamburi di guerra nel mondo cooperativistico bolognese a un anno dal rinnovo della gara d’appalto (di 24 milioni di euro) dei servizi integrativi e scolastici. L’assemblea che si è tenuta giovedì mattina alla Sala Centofiori di via Gorky 16, a Bologna, e a cui hanno partecipato circa settecento lavoratori di tutte le cooperative sociali del territorio, è stata forse la testimonianza più importante dello stato d’agitazione di questa fetta del mondo del lavoro a Bologna.

Motivo dell’assemblea convocata dalla Funzione Pubblica di Cgil e Cisl è il mancato rinnovo, da più di otto anni, del contratto integrativo provinciale della cooperazione sociale. I segretari, Michele Vannini per la Cgil, ed Enrico Bassani per la Cisl hanno puntato il dito contro i rappresentanti dei datori di lavoro, cooperative e centrali cooperative, “ree” di aver di fatto osteggiato il confronto “dichiarando la loro indisponibilità a trattare su molti argomenti che hanno una ricaduta diretta sulla qualità del lavoro svolto e di conseguenza sulla qualità del servizio prestato”.

In apertura Bassani e in chiusura Vannini hanno entrambi chiesto il mandato dei lavoratori per portare gli esiti dell’incontro in prefettura e costringere i datori di lavoro a trattare. Se non si andrà da nessuna parte scatterà la mobilitazione in previsione di otto ore di sciopero. “Dobbiamo essere consapevoli di una cosa – ha detto Vannini – se le centrali non apriranno ai contenuti, lo scontro si dovrà inasprire. Bisognerà uscire fuori e andare in piazza”.
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I medici, lo sciopero e i valori

di Maurizio Nazari, l’Altro Veneto, con la premessa di Luigi Trianni

A titolo informativo e d’esempio, mi pregio di inoltrare un appassionato, informato, giustamente anticorporativo e coraggiosamente “diretto” scritto di M. Nazari de “L’Altro Veneto, Ora possiamo”.

Preciso che non ritengo una priorità il passaggio dal rapporto convenzionale alla dipendenza pubblica dei Medici di Medicina Generale e dei Pediatri di Libera Scelta, che nell’ottica neo liberista/burocratica del governo Renzi, e delle sue appendici politiche e manageriali centrali e regionali, sarebbe realizzata unicamente come misura per “definanziare” i costi del personale sanitario nei Distretti e ridurne il numero.

Ritengo che la priorità sia quella di investire in dotazioni organiche e dotazioni strutturali anche nei servizi distrettuali, “case della salute” o “centri distrettuali comunali e/o di quartiere” che dir si voglia, nei quali i predetti medici vanno inseriti, e sviluppare una politica di “facilitazione dell’accesso alle tecnologie per la salute”, comprese quelle sofisticate e specialistiche della relazione psicologica profonda professionisti della salute / persone, dai distretti e dai “domicilii”, basata su integrazione/interazione multi professionale e polispecialistica tra Ospedali e Distretti (e servizi sociali comunali) e supportate da adeguate infrastrutture e procedure informatiche (fascicolo sanitario elettronico individuale e reti di supporto).
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Margaret Thatcher e i minatori

3 marzo 1985: 30 anni fa finiva lo sciopero dei minatori anti Thatcher

di Salvo Leonardi

A voler stilare un’ideale classifica delle lotte che più epicamente hanno segnato la storia e l’iconografia del movimento operaio internazionale, quella dei minatori inglesi del 1984-85 occupa a buon diritto una posizione di assoluto rispetto. È stato il più lungo sciopero di massa dell’Occidente dai tempi della Prima guerra mondiale: un anno esatto fra il marzo ’84 e quello dell’85. Fu una guerra, di classe, combattuta su un campo di battaglia vasto quanto la Gran Bretagna.

Nelle brughiere di Scozia, Galles, Yorkshire e Kent si fronteggiano per mesi 165.000 minatori e alcune decine di migliaia di poliziotti. Ci sono i generali (Thatcher e MacGregor, il falco a capo del National Coal Board, da un lato, e Arthur Scargill, per il Num, il potente sindacato dei minatori dall’altro), i piani (quello Ridley per la privatizzazione e l’uscita dal carbone), le tattiche (i picchetti volanti), le battaglie campali che segneranno le sorti finali del conflitto, come ad Orgreave, nella primavera ’84.

