Migranti e caporalato: i nuovi schiavi condannati all’invisibilità

di Alessandro Dal Lago

I fatti sono più che noti, anche se affondano nella melma dell’indifferenza, della noia e del pregiudizio che sommerge buona parte della nostra società: nelle campagne si muore di freddo, di canicola e di esaurimento nei campi, oltre che di fuoco negli incendi dei ripari di fortuna. E si muore di sparizione violenta, come i braccianti polacchi di cui anni fa si sono perse le tracce (se n’era occupato ampiamente il compianto Alessandro Leogrande).

Millecinquecento sarebbero i decessi sul lavoro nelle campagne, in sei anni. Braccianti italiani e migranti si schiantano dieci ore al giorno per pochi euro nella raccolta di pomodori e agrumi, vittime del caporalato e di mafie locali e industriali: il settore agricolo, al nord e al sud, campa su un trattamento che secoli fa era riservato solo agli schiavi. In più, gli stranieri si trovano, grazie al decreto sicurezza voluto da Salvini e Di Maio, in una condizione di precarietà che li espone a condizioni di vita sempre peggiori e al ricatto di padroncini e profittatori.

Questa è semplicemente la realtà che fa da sfondo all’ennesima morte nell’incendio della baraccopoli di san Ferdinando. La logica dello sfruttamento, che nessuna legge sul caporalato è stata in grado di limitare – anche per l’opposizione della Lega alla sua applicazione – è ovviamente la prima responsabile di queste tragedie.
Leggi di più a proposito di Migranti e caporalato: i nuovi schiavi condannati all’invisibilità

Processo Sabr, in Italia esiste la schiavitù

di Antonio Ciniero

In Italia ci sono uomini ridotti in schiavitù. Parte del lavoro agricolo stagionale del nostro paese, quello che fa crescere il nostro Pil, che permette l’esportazione e il consumo dei prodotti del made in Italy sulle tavole nostre e su quelle di mezza Europa, si basa anche su un lavoro “schiavile”. A sostenerlo non è uno dei tanti allarmi lanciati da qualche inchiesta giornalistica, non è la presa di posizione di una ONG o sigla sindacale.

La riduzione in schiavitù è stata contestata come reato a 11 imputati dalla sentenza pronunciata il 13 luglio scorso dai giudici della Corte di Assise del Tribunale di Lecce nel processo nato dall’inchiesta Sabr, dal nome di uno dei caporali che organizzava buona parte del lavoro agricolo stagionale nel territorio di Nardò, in provincia di Lecce.

Lo sfruttamento lavorativo nel territorio di Nardò non è certo una novità: si registra ininterrottamente da oltre vent’anni, con un’intensità che nel tempo ha continuato a crescere, a seguito della modificazione di diversi fattori che hanno a che vedere tanto con la struttura produttiva, con le modificazioni delle colture agricole[1], quanto con elementi socio-economici più generali, vale a dire con le filiere produttive e distributive del settore, la crisi economica, che ha spinto verso l’agricoltura soggetti prima impiegati nel settore industriale e in quello dei servizi nelle città del centro-nord Italia, e le ricadute sociali delle politiche migratorie, con la conseguente riconfigurazione delle presenze migranti del territorio.
Leggi di più a proposito di Processo Sabr, in Italia esiste la schiavitù

La schiavitù operaia in Italia vale due euro l’ora

di Angelo Mastrandrea

Il letto di Giovanna Curcio è ancora disfatto, come l’aveva lasciato la mattina del 5 luglio 2006. Nessuno l’ha rammendato, come se lei fosse appena andata via e dovesse rientrare da un momento all’altro. Solo, nessuno vive più in quella casa. I genitori e le due sorelle si sono trasferiti dal centro storico di Casalbuono, un paesino del salernitano oltre il quale si scavalla in Basilicata, in una contrada di montagna. “Facciamo fatica a parlare di quello che è accaduto, dopo la tragedia non ce l’abbiamo fatta a rimanere in paese”, spiega il padre Pasquale.

Nonostante non avesse ancora compiuto sedici anni, Giovanna Curcio era impiegata in un materassificio clandestino allestito in un garage seminterrato di un palazzo nella vicina Montesano sulla Marcellana. Le colleghe di lavoro hanno raccontato al processo che non aveva una mansione precisa, ma era chiamata dal proprietario Biagio Maceri quando ce n’era bisogno. Mediamente, in un mese le capitava di lavorare tra i dieci e i quindici giorni, per nove ore al giorno e un euro e cinquanta all’ora, cinquanta centesimi in meno rispetto alle altre lavoratrici a causa della minore esperienza.

Il 5 luglio del 2006 Giovanna Curcio era arrivata puntuale al lavoro alle 8 di mattina. Quando scoppiò l’incendio era alla macchina da cucire insieme ad Annamaria Mercadante, alla quale era molto legata nonostante la differenza d’età: adolescente l’una, 49 anni l’altra. A cucire cuscini e materassi c’erano pure altre due operaie: Anna Maria Panico e Loredana Monaco.
Leggi di più a proposito di La schiavitù operaia in Italia vale due euro l’ora

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi