Perché il lavoro uccide

di Chiara Saraceno Hanno fatto una morte orribile, annegati nel letame. I 4 morti dell’azienda agricola della campagna pavese si aggiungono alla lunga lista di morti sul lavoro che sta facendo del 2019 il peggiore degli ultimi anni. È una strage trasversale a tutti i settori produttivi, anche se è particolarmente concentrata nelle costruzioni e […]

Scarpe made in Europe, salari da fame

Made in Europe
Made in Europe

di Sbilanciamoci.info

Il «made in Europe» è spesso considerato una garanzia di qualità e di buone condizioni di lavoro. Numerose inchieste realizzate nell’ambito del progetto Change Your Shoes hanno però rivelato un lato nascosto dell’industria calzaturiera, dalle concerie toscane fino alle fabbriche dell’Est Europa. Scarpe «italiane» o «tedesche» ma in realtà prodotte in fabbriche in Macedonia o Albania, dove decine di migliaia di operaie lavorano in condizioni scandalose e per salari spesso inferiori a quelli retribuiti in Cina. Dall’esame delle condizioni di lavoro in queste aziende possiamo concludere che l’esternalizzazione delle produzioni condotta dai marchi europei verso i paesi dell’Est Europa non si basa su processi di responsabilità e trasparenza. E non produce dignità e benessere per le lavoratrici che vivono in situazione di povertà e spesso di miseria.

Nel 2014 nel mondo sono state prodotte 24 miliardi di paia di scarpe. Benché la maggior parte provenga dall’Asia, il 23% delle scarpe di pelle, più costose, viene prodotto in paesi europei, fra i quali spicca l’Italia. È inoltre in Italia che avviene il processo di conciatura del 60% di tutto il cuoio prodotto nell’Unione Europea. Questo compito gravoso viene spesso affidato ai lavoratori immigrati, un fenomeno ben visibile nelle concerie intorno a Santa Croce, in Toscana, come racconta Una dura storia di cuoio, un’indagine che descrive la realtà di queste migliaia di lavoratori che quotidianamente maneggiano carichi pesanti e sostanze chimiche senza protezioni adeguate.
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L’industria sarda chiude: vicende di ordinaria normalità

Industrie in Sardegna
Industrie in Sardegna

di Marco Ligas

La stampa locale si è soffermata in questi giorni su due notizie riguardanti due aziende che operano in Sardegna. Le riassumo brevemente per poi fare alcune rapide considerazioni.

Lo scorso anno (è la prima notizia) è fallita la Keller Elettromeccanica di Villacidro, un’azienda specializzata nel settore ferroviario e tranviario. La decisione fu presa dalla Corte d’appello del tribunale di Cagliari. In realtà l’attività produttiva era ferma da diversi anni: l’azienda dichiarava una mancanza di liquidità. Quel provvedimento costò il posto di lavoro a 276 dipendenti più quelli dell’indotto. I tentativi di trovare acquirenti non andarono in porto e, dopo i vari passaggi procedurali in tribunale, ci fu l’ultimo atto che portò al fallimento.

Oggi, a distanza di un anno, per la Keller potrebbe aprirsi una nuova fase di rilancio produttivo. Lo ipotizzano, forse con troppo ottimismo, l’assessore regionale all’Industria, i sindacati territoriali di Cgil, Cisl e Uil e i rappresentanti delle Rsu.

L’incertezza però è d’obbligo, anche se un’azienda che opera nel settore sembra orientata a rilevare il sito industriale. Viene comunque sottolineato che la ripresa, se ci sarà, sarà graduale e i nuovi occupati saranno meno numerosi degli anni scorsi. Questa previsione è accompagnata dalla preoccupazione che la Keller, una volta rilevata dalla nuova azienda, possa essere smembrata e rivenduta per parti. In tal caso verrebbe compromessa ogni possibilità di riavvio produttivo.
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Matteo Renzi

Il “cambia verso” del governo

di Marta Fana

Gira voce che il Ministero dell’Economia italiano e l’Ocse abbiamo cambiato idea sulla politica economica. Chiedono oggi più investimenti, perché la crescita, dopo qualche trimestre di labile ripresa, ha subito un rallentamento, la domanda aggregata langue e i rischi di instabilità finanziaria si sono riaffacciati all’orizzonte. Questo “cambia verso” di facciata nasconde in sé il conservatorismo della politica e quindi degli interessi che guidano le istituzioni nazionali, europee e internazionali.

il Ministero dell’Economia italiano riconosce la necessità di un intervento misto, basato sugli sforzi della politica monetaria, già avviati dalla Banca Centrale Europea, e su una politica economica più espansiva: bisogna sostenere la domanda e l’occupazione per rendere stabile e sostenibile la fragile ripresa che ha caratterizzato la zona euro. Insomma, è il momento degli investimenti, soprattutto di quelli ad alto contenuto di conoscenza, ricerca e innovazione.