Alla fine si conteranno 2 morti, 1750 feriti ufficiali, 11.312 arresti, 5.653 processi per direttissima, un migliaio di licenziamenti solo per rappresaglia. Decine di film, romanzi e canzoni emozioneranno il pubblico di mezzo mondo, inducendolo a schierarsi coi “vinti” (Which side are you on è allora il titolo di una celebre canzone), immortalando per sempre l’eroica sconfitta di una comunità di uomini e donne, incarnazione di un intero pezzo della storia e dell’identità della Gran Bretagna moderna.
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Sciopero a Bologna - Foto di Inchiesta online

Lavoro e lavoratori: impressioni di sciopero a Bologna

di Bruno Giorgini

È stato un bello sciopero e tonificante, che di questi tempi non è poco. Ai cortei c’è un mucchio di gente e la più varia. I pensionati dello SPI e i metalmeccanici della FIOM, i giovani dello sciopero sociale e i vecchi che ne hanno viste tante, cui Renzi non fa neanche un baffo come mi dice un amico, quelli/e della Zanichelli e i lavoratori del teatro comunale, le ragazze vivacissime in cordone e le operaie più seriose composte, il compagno che dopo trentanni di CGIL è passato all’USB (Unione sindacale di base) e il giovanotto di primo pelo iscrittosi alla CGIL l’altro ieri o poco più che sgrana tanto d’occhi, ha da essere la sua prima manifestazione, quelli che ancora vendono Falce e Martello, gruppo storico che data da quando ero giovane cioè oltre cinquantanni fa, forse prima, e la fanciulla battagliera che si porta addosso le bandiere della neonata ” L’Altra Emilia Romagna”, sorellina minore dell'”Altra Europa”, a sua volta figlia di Siriza, la formazione della sinistra greca guidata da Tsipras oggi in prima linea, prevedendosi elezioni anticipate a breve nell’Ellade, patria della democrazia che la troika (CEE; FMI; BCE) e i mercati vorrebbero annichilire.

Un mondo del lavoro ricco e per niente rassegnato, nemmeno rancoroso e/o troppo arrabbiato, sebbene ne avrebbe ben donde; piuttosto determinato, direi cocciutamente determinato, sceso in campo contro tutti i pronostici, dato per sconfitto, anzi moribondo e che pare non abbia molta voglia di ottemperare a questo decreto di morte deciso da governo, confindustria, finanza, burocrazia europea e buona parte dei media dell’establishment, nonchè quasi tutta la politica ufficiale, in primis il partito della nazione PD.
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Fiat - Foto di Martin Abegglen

C’era una volta lo sciopero. Oggi ci sono la crisi e un padrone da aiutare. Si veda alla voce Fiat

di Loris Campetti

Lo sciopero? Un’arma spuntata. Quante volte l’abbiamo sentito ripere questo ritornello. C’è la crisi, ci spiegano, la domanda di merci è in caduta libera e bloccando la produzione invece di fare gli interessi dei lavoratori si finisce per aiutare il padrone a ridurre i volumi. C’è la globalizzazione, aggiungono i nuovi filosofi postconflittuali, capitale e lavoro sono sulla stessa nave da guerra, hanno gli stessi interessi e dunque devono remare all’unisono e insieme combattare contro le navi nemiche.

L’amministratore delegato della Fiat Chrysler Automobiles Sergio Marchionne l’ha ripetuto in tutte le lingue. Addirittura, ha imposto un contratto aziendale che sostituisce quello nazionale dei metalmeccanici e impone vincoli assurdi al diritto di sciopero. Con il diritto del lavoro, in Fca sono stati espulsi dalle fabbriche i sindacati che non si sono piegati al volere del capo, aprendo la strada alla guerra giudiziaria. Morale, per lavorare in Fiat bisogna pensarla come il padrone, altrimenti fuori. Vedi Pomigliano.

Ma è proprio vero che lo sciopero non serve a niente? A giudicare dalla lettera inviata da Marchionne ai dipendenti italiani della multinazionale, si direbbe di no. A far prendere carta e penna al supermanager italo-canadese con residenza svizzera – sede legale dell’azienda in Olanda e fiscale in Gran Bretagna dove si pagano meno tasse, cervello a Detroit e produzione tra Usa, Canada, Messico, Serbia, Turchia, in parte ormai minima in Italia – è stato lo sciopero indetto dalla Fiom a Grugliasco, l’ex stabilimento Bertone acquistato dalla Fiat dove oggi si produce la Maserati. Qui la Fiom, che aveva una maggioranza bulgara tra i lavoratori, decise di votare sì al referendum truffa di Marchionne (lavoro in cambio dei diritti) per tenere unita la comunità operaia.
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