Tutto questo senza fare un passo indietro sulle riforme strutturali, che devono accelerare ed essere armonizzate in tutta la zona giacché, a detta del MEF “un forte impegno dal lato delle riforme strutturali darebbe la spinta alle opportunità di investimento e profitti”. Sulla stessa linea d’onda si posiziona l’Economic Outlook dell’Ocse, secondo cui un programma di investimenti comune insieme alle riforme strutturali avrebbe un impatto sulla crescita del Pil più robusto, riducendo il rapporto debito/pil nel breve periodo. Inoltre, l’Ocse sottolinea come, di fronte a un contesto di diseguaglianza, le politiche da adottare devono essere tali da generare un impatto sui guadagni lungo l’intera distribuzione dei redditi.
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La corsa al tagiio di salari e pensioni

Euro - Foto di Images Money
Euro - Foto di Images Money
di Giorgio Lunghini

Torna l’idea di promuovere la crescita tagliando i salari e le pensioni “d’oro”. Tagliando i salari e liberalizzando il mercato del lavoro – si dice – aumenterebbe la domanda di lavoro, dunque l’occupazione, dunque il prodotto. È ancora la ricetta della Treasury View del ’29, che viene argomentata nel modo seguente.

Le imprese assumeranno nuovi lavoratori se e soltanto se il salario non è maggiore della produttività del lavoro. Dal punto di vista della singola impresa ciò è ragionevole: la singola impresa contabilizza il salario soltanto come un costo, e se c’è disoccupazione, è perché il salario è troppo alto rispetto alla produttività del lavoro. Segue: se non ci fossero impedimenti giuridici o sindacali, cioè se il mercato del lavoro fosse flessibile come il mercato del pesce, sul mercato del lavoro si stabilirebbe un livello di equilibrio del salario, tale che non ci sarebbe disoccupazione involontaria. Risulterebbero non occupati soltanto quei lavoratori che pretendono un salario più alto della loro produttività, le imprese produrrebbero tutto quanto sono in grado di produrre, e tutto quanto venderebbero, poiché tutta la moneta disponibile verrebbe impiegata per comperare merci e giammai trattenuta in forma liquida o a fini speculativi. L’argomentazione sembra convincente, e lo è tanto che ha ispirato e ispira tutte le cosiddette riforme ‘strutturali’ del mercato del lavoro. Però è una tesi che non regge, a meno che non si dia per scontato che tutte le merci prodotte possano essere vendute, che conti soltanto l’offerta e non anche la domanda.
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L’addio ignorato a Robert Castel, il sociologo francese che scrisse di questione sociale, salari e diritti

Robert Casteldi Maurizio Bergamaschi

Non è forse casuale che i più importanti giornali italiani non abbiano dato notizia della morte del sociologo francese Robert Castel (tranne la felice eccezione del Manifesto che gli ha riservato un’intera pagina giovedì 14 marzo). Riservato e composto, sempre pronto a sottrarsi ai riflettori mediatici, intimamente “antiaccademico”, Robert Castel mostrava nei confronti dei suoi interlocutori una straordinaria capacità di ascolto e disponibilità al confronto.

Al termine dei suoi seminari settimanali all’Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS), lo potevi incontrare nel bistrot accanto dove la discussione con i suoi studenti continuava per ore davanti a una birra. Sebbene non abbia costruito intorno a sé una propria “scuola”, a differenza di altri suoi colleghi francesi, rimane il suo contributo intellettuale alla “storia del presente”. L’esigenza di problematizzare le questioni contemporanee in una prospettiva storica, che caratterizza tutta la sua produzione scientifica, fin dai primi lavori sulla psichiatria e la psicanalisi, è riconoscibile anche nel libro per il quale ha iniziato a lavorare a partire dai primi anni Ottanta e pubblicato nel 1995, “Le metamorfosi della questione sociale”.
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